The Nightingale, la recensione: Jennifer Kent sfodera il film più potente e violento della Mostra

L'unica regista in concorso a Venezia 75 sfodera il film più duro e senza compromessi dell'edizione: The Nightingale è un autentico pugno allo stomaco, un revenge movie senza compromessi.

BRON Pictures Aisling Franciosi

Che Venezia non sia una Mostra per donne in quest’annata - nonostante le tante rassicurazioni e i tentativi di minimizzare di Barbera e del presidente di giuria Guillermo del Toro - lo dimostra la presenza coraggiosa e solitaria di Jennifer Kent, unica regista donna in concorso con The Nightingale.

Il numero è emblematico di per sé, anche considerando la percentuale diffusa dalla Mostra secondo cui solo il 20% dei film proposti sarebbero diretti da donne. Un film su ventuno in gara è un risultato che sa un po’ di specie protetta in via d’estinzione. Ciliegina sulla torta, un certo accreditato italiano che a fine proiezione urla un impropero alla regista (accredito prontamente ritirato). Alla luce del film appena concluso, è palese la voglia di attaccare quell’unico avamposto femminile, capace di dimostrarsi il più estremo e senza compromessi in corsa per il Leone.

Quando muore l’usignolo

The Nightingale è tutto men che perfetto, ma i suoi sbagli non ne oscurano la sua compiutezza, la forza di un film portato a casa più che bene, capace di lasciare una traccia nella memoria sovraesposta del critico al Festival.

Difficile trovare altrove in concorso scene più dure. Suspiria a confronto sembra un’allegra passeggiata ai giardinetti in un pomeriggio di sole. D’altronde la prima e unica immagine promozionale disponibile parlava chiaro, con la protagonista Aisling Franciosi (che parla fluentemente italiano) con il volto devastato dal dolore e coperto di sangue.

Jennifer Kent ama le sfide audaci e i toni forti e dopo il successo del horror Babadook, rilancia e punta su un film di vendetta, ma non solo. The Nightingale riporta a Venezia anche la spinosa questione degli aborigeni australiani (l’anno scorso ci pensò il western Sweet Country a raccontarla), per un film che esplora le origini raccapriccianti della convivenza tra bianchi e neri in un’Australia in piena occupazione inglese.

Se agli aborigeni si spara a vista giusto per star tranquilli, le donne sono su un gradino sociale appena superiore, come ben sa Clare. Intuiamo che l’orrore che subisce nel film è solo un nuovo, più spaventoso capitolo di una vita di miseria, stenti e prigione, che l’ha condotta dall’Irlanda all’Australia.

Qui un bel militare inglese (Sam Catflin) s’invaghisce di lei e le accorda la sua protezione, ripagandola con continue vessazioni e angherie. Se siete particolarmente sensibili alle scene di violenza sessuale e contro i minori, è meglio lasciare perdere. Il film inanella con agghiacciante accuratezza una serie spaventosa di crudeltà che Clare dovrà subire, che le devasteranno la vita.

Decisa a farsi vendetta ma sola al mondo, si procurerà un “boy” (servetto) aborigeno, che legga le tracce nella foresta e la porti al cospetto del suo aguzzino, per portare a termine la sua vendetta

Il sodalizio degli ultimi

Certo il messaggio politico di Jennifer Kent non viene presentato in maniera sottile, con Clare e Billy (Baykali Ganambarr) che si urlano in faccia i soprusi che subiscono in quanto donna e aborigeno, il cui comune oppressore è l’Inghilterra. Anche il crudelissimo personaggio di Sam Claflin è quasi paradossale per la sua malvagità e codardia senza fine, che non si ferma mai, anzi. Scava sempre più in basso, per raggiungere nuove profondità di perversione e orrore.

Il merito principale di Jennifer Kent è di non cadere in quella costruzione da b-movie in cui una donna, provata dal lutto e dallo stupro, si trasforma in una guerriera vendicatrice senza colpo ferire. Anzi, la vendetta di Clare è costituita da tutta una serie di intoppi, errori, incubi raggelanti nel cuore della foresta e tentativi più che maldestri di ottenere giustizia, spesso ripagati con altra violenza.

Aisling Franciosi ha davvero una voce da usignolo (in un’edizione in cui in gran parte dei film i protagonisti non si esimono da qualche numero canoro) ma soprattutto è in grado di incarnare la prostrazione senza fine del suo personaggio, il dolore che le scava il volto e ne incupisce gli occhi, senza mai eccedere.

Forse la fretta di arrivare a Venezia preparati, forse qualche ingenuità da esordiente ancora da smussare giocano qualche tiro alla Kent, che in più di un passaggio taglia e monta malamente il suo film. Se la regia è quasi sempre convincente, sul suo ruolo da sceneggiatrice ci sarebbe parecchio da limare. The Nightingale però non sfigura in un’edizione dal livello qualitativo molto alto, facendoci fortemente dubitare che là fuori non ci siano altre sue colleghe su cui si sarebbe potuto puntare.

Voto 7/10

Dai tempi di Babadook Jennifer Kent conserva qualche azzardo tecnico e ingenuità narrativa da esordiente, ma sfodera una delle pellicole più possenti della Mostra, riservata però agli stomaci forti.

Elisa Giudici

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