La morte di Apollo Creed (e i rimpianti di Stallone): curiosità e retroscena

Sly ha ammesso di essersi "pentito di aver ucciso Apollo così presto": ma allora perché l'ha fatto? Ecco tutto quello che c'è da sapere sulla morte più dolorosa e scioccante della saga di Rocky.

MGM/UA Entertainment Company Carl Weathers e Dolph Lundgren in una scena di Rocky IV

La morte di Apollo Creed al culmine dell'incontro con Ivan Drago è uno dei momenti più tragici e scioccanti dell'intera saga di Rocky. Siamo nel 1985, in piena Guerra fredda, e Rocky IV è il veicolo perfetto della propaganda reaganiana per la pax americana in Unione sovietica.

"Io ho combattuto con i migliori e li ho battuti tutti. Ho mandato più gente in pensione io della previdenza sociale!", tuona lo sbruffone Apollo nella conferenza stampa pre-match d'esibizione contro il supercampione sovietico. Creed finirà al tappeto per sempre, ma la sua scomparsa avrà una vasta eco negli sviluppi futuri della saga.

Tuttavia, quando Carl Weathers ha compiuto 71 anni e Sylvester Stallone gli ha fatto gli auguri sui social, Sly si è lasciato scappare un rimpianto.

Devo ammettere che mi sono pentito di aver ucciso Apollo così presto. Era insostituibile.

La morte di Apollo

Apollo Creed muore sul ring il 31 agosto 1985, all'età di 43 anni. Rocky Balboa, su esplicita richiesta dell'amico, non ha gettato la spugna. "Non interrompere l'incontro, qualsiasi cosa succeda", gli aveva chiesto "il rullo compressore danzante", per usare uno dei suoi tantissimi soprannomi.

Apollo "il virtuoso del sinistro" è uno dei personaggi più amati del franchise di Rocky, al pari di Adriana, Paulie e Mickey. Dopo aver sconfitto lo "Stallone italiano" nel primo film, perso il rematch nel secondo, allenato l'amico per affrontare Clubber Lang (Mr. T) nel terzo, nel quarto torna a combattere per rappresentare gli Stati Uniti contro il "mostro" sovietico Ivan Drago, nonostante si sia ormai ritirato da cinque anni. L'incontro è una pomposa baracconata: Apollo vuole dimostrare che l'American style è vincente e che i pugili russi non sanno combattere, umilia la diplomatica e cordiale Ludmilla (Brigitte Nielson) e balla sfacciato sulle note di Living in America del Godfather of Soul, James Brown.

Creed paga queste scelte a caro prezzo: non è più "lo sterminatore" di una volta e all'inizio del secondo round, cade sotto i colpi violentissimi del signor "ti spiezzo in due" (in originale "I must break you"), davanti alla moglie Mary Anne, a un devastato Rocky e a milioni di spettatori. Sarà Balboa a prendersi la rivincita in terra russa e ad urlare al mondo che "se io posso cambiare, e voi potete cambiare, allora tutto il mondo può cambiare".

L'ispirazione di Stallone

La responsabilità per la morte di Creed è tutta di Sylvester Stallone: è Sly a scrivere e dirigere il film, come ha già fatto per Rocky II e Rocky III. Per altro, lo sceneggiatore Timothy Anderson ha intentato (e perso) una causa per violazione di copyright contro Stallone e MGM per un suo script proposto alla United Artists e respinto dallo studio.

Stallone deve affrontare numerosi problemi sul set, in primis l'antipatia tra Carl Weathers e Dolph Lundgren. Durante le riprese dell'incontro fatale per Apollo, il colosso svedese picchia sul serio e il buon Carl non la prende bene: lo rivela Stallone in persona durante un incontro online con i fan di AICN.

Ho visto coi miei occhi Dolph Lundgren sollevare Carl di un metro e spingerlo all'angolo. Anziché reagire, Carl è sceso dal ring e ha detto qualcosa di feroce come: 'Chiamo il mio agente, io mollo!'.

A quel punto la lavorazione si ferma per quattro giorni. Stallone fa da mediatore tra i due e raggiunge un compromesso: Weathers sarà più paziente se Lundgren sarà meno aggressivo. Stallone ancora oggi ci scherza su. In una ipotetica classifica dei più potenti pugili della saga "in ordine di capacità sul ring e abilità di combattimento", Sly inserisce Lundgren al primo posto, Rocky e Mr. T al secondo e al terzo e Creed all'ultimo, addirittura dietro Paulie.

L'ispirazione per l'incontro fatale viene a Stallone da uno storico incontro di pugilato, nonché uno degli episodi più cruenti, tragici e discussi della storia della boxe, avvenuto 23 anni prima di Rocky IV: quello tra il campione dei pesi welter Emile Griffith, omosessuale (ma ai tempi non si può dire pubblicamente di essere gay) originario delle Isole Vergini, e lo sfidante cubano Benny "Kid" Paret, al suo ultimo incontro ufficiale. È il 24 aprile 1962 e i due si sfidano per il titolo al Madison Square Garden di New York. Sono al loro terzo combattimento e per questo sono tantissimi gli spettatori sugli spalti e a casa perché ABC garantisce la diretta.

Alla dodicesima ripresa, Griffith sferra un destro micidiale a Paret: "Kid" finisce all'angolo ma Emile continua a picchiare duro, con colpi a ripetizione alla testa. Quello che era successo il giorno precedente durante la conferenza stampa pre-incontro, tutti l'avevano sentito ma nessuno l'aveva riportato: Paret aveva dato del "maricón", del "frocio", all'avversario. L'arbitro ferma il massacro quando ormai è troppo tardi: Paret muore dieci giorni dopo al Roosevelt Hospital di Manhattan, dov'è ricoverato per le lesioni riportate al cervello. Griffith non fu più lo stesso dopo la morte di Paret e così la boxe in televisione: nessun network trasmise più incontri live fino agli anni Settanta.

I motivi dietro l'uscita di scena

Nel post su Instagram in cui rimpiange la prematura scomparsa di Apollo, Stallone in realtà definisce Carl Weathers "il miglior pugile del cinema di tutti i tempi", un boxeur "davvero incredibile" per "grazia, potenza e velocità" che "non potrà mai essere replicato". E allora perché Sly l'ha fatto fuori così? Naturalmente, Stallone all'epoca non poteva immaginare che sarebbe stato "così presto" come ha poi detto.

In quel momento Rocky IV rappresenta l'apice e probabilmente la fine del franchise e quindi il momento appropriato per far uscire di scena Apollo. Non a caso passano cinque anni prima di Rocky V (quando Balboa è costretto al ritiro proprio per i gravi traumi cerebrali rimediati sul ring contro Drago e ridotto sul lastrico) e altri sedici prima di Rocky Balboa, realizzato nel 2006.

Ma la morte di Apollo ha anche fornito la base per il futuro della saga: dall'arrivo del figlio illegittimo Adonis "Donnie" Johnson, interpretato da Michael B. Jordan nello spin-off Creed, all'apparizione di Viktor Drago (Florian "Big Nasty" Munteanu), il figlio di Ivan, nel sequel Creed II. I film post-Rocky IV e il dittico di Creed sarebbero stati senza dubbio diversi (o non sarebbero proprio stati) se Apollo non fosse morto quando e come è morto.

In un discusso articolo apparso su Collider, Tom Reimann ha scritto che Apollo Creed meritava al 100% di perdere quell'incontro e di essere "preso a calci in culo". Il motivo? Apollo passa il breve tempo in cui appare in Rocky IV ad essere "uno stronzo gigantesco così disperato nel tentativo di aggrapparsi alla sua antica gloria che ne fa una missione personale per mettere pubblicamente in imbarazzo Drago, un uomo che non ha fatto assolutamente nulla per offendere Apollo oltre alla sua semplice esistenza". Reimann pensa che il cartoonesco ed esagerato Rocky IV si sia troppo allontanato dal Rocky crudo e realistico delle origini.

È difficile immaginare cosa sarebbe successo ad Apollo se fosse vissuto più a lungo nella saga. L'arco narrativo da "villain" ad alleato e amico di Rocky si era ormai compiuto in Rocky III. Non ci sarebbe stato molto altro da fare per Weathers al di fuori del diventare un personaggio secondario. Il suo addio in tal senso appare ancora oggi inevitabile. Stallone ha fatto la scelta giusta, seppure difficile, anche perché lo spirito di Creed riecheggia tuttora nei film del franchise di Adonis. Donnie ha spinto Rocky a lottare di nuovo e ad allontanare quel ricordo che lo tormenta da sempre: fermare l'incontro di suo padre. Soltanto così, con un distacco doloroso ma necessario, l'eredità può continuare.

  • Apollo Creed muore in Rocky IV, film del 1985 e quarto capitolo della saga, nell'incontro con il pugile sovietico Ivan Drago, interpretato da Dolph Lundgren. Nonostante si sia ritirato dal mondo della boxe da ormai cinque anni, Apollo ha accettato la sfida di Drago ma sul ring dell'MGM Grand di Las Vegas non regge ai colpi potentissimi del russo. Rocky non getta la spugna (su richiesta dell'amico: "Non interrompere l'incontro, qualsiasi cosa succeda") e Creed muore tra le braccia di Balboa per un grave trauma cranico causato dai pugni devastanti dell'avversario. Apollo muore il 31 agosto 1985 all'età di 43 anni.

  • Apollo Creed è interpretato nei primi quattro film della saga di Rocky (ma appare anche in Rocky V, Rocky Balboa e Creed) da Carl Weathers, attore di New Orleans classe 1948. Ex giocatore professionista di football (è stato linebacker degli Oakland Raiders e dei B.C. Lions), Weathers è famoso anche per aver interpretato il maggiore George Dillon in Predator, il protagonista del cult movie Action Jackson e il capo della Gilda di cacciatori di taglie Greef Karga nella serie The Mandalorian.

  • No, Apollo Creed è un personaggio di finzione, non era un vero pugile. Sylvester Stallone ha raccontato che l'ispirazione per Creed arrivò soprattutto dal leggendario Muhammad Ali e da Jack Johnson, il primo pugile afro-americano della storia (detto "il gigante di Galveston") che il 26 dicembre 1908 vinse il titolo dei pesi massimi. Come stile, invece, Carl Weathers si rifece non solo ad Ali e Johnson, ma anche a Sugar Ray Leonard e Joe Louis.

  • La moglie di Apollo Creed è Mary Anne. In Rocky è interpretata da Lavelle Roby, mentre in Rocky II e Rocky IV la interpreta Sylvia Meals, attrice statunitense nata nel 1943 e scomparsa nel 2011 a 67 anni. Negli spin-off Creed e Creed II, Meals è stata sostituita da Phylicia Rashad, nota soprattutto per il personaggio di Claire Robinson, la moglie di Cliff (Bill Cosby), nella celebre sitcom degli anni '80 I Robinson.

  • Adonis "Donnie" Johnson, interpretato da Michael B. Jordan nella saga di Creed, è il figlio illegittimo di Apollo Creed, avuto dal campione fuori dal matrimonio. Nel film Creed, si scopre che Mary Anne, la moglie e vedova di Apollo, ha adottato Adonis nel 1998, quando lui aveva 13 anni. Adonis non ha mai conosciuto il padre, ha trascorso un'infanzia complicata tra riformatori e assistenti sociali ed è stato cresciuto da Mary Anne come un figlio per 17 anni nella casa di famiglia in California.

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