X-Men: Dark Phoenix, la recensione: risorge una Fenice per il frettoloso funerale mutante

Gli X-Men tornano sulle tracce della Fenice per quello che ancora una volta è un addio, o forse solo un arrivederci a una nuova era, un nuovo reboot. La recensione di X-Men: Dark Phoenix.

C'è un'aria funebre che permea ogni singola scena di X-Men: Dark Phoenix, il film che pone frettolosamente fine al secondo tentativo di portare al cinema gli X-Men con una sorta di prequel della saga originaria di Bryan Singer. Giunti a questo punto lo scenario è complesso, l'intrico vischioso: c'è la trilogia originale, ci sono i film dedicati a Wolverine e Deadpool, ci sono i prequel con James McAvoy e Michael Fassbender nei panni dei giovani Charles ed Erik e poi c'è Giorni di un futuro passato, che tenta di raccordare il tutto. 

X-Men: Dark Phoenix è l'ultimo degli eredi di quel X-Men - L'inizio che, seppur con pochi soldi e zero credito da parte degli stessi produttori, aveva saputo azzeccare parecchie mosse. Otto anni dopo bisognerebbe scusarsi con il regista Matthew Vaughn, allora irriso per la pochezza produttiva e il tono persino un po' camp del suo cinecomics, di fronte a chi siano diventati quei giovanissimi attori che aveva radunato. Le superstar di oggi Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Nicholas Hoult e Zoë Kravitz - allora giunti a diversi stadi della loro carriera ma non così noti al grande pubblico - sentitamente ringraziano. 

20th Century FoxMichael Fassbender, Nicholas Hoult e i nuovi mutanti
I mutanti di L'inizio tornano su grande schermo per un frettoloso addio

Forse è proprio in nome di quel film che fece la loro fortuna (o di un contratto da cui è impossibile sottrarsi) che Fassbender e Lawrence tornano sul set dopo un periodo di sostanziale silenzio, al fianco di James McAvoy e della new entry di tutto rispetto di Jessica Chastain nei panni del villain del film. Cosa può andare storto in un film con a disposizione questi nomi, senza nemmeno contare una protagonista interpretata da Sophie Turner, in grandissimo spolvero dopo il finale di Game Of Thrones? La risposta è: quasi tutto. 

Un frettoloso funerale

La colpa della cattiva riuscita di X-Men: Dark Phoenix è del regista e dello sceneggiatore Simon Kinberg, almeno sulla carta. Che colpe può avere però un produttore stagionato che si è occupato in passato di questioni esecutive ed economiche inerenti ai film coi mutanti, che fa il suo "debutto registico" proprio in questo film? Un lungometraggio complicato, l'ultimo scomodo passaggio di un'era finita che tutti hanno fretta di chiudere e seppellire. Kinberg non è un giovane regista di belle speranze su cui si sta puntando, è il capro espiatorio a cui è stato delegato un compito quasi impossibile. È vero che ha un'esperienza pregressa nel campo, ma non può che impressionare come a questo giro sia stato lasciato solo a dirigere e produrre, persino a scrivere il film, quando in passato era stato un lavoro di gruppo con Singer, Vaughn e tanti altri nomi importanti. 

20th Century FoxSophie Turner e Jessica Chastain in una scena del film
Sophie Turner e Jessica Chastain: Dark Phoenix è ricco di star mal utilizzate

Nel recente passato - quando ancora ci si credeva discretamente - la saga degli X-Men aveva rivelato lacune importanti, in primis l'incapacità di dire qualcosa di nuovo, di puntare su personaggi diversi con esiti differenti rispetti alla prima trilogia. Questo problema non può che acuirsi in un film di cui a nessuno sembra importare nulla, ben prima di tirare in ballo il pubblico. 

Lo si capisce sin dall'avvio, nei volti degli interpreti. La svogliatezza che affligge Jennifer Lawrence è più che comprensibile, vista la sceneggiatura che si ritrova tra le mani: una sequela di banalità sconcertanti quali "i tuoi sentimenti ti rendono più debole" "no, i miei sentimenti mi rendono forte" e stereotipi di questo tipo, buttati lì senza né arte né parte. Nicholas Hoult deve cavarsela con un Bestia che si rivela semplicemente irrazionale, Michael Fassbender fa il solito mezzo miracolo con le quattro battute scontate che si ritrova; solo Sophie Turner sembra impegnarsi davvero e il film sembra sforzarsi un minimo solo nei suoi riguardi. 

20th Century FoxSophie Turner è Jean Grey in Dark Phoenix
Sophie Turner è una Jean Grey scritta in maniera stanca e convenzionale

L'aspetto paradossale di X-Men: Dark Phoenix è quanto metta una cura maniacale nel trucco e nell'acconciatura della protagonista, risultando persino distraente da quanto è ben realizzato, salvo poi buttar via il poco che ha per le mani con una sceneggiatura raffazzonata a dir poco, che nega il carisma alla sua eroina oscura. Jessica Chastain può essere un dono dal cielo per qualsiasi film, a patto però di farle fare qualcosa di più che camminare qua e là con i suoi tacchi a spillo e l'espressione assassina. 

Un film che non crede in sé stesso

Di paradosso in paradosso, X-Men: Dark Phoenix ha persino i soldi necessari per realizzare quegli effetti speciali che erano mancati in First Class, togliendogli molta credibilità. Qui invece c'è tutto il necessario per uscirne dignitosamente e tentare di raccontare gli ultimi sopravvissuti de L'inizio, i mutanti che si preparano a cedere il testimone alle nuove generazioni. Il film però non vuole o forse non può essere ambizioso, barattando una battaglia originale nello spazio per una grigia sequenza su un treno, intrappolando il potenziale della Fenice in un ripetersi continuo di "non capisco cosa mi stia succedendo" e "quando perdo il controllo le persone si fanno male". 

X-Men: Dark Phoenix è il funerale frettoloso di questi nuovi Mutanti che, seppur con tanti alti e bassi, forse avrebbero meritato di più. Il film solo sul gran finale si ricorda del suo valore aggiunto - di avere due grandi interpreti con un'ottima chimica e senza lo snobbismo che ha frenato alcuni predecessori - e li mette in campo, insieme, tentando finalmente di ricollegarsi al suo incipit. Una mossa tardiva, forse l'unica scena da salvare in un film che si è avuto fin troppa fretta di silenziare.

X-Men: Dark Phoenix sarà nelle sale italiane a partire dal 5 giugno 2019

Voto 4,5/10

La Fenice dovrebbe risorgere, ma il suo film è un monumento a un'era cinematografica che si ha fin troppa fretta di seppellire, senza crederci mai. Che compito ingrato è toccato a Simon Kinberg.

Elisa Giudici

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