Venezia 76, Haifaa al-Mansour opta per una semplicità obbligata: la recensione di The Perfect Candidate

Academy 2 Mila Alzahrani

Haifaa al-Mansour torna al cinema con una storia dalla semplicità che pare obbligata dal contesto e dagli eventi: la recensione di The Perfect Candidate.

Fa uno strano effetto vedere un film come quello di Haifaa al-Mansour qui alla Mostra del cinema di Venezia. Il destino vuole che nella programmazione sia fino fianco a fianco con il nuovo montaggio inedito di Irréversible di Gaspar Noé, una pellicola che non potrebbe essere più agli antipodi del film arabo per stile, temi e trasgressione.

Se essere regista cinematografica oggi sembra ancora non essere un mestiere per donne, Haifaa al-Mansour conduce la sua professione in una nazione come l’Arabia Saudita, dove le professioni artistiche possono essere degradanti e rischiose anche per i colleghi maschi. Si può ben parlare di cinema di frontiera, condotto con mezzi, interpreti e limitazioni che ne mettono in forse la riuscita ad ogni passo.

Academy TwoLa protagonista di The Perfect Candidate canta in pubblico
La protagonista di The Perfect Candidate è una dottoressa nata in una famiglia di cantanti

Eppure, a modo suo, The Perfect Candidate è un film riuscito, seppure solo nel ristretto recinto in cui è costretto a muoversi.

La doppia faccia della discriminazione

Ho pensato a lungo al film di Haifaa al-Mansour, che per il recensore è un autentico dilemma. Ho ripensato a lungo anche alla bizzarra esperienza di visione in tandem con uno degli autori francesi più controversi e iconoclasti del presente. Il lavoro alla regia e alla sceneggiatura della realizzatrice de La bicicletta verde è semplice al limite del semplicistico, con tante pecche su cui difficilmente si possono chiudere gli occhi. La sua ordinaria storia di discriminazione nella realtà quotidiana saudita è più complessa di quella che la lanciò e decisamente più riuscita rispetto al recente (e deludentissimo) Mary Shelley, ma rimane un lavoro parecchio didascalico.

Il tentativo è quello di narrare la discriminazione ai danni delle donne, senza però scordarsi quanto tutto il sistema politico e religioso nazionale incida fortemente sulle vite di tutti, anche degli uomini. La giovane protagonista del film è una dottoressa che lavora al locale pronto soccorso. Esasperata dalla strada che conduce all’ingresso - sterrata e fangosa - si candida al consiglio comunale pur di ottenerne l’asfaltatura. Questo causa un piccolo terremoto nella comunità, dove è controversa persino l'idea di votare una donna da parte delle donne. Anche per Maryam (che a candidarsi ci è finita quasi per caso) i dubbi e le incertezze sono tanti, ma pian piano il naturale freno posto dal giudizio altrui non la fermerà dal lottare per ciò in cui crede.

Academy TwoMaryam accetta un paziente al pronto soccorso
Per una donna saudita anche la professione medica è ricca di insidie e soprusi

Al contempo il padre di lei e delle due sorelle, vedovo e ancora scosso dalla perdita della moglie, parte per un tour musicale. Cantante e musicista, l’uomo sognava da anni di poter esibirsi in pubblico, lontano dal contesto di feste private e matrimoni a cui è abituato, ma ci è voluto moltissimo tempo per ottenere il permesso ufficiale da parte del governo. Anche così, nelle zone rurali più integraliste, lui e il suo gruppo di suonatori tradizionali sono minacciati dai fedeli più intransigenti, che trovano la musica un’attività disdicevole e peccaminosa.

Il dilemma delle quote

La storia che segue è gradevole e talvolta divertente, soprattutto quando sfrutta l’antagonismo e la complicità delle tre sorelle per costruire passaggi da commedia. È sempre illuminante vedere un film ambientato in una normalità molto limitante come quella qui ritratta. È facile cogliere un senso stridente di voglia di libertà e normalità che si scontra continuamente con uno stato religioso e autoritario, che rende difficile per le donne anche festeggiare un matrimonio, prendere un aereo, visitare un paziente. Il problema è che The Perfect Candidate, sulla carta ricco di conflitto e avversità, scorre via senza mordente, completamente privo di conflitto vero e proprio, elementare nei suoi sviluppi e nei suoi messaggi.

Qui riaffiora l’annoso dilemma legato alle quote rosa nei Festival. È un dato di fatto che Venezia ospiti quest’anno pochissime donne regista, così come il resto del circuito festivaliero mondiale. Se il cinema femminile va sostenuto, questo non dovrebbe avvenire soprattutto a monte, rendendo più semplice per le donne realizzare e produrre film?

Se già con così poche firme femminili in concorso non si riesce ad evitare l’effetto stridente dell’accostamento di prodotti dalla qualità molto differente, con l’auspicato ma probabilmente inattuabile ricorso alla proporzione 50/50 siamo davvero sicuri che il cinema delle donne ne uscirebbe vincitore? Il problema non è quello presente nei consigli di amministrazione o in politica: non ci sono donne che incontrano soffitti di cristallo. La proporzione di film girati da donne rispetto a quelli maschili è di 1:8, 1:10. Per un concorso festivaliero che deve garantire qualità e quantità, è questo il vero problema.

Academy TwoIl padre di Maryam durante un concerto
Anche per gli uomini la vita è tutt'altro che semplice in The Perfect Candidate

Già il riuscito The Perfect Candidate fatica a scrollarsi di dosso completamente l’impressione di essere una riserva a tutela di una specie rara e di essere in concorso per motivi differenti dal merito artistico, cosa accadrebbe se tutti i film visti e scartati dal team di Barbera approdassero al concorso per ottemperare a una quota? Inoltre non bisogna dimenticare che esistono altri registi che operano con mezzi di sussistenza, osteggiati e talvolta arrestati in patria, la cui qualità artistica è nettamente superiore e da festival, vedi per esempio il premiatissimo cineasta siriano Jafar Panahi.

È un quesito intrigante, preoccupante, a cui probabilmente potremo già rispondere nei prossimi anni. Rimane il fatto che Cannes è riuscita a mettere la mani su un paio di film diretti da donne davvero strepitosi mentre il primo “film rosa” visto a Venezia sfigura rispetto alla concorrenza e nemmeno per particolari sue colpe. Haifaa al-Mansour non avrà probabilmente mai la libertà creativa e artistica che il collega Gaspar Noé dà per scontata e questo, sfortunatamente, è un fatto incontrovertibile.

Voto 6/10

Gradevole ma semplicistico, The Perfect Candidate tenta di raccontare l’Arabia Saudita delle donne, ma a tratti risulta didascalico: piacerà al pubblico che ama le storie semplici che parlano al cuore

Elisa Giudici

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