Parasite, la recensione: tra commedia nera e thriller la Corea del Sud punta all'Oscar

Tra commedia nera e thriller, Bong Joon-ho punta a trionfare agli Oscar 2020, dopo la vittoria al Festival di Cannes: la recensione di Parasite, il film coreano più atteso del 2019.

A posteriori sembra tutto spontaneo, casuale e cristallino. Invece il successo internazionale di Parasite, il nuovo film del regista coreano Bong Joon-ho, nasce da lontano ed è stato costruito nell'ultimo decennio. A fare da apripista è stato l'intero movimento cinematografico coreano, che negli ultimi trent'anni ha dimostrato ai cinefili come la nazione ospiti alcuni dei migliori cineasti viventi a livello internazionale. Bong Joon-ho non è forse il più geniale tra loro, ma di certo ha dimostrato in patria di avere la stoffa, l'acume e la maestria del grande regista: i suoi film migliori rimangono d'altronde quelli girati in Corea del Sud, in coreano, con cast completamente asiatici. Al grande pubblico pellicole come The Host e Memories of Murder forse sono sconosciute o quasi, ma questi film strepitosi hanno costruito la reputazione del regista di fronte al pubblico dei cinefili, dei festival e degli addetti ai lavori. 

Nell'obbligatorio salto di visibilità in terra statunitense e in lingua inglese, Bong Joon-ho è stato uno dei registi coreani a cavarsela meglio, soffrendo poco delle ingerenze artistiche degli studios. A differenza di Park Chan-wook (rimasto scottato dall'esperienza del pur notevole Stoker), Bong Joon-ho parla in termini positivi sia dell'esperienza con Chris Evans protagonista nell'apocalittico Snowpiercer sia di quella con Tilda Swinton e Jake Gyllenhall in Okja, produzione Netflix che gli è valsa la sua prima polemica in Croisette.

AcademyTwoIl bagno della famiglia Kim
Parasite racconta come si è involuta la lotta di classe

Entrambi i film sono di natura ben più commerciale del suo standard e puntano all'estetica e al dinamismo tipico del cinema coreano per impressionare lo spettatore occidentale. Per i fan di vecchia data di Bong Joon-ho sono passabili, ma per chi è a digiuno del suo cinema (e delle produzioni asiatiche) sono stati due film graffianti e memorabili. 

Tra malizia e miseria umana

A posteriori appare chiaro come Parasite sia sostanzialmente la stessa operazione, ma spostata sul piano "alto" del cinema d'autore: questo elegante e potente film, che si apre come una commedia nera dal tema politico e si trasforma in un thriller mozzafiato, è un'operazione attentamente calibrata per parlare al pubblico internazionale. Costato sette milioni di dollari, girato con gli attori feticcio del regista e del cinema coreano tutto, Parasite ha raccolto cento milioni al botteghino globale, una Palma d'Oro e - a breve - metterà quasi di certo le mani sulla prima, storica nomination sud coreana agli Oscar. Bong Joon-ho ha fatto i compiti e giocato bene le sue carte. 

Al centro di Parasite c'è una caustica (o presunta tale) riflessione sulla società classista coreana. I protagonisti del film infatti appartengono a due nuclei familiari speculari, ma agli antipodi sociali. Entrambe le famiglie hanno quattro membri; mamma, papà, figlio e figlia. Mentre i Kim vivono nei bassifondi in un appartamento scantinato sporco e decrepito, la famiglia Park vive in una splendida villa di design, recintata e posta su una collina nella zona più esclusiva della città. Il figlio dei Kim riesce a penetrare il fortino di agiatezza in cui vivono i Park spacciandosi per uno studente modello di un'ottima università desideroso di dare ripetizioni d'inglese alla piccola di casa. Il ragazzo coglie l'opportunità per introdurre tutti i membri della sua famiglia al servizio dei Park, facendo licenziare il vecchio personale e tacendo sulle umili origini e sulla parentela tra lui e i nuovi arrivati.

AcademyTwoIl cast di Parasite
Il cast di Parasite dà una strepitosa performance collettiva, ad altissimi livelli

Nella prima parte del film Parasite sembra quasi una commedia all'Italiana d'altri tempi di chi fa con della furbizia la sua arma per sopravvivere. Il film sottolinea con sagacia quanto la società coreana sia costruita per evitare ai ricchi anche solo di vedere la povertà degli altri, rivelata crudelmente dall'odore nauseabondo che si appiccia addosso a chi vive nei bassifondi. Anche i Kim però si ritrovano costernati a confrontarsi con le loro meschinità e a chiedersi se, in un contesto più agiato, sarebbero delle persone migliori. Il film però sta preparando dietro le quinte una grande svolta, che rende ancora più attuale il discorso sulla lotta di classe. Parasite infatti postula che in Corea (ma non solo) la lotta tra ricchi e poveri sia divenuta uno scontro senza sconti tra i più poveri per vivere all'ombra dei ricchi, godere di una briciola del loro benessere e della loro inconsapevolezza, finendo per idolatrarne la supposta purezza. 

Un'operazione mediata

A un regista capace come Bong Joon-ho basta un niente per sottolineare con eleganza il cambio di tono del suo film, trasformando la commedia in thriller, senza perdere un grammo della bellezza oscura dei luoghi e dei volti che ritrae. Certo si potrebbe obbiettare che l'insistenza con cui sottolinea i contrasti basso/alto, dentro/fuori e puro/sporco sia un tantino didascalica. Difficile negare poi come il film risulti molto artificioso nell'introdurre situazioni e deus ex machina per proseguire la narrazione. Il punto è proprio questo, soprattutto alla luce dei dieci minuti che chiudono il film, lontanissimi dalla lucidità cinica e magistrale con cui Bong Joon-ho ha saputo guardare dentro le sue storie. Parasite è un film travolgente per chi non è mai stato toccato dal suo cinema: per i molti che lo seguono da anni (come i tanti critici a Cannes che non si aspettavano la sua vittoria) è una buona pellicola in cui Bong Joon-ho risulta più esplicito, didascalico e tutto sommato possibilista del solito. Lasciatemi dire, con una punta di malizia: qui il suo cinema è quasi mediato per incontrare (senza scontrarsi) i gusti del pubblico generalista, statunitense e internazionale

D'altronde successe la stessa cosa con il Cile: ad aprire la strada cinematografica verso l'Oscar del paese fu il geniale Pablo Larraín, ma a portare a casa la prima statuetta cilena fu il suo protetto Sebastián Lelio, con un film molto più mediato e possibilista rispetto a quelli del suo mentore e produttore. Insomma: Bong Joon-ho non è forse il miglior regista in assoluto in attività in Corea, ma è quello che ha saputo mediare con grande abilità il suo rapporto con il pubblico e il cinema internazionale. Sfornando, bisogna comunque riconoscergli, uno dei migliori film dell'annata. 

AcademyTwoIl regista Bong Joon-ho
Il regista Bong Joon-ho potrebbe essere il primo coreano a vincere un Oscar

Parasite sarà nelle sale italiane a partire dal 7 novembre 2019.

Voto 8,5/10

Parasite è un gran film a metà tra commedia nera e thriller. Tuttavia è anche una grande operazione di conquista del pubblico internazionale, ben più mediata rispetto alle opere migliori del regista.

Elisa Giudici

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