Sergio Leone: una mostra all'Ara Pacis celebra il regista di C'era una volta il West

C’era una volta Sergio Leone è la grande mostra all’Ara Pacis per i 90 anni dalla nascita e i 30 dalla scomparsa del regista de Il buono, il brutto, il cattivo.

Sergio Leone official Sergio Leone col cast de Il buono, il brutto, il cattivo

È stata inaugurata ieri, 17 dicembre, C’era una volta Sergio Leone, la mostra dedicata al grande regista italiano, tra i più apprezzati di sempre anche (e forse soprattutto) a livello mondiale. Nella splendida cornice del Museo dell'Ara Pacis rivive così il mito di uno dei maestri assoluti del cinema italiano attraverso una rassegna concepita e realizzata da La Cinémathèque Française e Cineteca di Bologna.

La mostra, in programma fino al 3 maggio 2020, è una delle grandi iniziative che celebra, a 30 anni dalla morte e a 90 dalla sua nascita, il cineasta nato a Roma il 3 gennaio 1929. Promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, l’esposizione arriva in Italia dopo il successo dello scorso anno alla Cinémathèque Française di Parigi, istituzione co-produttrice dell’allestimento romano insieme alla Fondazione Cineteca di Bologna.

Ufficio Stampa Zètema Progetto CulturaLa locandina della mostra C’era una volta Sergio Leone

C’era una volta Sergio Leone è realizzata con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, in collaborazione con Istituto Luce – Cinecittà, Ministère de la culture (Francia), CNC – Centre national du cinéma et de l’image animée, SIAE e grazie a Rai Teche, Leone Film Group, Unidis Jolly Film, Unione Sanitaria Internazionale, Romana Gruppi Elettrogeni Cinematografici. L’idea nasce da Equa di Camilla Morabito con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura. Il percorso espositivo – curato dal direttore della Cineteca di Bologna, Gian Luca Farinelli, in collaborazione con Rosaria Gioia e Antonio Bigini – racconta di un universo sconfinato, quello (non solo del cinema) di Sergio Leone, che affonda le radici nella sua stessa tradizione familiare: il padre, regista nell’epoca d’oro del muto italiano, sceglierà lo pseudonimo di Roberto Roberti, e a lui Sergio strizzerà l’occhio firmando a sua volta Per un pugno di dollari con lo pseudonimo anglofono di Bob Robertson (una scelta dettata un po' dall'esigenza di rendere appetibile per il mercato italiano un western che non fosse statunitense, un po' per costruirsi un salvagente in caso di flop, come fece anche Gian Maria Volonté).

Nel suo intenso percorso artistico Sergio Leone maneggia il peplum (a Roma venivano chiamati "sandaloni" i film in costume dei vari Ercole e Maciste), riscrive letteralmente il western, rendendolo ultraviolento, spaghetti e iperrealistico, e realizza infine il sogno di una vita: C’era una volta in America, mitica epopea gangsteristica con Robert De Niro. A questo sarebbe seguito un altro film di proporzioni grandiose, dedicato alla battaglia di Leningrado, del quale rimangono, purtroppo, solo poche pagine scritte prima della sua prematura scomparsa, avvenuta nell'aprile del '90. Leone, infatti, non amava scrivere. Era, piuttosto, un narratore orale che sviluppava i suoi film raccontandoli agli amici, agli sceneggiatori, ai produttori, all’infinito, quasi come gli antichi cantori che hanno creato l’epica omerica. Ma ciò nonostante, il suo lascito è enorme, un’eredità creativa di cui solo oggi si comincia a comprendere la portata, grazie anche ai riconoscimenti pubblici e alle parole al miele spese per il regista nostrano da giganti del calibro di Martin Scorsese, Quentin Tarantino, Clint Eastwood, in qualche modo debitori a Leone.

Le radici del cinema di Sergio Leone affondano, naturalmente, anche nell’amore per i classici del passato – in mostra i film dei giganti del western, da John Ford a Anthony Mann – e rivelano un gusto per l’architettura e l’arte figurativa che ritroviamo nella costruzione delle scenografie e delle inquadrature, dai campi lunghi dei paesaggi metafisici suggeriti da De Chirico, all’esplicita citazione dell’opera Love di Robert Indiana, straordinario simbolo, in C’era una volta in America, di un inequivocabile salto in un’epoca nuova. Per Leone la fiaba è il cinema. Il desiderio di raccontare i miti (il West, la Rivoluzione, l’America) utilizzando la memoria del cinema e la libertà della fiaba, entra però sempre in conflitto con la sua cultura di italiano che ha conosciuto la guerra e attraversato la stagione neorealista. A partire da Per qualche dollaro in più Leone può permettersi di assecondare la sua fascinazione per il passato e la sua ossessione documentaria per il mito curando ogni minimo dettaglio. Perché una favola cinematografica, per funzionare, deve convincere gli spettatori che quello che vedono stia accadendo realmente (la cosiddetta sospensione dell'incredulità).

Grazie ai preziosi materiali d’archivio della famiglia Leone e di Unidis Jolly Film i visitatori entreranno nello studio di Sergio Leone, dove nascevano le idee per il suo cinema, con i suoi cimeli personali e la sua libreria, per poi immergersi nei suoi film attraverso modellini, scenografie, bozzetti, costumi, oggetti di scena, sequenze indimenticabili e una costellazione di magnifiche fotografie, quelle di un maestro del set come Angelo Novi, che ha seguito tutto il lavoro di Sergio Leone a partire da C’era una volta il West.

Seguendo queste tracce, la mostra C’era una volta Sergio Leone sarà quindi suddivisa in diverse sezioni: Cittadino del cinema, Le fonti dell’immaginario, Laboratorio Leone, C’era una volta in America, Leningrado e oltre, dedicata all’ultimo progetto incompiuto, L’eredità Leone. Sarà inoltre pubblicato dalle Edizioni Cineteca di Bologna il volume La rivoluzione Sergio Leone, a cura di Christopher Frayling e Gian Luca Farinelli. 

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