Il diritto di opporsi, la recensione: non basta una storia forte a salvare un film debole

Michael B. Jordan e Jamie Foxx sono protagonisti di un legal drama che racconta una verità più agghiacciante della pena capitale: quella della comunità afroamericana in Alabama.

Warner Bros Jamie Foxx

Vi assumereste la responsabilità di togliere la vita a un uomo, nel contesto della legge, sapendo che c'è una possibilità su nove che non abbia commesso il crimine per cui è stato condannato a morte? Non è una domanda semplice, così come non è facile vivere con la consapevolezza che sono questi i numeri delle più recenti indagini svolte tra quanti vengono giustiziati ogni anno nelle carceri con annesso braccio della morte negli Stati Uniti.

Gli studi ci raccontano che tra quanti finiscono sulla sedia elettrica c'è una netta prevalenza di afroamericani, che spesso hanno un basso grado di istruzione, vengono da contesti di povertà e hanno una difesa d'ufficio tutt'altro che all'altezza di un paese democratico. Su nove condannati giustiziati, di uno viene dimostrata l'innocenza oltre ogni ragionevole dubbio, ma a posteriori, solo quando è già finito sotto terra.

È un'informazione agghiacciante, una delle tante che scorrono sui titoli di coda di Il diritto di opporsi. I dati raccontano una realtà giudiziaria che, quando vista da vicino, perde quel minimo di parvenza egalitaria residua. Umanamente la storia di Bryan Stevenson è così esemplare da essere necessaria, bellissima nella sua crudezza. Il cinema però, pur avendo spesso una funzione sociale, non è un dovere civico. Per questo motivo film come Il diritto di opporsi (Just Mercy) devono trovare il modo non solo di raccontare una storia vera, ma anche di farlo in maniera cinematograficamente brillante. Innanzitutto perché, come è noto, il cinema è business e attirare gli spettatori paganti è una priorità da non sottovalutare nell'economia realizzativa di un titolo.

Warner BrosIl corridoio del braccio della morte
Il diritto di opporsi spiega come a regnare nel braccio della morte sia innanzitutto l'ingiustizia

Inoltre un film non dovrebbe essere solo un mezzo per veicolare una storia, ma anche lo strumento attraverso cui renderla memorabile e ancor più rilevante. Il diritto di opporsi dal punto di vista cinematografico fallisce la sua missione, anzi: spesso è solo la forza della storia che racconta a tenerlo in piedi. Una storia annacquata da una confezione narrativa così stereotipata da risultare banalizzante. 

Colpevoli d'innocenza

A colpire di questa storia è la sua cronologia: se non ci venisse detto che ci troviamo in Alabama nel 1987, sembrerebbe di stare in uno stato schiavista poco dopo la guerra civile americana. D'altronde la "sweet home" Alabama sembra essere luogo dolce solo per chi è caucasico, come molti stati dell'ex Confederazione. Un afroamericano sa di essere in pericolo per il semplice motivo di trovarsi lì: mentre guida, mentre una pattuglia della stradale lo ferma, mentre intrattiene rapporti con la popolazione bianca. Questo rende il gesto di Bryan (Michael B. Jordan) ancora più esemplare. Fresco di laurea in legge ad Harvard, si lascia alle spalle la possibilità di una brillante carriera per trasferirsi in Alabama e lavorare a un programma statale per garantire assistenza legale ai più poveri. Un precedente stage infatti lo avevo portato a confrontarsi con ragazzi con il suo stesso background, finito nel braccio della morte solo perché nato in una città e in uno stato differenti dal suo. 

Non è una questione di innocenza o colpevolezza, non solo. Il diritto di opporsi racconta come il sistema sia disegnato per lasciare i poveri e gli emarginati in una situazione di costante pericolo. Ci sentiamo tutti nel braccio della morte, dice una bambina nera a un certo punto del film e in un certo senso è così. Lo stesso Bryan, per il solo fatto di aver scelto di lavorare lì, subisce una serie di soprusi e situazioni umilianti, quando non minacce verbali e fisiche. A spronarlo è la situazione drammatica dei detenuti che assiste.

Warner BrosJamie Foxx in Il diritto di opporsi
Nonostante l'ottimo cast, Il diritto di opporsi non riesce a far brillare le sue star

C'è un veterano del Vietnam così disturbato psicologicamente dall'aver ucciso una bambina con un ordigno. Ancora malato, è travolto dal rimorso e condannato in primis dalla mancata assistenza medica che il suo Paese gli ha negato dopo averlo mandato in guerra. Ci sono uomini neri arrestati per aver commesso piccoli reati e poi incastrati per omicidi e colpe ben più grandi. Infine c'è Johnny D., il coprotagonista interpretato da Jamie Foxx. La sua colpa sembra essere principalmente quella di aver tradito sua moglie con una donna bianca. L'uomo, accusato di aver ucciso una ragazzina, ha subito un processo sommario e grottesco, finendo nel braccio della morte. Bryan dovrà combattere innanzitutto con la sua sfiducia, anche solo per presentare un'istanza di appello. La vicenda processuale che ne scaturisce ha dell'inverosimile per durata ed esito, che lo spettatore scoprirà in un crescendo di tensione.

Il vero miglio verde

Dal 1987 ad oggi sono stati 140 gli uomini che sono stati liberati dal carcere grazie all'assistenza di Bryan e della sua associazione. Prima nessuno era mai uscito dal braccio della morte in Alabama, almeno non da vivo. Il diritto di opporsi racconta anche l'America bianca: quella decisa a lasciare un uomo nero dietro le spalle, anche contro ogni evidenza d'innocenza, come se la colpa da scontare fosse il colore della pelle. Come viene ribadito nel film,

ci sono uomini che l'unica divisa che vogliono vedere addosso a un nero è quella da carcerato. 

La storia è importante ed encomiabile. Il film però non riesce a sfruttarne appieno la drammaticità, raccontandola esattamente come ci aspetteremmo che faccia, con una serie di banalizzazioni descrittive abbastanza inconcludenti. Più che mostrarci la gravità della situazione, ce la spiega verbalmente. Come avvenuto in Green Book, si sente persino in dovere di pararsi le spalle con il personaggio bianco che riabilita l'onore dei poliziotti e con la presenza di Brie Larson nei panni dell'assistente del protagonista, personaggio che risulta pretestuoso e irrilevante ai fini della storia.

Warner BrosBryan e la famiglia di Johnny D
Il diritto di opporsi racconta il pericolo di essere afroamericani in alcuni stati americani

Il crescendo legale del film è privo di mordente e a tratti la storia sembra frutto di un'esagerazione hollywoodiana e non della drammatica realtà. Il regista Destin Daniel Cretton fa delle scelte così convenzionali nel raccontarcela da finire per accostarla a film ben più ordinari e del tutto fittizi. Anche il ritratto senza macchia e senza paura che dà del protagonista manca di renderlo veramente incisivo, umano. È una storia di cui cogliamo subito l'intento educativo e morale, ma che umanamente trasmette pochissimo; dato l'argomento, è paradossale. A suo modo, una narrazione fittizia come Il miglio verde ha contribuito molto di più ad aumentare la consapevolezza della gente rispetto a questa grave ingiustizia statunitense. Il diritto di opporsi manca questo obiettivo, risultando incolore, noioso e dimenticabile. 

Gli unici punti a suo favore sono la storia stessa - che avrebbe meritato una trattazione documentaristica o ben altro film - e la grande prova attoriale di Rafe Spall, che dimostra come il vero discrimine alla base di tutto, oltre al razzismo, sia ancora una volta la ricchezza. Il suo personaggio del prigioniero bianco sfigurato e minacciato rischia di rubare la scena a tutto il resto, nei pochi minuti a lui riservati per brillare. 

Il diritto di opporsi sarà nelle sale italiane a partire dal 30 gennaio 2020

Voto 5/10

Una storia che vale la pena di conoscere risulta banale e quasi noiosa perché il film che la racconta è incapace di trasmetterne la forza utilizzando la potenza visiva e narrativa del cinema.

Elisa Giudici

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