Dolittle, la recensione: perché il ritorno di Robert Downey Jr. post Marvel è un flop

Universal Pictures Robert Downey Jr.

Smessa l'armatura di Iron Man, Robert Downey Jr. torna al cinema con un nuovo personaggio con ambizioni di franchise, ma il risultato è disastroso. Non per colpa sua. La recensione di Dolittle.

Non deve essere un periodo rilassante per le alte sfere di Universal. Lo studios infatti nelle ultime settimane è incappato in due grossi flop al botteghino, finendo il 2019 e cominciando il 2020 con molte difficoltà a intercettare i gusti del pubblico. Prima c'è stato il clamoroso caso di Cats, il nuovo film di Tom Hopper che ha suscitato una certa curiosità dopo essere stato letteralmente massacrato dalla critica. A poche ore dall'uscita statunitense si è scatenata una corsa stilistica tra i recensori a chi trovava la battuta più pungente o il gioco di parole più tagliente per descrivere quanto il film basato sul celebre musical felino fosse sfuggito di mano ai suoi creatori.

Per un bizzarro capriccio del destino, proprio in queste ore Cats sta registrando parecchi sold out nelle proiezioni dedicate che consentono al pubblico di travestirsi, cantare e interagire con il film, come se fosse un'esperienza partecipata e collettiva, in puro stile sing-a-long. 

UniversalRobert Downey Jr. nei panni di Dolittle
Se Dolittle non funziona, la colpa non è di Robert Downey Jr.

L'altro passo falso di Universal è stato Dolittle, che ha iniziato la sua corsa al botteghino con pessimi risultati negli Stati Uniti. Il film era uno dei titoli di punta di gennaio ed era riuscito a far parlare di sé perché ha come protagonista un Robert Downey Jr. all'indomani dell'addio a Iron Man/Tony Stark, il personaggio che gli ha donato una seconda giovinezza cinematografica. Dolittle è un ben misero ritorno ma, a ben vedere, la colpa non è del suo attore protagonista. A mancargli intorno è tutto il resto: una sceneggiatura solida e convincente, personaggi accattivanti, un carisma unico e qualche idea nuova. 

Il franchise con i piedi d'argilla

Alle volte una pellicola sfugge di mano a chi la realizza e produce quasi inconsapevolmente: si fanno tutte le scelte migliori e si prende ogni precauzione del caso, ma il tono finale della vicenda vira in una direzione che compromette il risultato. Non è il caso di Dolittle, un film che sin da subito si presenta al suo pubblico come un titolo con ambizioni di franchise.

Dai titoli di testa animati apprendiamo che il dottore che sa parlare con gli animali ha perso l'amata moglie Lily 7 anni prima e da allora si è rintanato nella tenuta a lui donata dalla regina, evitando il contatto con le altre persone. L'improvvisa malattia della sovrana e la richiesta del giovane e sensibile Tommy (Harry Collett) di prenderlo come apprendista lo costringeranno a uscire dal suo isolamento, intraprendendo un lungo viaggio avventuroso per trovare un frutto leggendario che salvi la vita alla regina. 

Sulla carta c'è tutto: un grande attore protagonista che ha un rapporto idilliaco con il pubblico, un paio di grandi star nel ruolo dei cattivi (Michael Sheen e Antonio Banderas, due villain ironici che un film come questo non si merita) e una miriade di nomi importanti (Octavia Butler, Tom Holland, John Cena e tanti altri) in sala di doppiaggio, per dare la voce ai comprimari animali. Anche nel cast tecnico non mancano nomi di pregio: Guillermo Navarro che esce dai suoi film in penombra per realizzare una fotografia colorata e solare, Danny Elfman che firma le musiche. 

UniversalAntonio Banderas
Antonio Banderas interpreta un cattivo ironico e romantico di cui il film non sa che fare

L'errore di Universal è stato quello di credere che bastasse mettere insieme questi grandi nomi per portare a casa l'operazione, anzi: per avviare un franchise. Mancano sin da subito due elementi fondamentali a Dolittle, due di quelli che hanno sancito il successo del precedente Sherlock Holmes: una sceneggiatura solida e una regia molto carismatica. Che Dolittle guardi al film di Sherlock Holmes è abbastanza palese: arruola lo stesso protagonista, si posiziona nello stesso periodo storico inglese, puntando su costumi e ambientazioni similmente vittoriane.

Anzi, è probabile che il personaggio del dottor John Dolittle - nato dalla penna di Hugh Lofting, che lo rese famoso grazie a una serie fortunata di libri per bambini - sia stato scelto proprio perché riproponeva elementi simili a Sherlock Holmes, ma destinati a un pubblico più giovane. Dovessi azzardare un'ipotesi, direi che l'intenzione era quella di tentare di realizzare una via di mezzo tra due successi come Sherlock Holmes e Paddington. 

Dolittle guarda a Sherlock e Paddington

Anche impegnandosi, Stephen Gaghan non ha davvero nulla di Guy Ritchie, la cui carismatica regia si è rivelata un elemento cruciale del successo di Robert Downey Jr. nei panni del detective. Lo stile adrenalitico e graffiante di Ritchie è così peculiare che a volte fatica persino lui a non sembrare la scopiazzatura di sé stesso. Gaghan al contrario riesce a centrare solo un paio di transizioni interessanti (il passaggio dal naufragio vero al quadro di Turner) ma sono pagliuzze dorate in un mare di mediocrità. Né lui né Robert Downey Jr. possono fare affidamento sulla sceneggiatura, anzi: è quasi penoso vederli alle prese con il tentativo di far funzionare passaggi abbastanza imbarazzanti della storia. 

Alle volte il problema è tonale: nella prima scena in cui Robert Downey Jr. parla con gli animali e ancora non percepiamo la "traduzione umana", sentendolo imitare i versi degli animali, il risultato è imbarazzante. È una questione di azzeccare il modo giusto per rappresentare una scena che può essere molto divertente o ridicola: il film non riesce a non ricadere nella seconda sfumatura. Può succedere.

Di fronte a un certo umorismo prosaico e mal gestito a base di peti dragonici e "pinne medie" levate dalle balene contro la marina inglese, è impossibile chiedere ad attori e regista di salvare il salvabile. Michael Sheen e Antonio Banderas ci mettono davvero del loro e, se il film avesse un minimo di slancio, lo avrebbero potuto salvare. Intorno però non c'è nulla: la storia è senza mordente, prevedibile, bambinesca e qua e là costringe Robert Downey Jr. a diventare la versione peggiorativa del suo Sherlock, senza possibilità di sviluppare un suo Dolittle. 

UniversalMichael Sheen è il cattivo di Dolittle
Michael Sheen interpreta un villain ridicolo che il film fatica a gestire

Niente paura: non sarà certo un intoppo per strada a fermare Robert Downey Jr., un attore e un uomo che già in passato ha saputo riprendersi da pessime scelte attoriali. L'importante è che Universal impari la lezione: per tirare fuori un franchise dal cilindro, non basta cercare la cosa più simile ai suoi predecessori e portarla su schermo con un manipolo di star. Bisogna impegnarsi e fare le cose per bene. 

Dolittle è nelle sale italiane dal 30 gennaio 2020.  

Voto 4,5/10

Non basta guardare a franchise di successo e arruolare un gruppo di star per conquistare il pubblico: Robert Downey Jr. non può salvare un film com una sceneggiatura e una regia disastrose.

Elisa Giudici

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