L'hotel degli amori smarriti, la recensione: l'amore è l'oppio degli innamorati

Jean Louis Fernandez Chiara Mastroianni in L'hotel degli amori smarriti

Chiara Mastroianni è l'eroina anticonvenzionale e vagamente anaffettiva di una commedia antiromantica pronta a dare un sonoro schiaffo al passato e a certe visioni stereotipate dell'amore. La recensione di L'hotel degli amori smarriti.

Fai pace col cervello è una frase ricorrente in L'hotel degli amori smarriti, il nuovo film del regista francese Christophe Honoré che vede per protagonista Chiara Mastroianni. È al suo personaggio che a più riprese vari protagonisti della sua vita presente e dei suoi amori passati chiedono di prendere una decisione chiara, di scendere a patti con la razionalità che l'ha portata a vivere l'intensa, burrascosa notte al centro del film. Il problema di Maria, una docente universitaria di legge, è quello di essere estremamente analitica e razionale, anche e soprattutto nelle questioni amorose. 

Quando il marito Richard (Benjamin Biolay) scopre per caso l'ennesimo tradimento che lei gli ha taciuto, la sua reazione ancora una volta è dettata dal cervello e non dal cuore. Non invoca perdono, non piange, non torna in ginocchio da lui, anzi. Maria si stupisce che il marito se la prenda tanto, che per lui un tradimento ogni tanto non sia un dato di fatto, un ingrediente fondamentale del loro solido matrimonio, che si è sviluppato senza intoppi e senza figli negli ultimi 20 anni. Richard è devastato dalla notizia, ma ad andarsene è lei, sbattendo la porta.

Maria infatti ha un disperato bisogno di fare pace con il suo cervello, di rileggere il suo matrimonio da un punto di vista esterno e analitico, privo di routine e di pregiudizi. Non va molto lontano: decide di passare la notte nel hotel che si trova di fronte alla casa della coppia, sopra un cinema (nel cui cartellone scorgiamo più volte Grazie a dio di François Ozon). Dalle finestre della camera 212 si vedono chiaramente quelle di casa sua e dentro il marito che si dispera e si strugge. 

Jean Louis FernandezMaria fuma con Iréne e Richard
Fantasmi del passato e dubbi del presente popolano la camera 212

In questi primi 10 minuti si esaurisce la visione strettamente reale e realistica di Chambre 212. La strada innevata dove sono posizionati l'appartamento, l'hotel e il cinema si trasforma in un modellino, mentre marito e moglie si guardano negli occhi, ai due lati dello stesso. Non è una novità per chi conosce i precedenti lavori di Christophe Honoré ma può essere straniante per chi si aspetta una commedia romantica "semplice". L'hotel degli amori smarriti può anzi diventare uno schiaffo per chi crede nel romanticismo e si aspetta che un film sull'amore alla fine rassicuri lo spettatore sulla sua valenza eterna. 

L'amore razionale 

Christophe Honoré non azzecca sempre i film e forse non ne ha mai portato a casa uno senza sbavature, però è uno di quegli autori in grado di essere sempre imprevedibile. Vedere i suoi film rende per contrapposizione pellicole simili curate da altri cineasti banali nel loro scegliere la strada più semplice, scontata. Honoré e i suoi protagonisti al contrario riescono a individuare con precisione chirurgica quel sentiero che la maggior parte degli spettatori (degli innamorati?) nemmeno prende in considerazione. 

Con una messa in scena che prende a piene mani dal mondo del teatro per utilizzo degli spazi chiusi, recitazione dialogata e simboli, L'hotel degli amori smarriti seguirà Maria in un'auto analisi spietatissima, appena mitigata dall'atmosfera romantica e giocosa del film. La donna si ritrova ad essere tormentata dai fantasmi del passato, a partire da un giovane Richard (un Vincent Lacoste tenero e ironico al punto giusto) che tenta di sedurla. Maria si rende conto di essere ancora innamorata del marito, ma della versione giovane di lui: più bella, più focosa, più tenera e spregiudicata insieme.

Jean Louis FernandezVincent Lacoste e Chiara Mastroianni in Hotel degli amori smarriti
Vincent Lacoste è perfetto nel ruolo di tenero tentatore innamorato

La stanza 212 si fa affollata man mano che i suoi amanti passati e presenti irrompono .Non può che essere una pellicola francese quella in cui gli uomini affollano la scena raccontando gusti e preferenze sessuali della protagonista senza che il film esprima un giudizio di merito. 

Ci pensano i fantasmi della madre e della nonna di Maria a dare voce a un atavico senso di colpa e di pudore, che la donna liquida con una frase da segnarsi e tirar fuori al momento giusto: 

esiste un numero di uomini sopra o sotto cui sei una santa o una zoccola? 

Chi è davvero santo, almeno nel senso romantico del termine, è Richard, che non ha mai tradito Maria. In questa resa dei conti notturna va a fargli visita il suo grande amore dell'adolescenza, la donna che lo ha iniziato ai piaceri dell'amore e che Richard ha lasciato per sposarsi con Maria. La bella Irène (Camille Cottin) ancora aspetta il suo allievo di un tempo. Dall'Eliseo al cinema, il rapporto d'amore vagamente licenzioso tra insegnante e allievo minorenne continua ad essere una costante culturale francese.

Jean Louis FernandezBenjamin Biolay è Richard
Benjamin Biolay riesce a raccontare un uomo distrutto senza diventare patetico

Irène è ancora innamorata di Richard, che non è cambiato nel suo animo, ma solo nel fisico. L'uomo però sembra essere ancora innamorato della moglie, che dall'altra parte della strada riceve la visita del suo spirito d'iniziativa, interpretato da un alter ego di Charles Aznavour. Spirito che, insieme alla sua estrema mancanza di sentimentalismo e alla sua pragmaticità, sembra stare alla base della filosofia da ogni lasciata è persa di Maria. 

Il più anafettivo dei registi romantici è Christophe Honoré

Che fare dunque? Tornare col marito, rimanere da sola? Seguita dal giovane Richard e da Iréne, Maria arriverà a fare chiarezza e prendere finalmente una decisione. Non è un risultato completamente inaspettato per un film di Christophe Honoré, il più anaffettivo dei registi romantici. Spesso i suoi lungometraggi tentano di approcciare con la testa le questioni di cuore, dal punto di vista di chi si lascia amare rispetto a chi ama disperatamente. Non fa eccezione L'hotel degli amori smarriti, moderatamente divertente, spesso spiazzante, capace di coronare in un finale all'altezza delle premesse. 

Di certo quello di Christophe Honoré è un film autenticamente francese per come affronta di petto tematiche come il sesso e l'amore, ma anche Oltralpe si faticano a trovare registi che scelgano di prendere le parti di chi tradisce, di chi lascia, di chi riesce ad essere tanto spietato con sé stesso da tagliare i ponti con il passato, anche a costo di ritrovarsi solo. Il personaggio di Chiara Mastroianni, vincitrice di categoria per la sua interpretazione a Cannes, è splendidamente anticonvenzionale: l'attrice italiana sa infondere la giusta dose di malinconia e pragmaticità a un personaggio sempre a rischio di diventare odioso. 

Jean Louis FernandezCamille Cottin è Iréne
Iréne è l'altro polo magnetico di un film con strepitosi personaggi femminili

Il punto di vista di Christophe Honoré è chiarissimo e ha una coerenza interna indistruttibile. A livello di sceneggiatura forse al film manca qualcosa da dire nella parte centrale, ma come riesca pian piano a tirare una linea tra Maria e il duo Richard (giovane e vecchio) e Iréne denota un talento non comune nella scrittura. Di fatto il film fotografa il momento in cui Maria esce dal gruppo di coloro che vivono l'amore come qualcosa che ha origine nella memoria, l'emanazione presente di un sentimento passato. Maria dice di voler star da sola e mai affermazione fu più vera: a uno a uno affronta a scarta i fantasmi del passato e ritorna ancora al presente. 

È l'unica ad accogliere davvero il consiglio della Iréne del futuro, che sostiene: 

Pensi di aver perso il meglio? Che errore. 

Maria è un personaggio titanico per come riesca a decidere di dare al presente una chance vera, senza condizionamenti. La morale finale è durissima per il romanticismo e rende quasi farsesche le tonalità e le parole di una hit sentimentale come Could It Be Magic di Barry Manilow, che suona su vinile mentre Maria chiude la porta al suo ultimo fantasma e decide cosa fare. L'hotel degli amori smarriti illumina il romanticismo rivelandolo come illusione, oppio degli innamorati, incapacità di lasciarsi dietro memorie e occasioni perdute. La fedeltà è un cieco illudersi e una menzogna verso sé stessi. È una conclusione potente, in cui a perdere è chi crede fermamente nell'amore ed è incapace di risvegliarsi dalle sue illusioni. Maria invece riacchiappa il presente, il qui e l'ora. 

Dentro la camera 212 è lei la vincitrice, la vera forza del film. Al cinema non capita spesso di vedere un personaggio femminile così razionale, sincero e capace di essere sincero con sé stesso: di certo questo è il traguardo più importante del film, l'elemento che lo rende memorabile. Non sono però così sicura non ci sia un certo pregiudizio a viziare tutta la pellicola. Dietro la porta che Maria si chiude alle spalle e a quell'ultimo abbraccio ci sono davvero solo memorie passate e illusioni? Forse al centro del film oltre all'irrazionale capacità di amarla delle figure del suo passato dovrebbe esserci la domanda regina: Maria è mai stata disposta ad amare in prima persona qualcuno che non fosse sé stessa?

L'hotel degli amori smarriti arriverà nelle sale italiane dal 20 febbraio 2020.

Voto 7/10

Honoré scrive grandi storie d'amore e strepitosi personaggi femminili: anche stavolta non tutto va per il verso giusto, ma è catartico vedere Chiara Mastroianni distruggere il romanticismo.

Elisa Giudici

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