Lost Girls, la recensione: una madre combatte contro il serial killer di Long Island nel film Netflix

Netflix La madre protagonista di Lost Girls

La drammatica storia vera del serial killer di Long Island diventa un thriller con protagonista una madre coraggio che davvero non ti aspetti, interpretata da un'ottima Amy Ryan: la recensione di Lost Girls.

C'è un'America profondamente disperata e plumbea, popolata da perdenti e dove le vittime sono ancora una volta le donne: le madri, le sorelle e le figlie. Per una volta non va cercata nelle immense distese di prateria e fanatismo religioso tra la costa est e la costa ovest. L'insoluto mistero americano (così come da incipit del film) raccontato da Lost Girls è una storia vera consumatasi a partire dal 2010 a Ellensville, cittadina di meno di 5000 anime nello stato di New York, a 150 chilometri dalla capitale economica degli Stati Uniti. 

Quella del serial killer di Long Island è una drammatica storia vera in cui s'intreccia tutto il peggio della società statunitense contemporanea, ma soprattutto tutto ciò che viene accuratamente silenziato e a cui spesso solo il cinema e la letteratura danno voce. Sui media sembra solo l'ennesima storia di cronaca nera con protagoniste un gruppo di prostitute finite male. Nel film di Lost Girls la domanda principale è proprio da dove vengano queste giovani donne che si vendono e spesso si mettono in pericolo: qual è il loro contesto sociale, dove sono le loro famiglie, quale identità viene sistematicamente loro negata dai giornali e dalle TV quando parlano dell'ammazzatina di una squillo e del ritrovamento dei suoi resti?

NetflixMari pinza un volantina su una staccionata
Amy Ryan ritrova sé stessa in Lost Girls dopo alcuni anni senza grandi performance

Il film di Liz Garbus ha il grande merito di raccontare l'umanità senza giustizia dietro questo fattaccio di cronaca, con grande empatia ma senza mai cedere al pietismo. 

  • Sì, il film di Netflix ricostruisce l'indagine sugli omicidi del serial killer di Long Island, iniziata nel 2010 con la scomparsa di Shannan Gilbert. 

    A seguito delle pressioni della madre di Shannan Mari, nelle successive indagini sono stati ritrovati 4 corpi di prostitute. Un anno dopo la polizia ha dragato il terreno paludoso nei pressi di Oak Beach, teatro dei primi ritrovamenti, rinvenendo i resti di Shannan e di una decina di altre vittime, tutte di sesso femminile. 

Lost Girls: storia delle ragazze perdute in un America indifferente

Quella di Garbus non è un'idea nuova e anzi, la sua pellicola sembra rifarsi esplicitamente a film precedenti che raccontavano storie con gli stessi elementi di solitudine e violenza negli Stati meno Uniti che mai. La palette cromatica plumbea, la musica rarefatta e una certa ruvidezza caratteriale dei protagonisti s'inseriscono appieno in uno spettro visivo e tonale che va dallo splendido Winter's Bone (il film che lanciò una giovanissima Jennifer Lawrence) fino a Prisoners di Denis Villeneuve. La regista del thriller Netflix non s'inventa nulla insomma, ma dalla sua ha la forza di una storia vera e di un film che, quietamente, lancia un fortissimo atto d'accusa al sistema giudiziario e sociale statunitense. 

Quella narrata nel film sembra una storia di degrado come tante. Shannan, la giovane figlia di Mari che si è trasferita a New York, salta per l'ennesima volta la visita alla famiglia ad Ellenville. La madre, divisa tra due lavori che non bastano a pagare le bollette e due figlie adolescenti (di cui una con evidenti problemi psicologici), ha giusto il tempo di rammaricarsi senza darlo a vedere. Shannan è la sua figlia prediletta a cui è pronta a perdonare tanto, anche perché sono i suoi soldi a mandare avanti la famiglia. Quando però la figlia minore Sherre le fa notare che il comportamento di Shannan è anomalo, la madre comincia a preoccuparsi. 

NetflixMari e le figlie superstiti in una scena di Lost Girls
Lost Girls racconta le donne a cui l'America nega giustizia, prima e dopo la loro morte

Inizia così un'odissea che rende ancor più travagliata la vita già difficile della famiglia Gilbert. Un nucleo familiare tutto al femminile, in un film diretto da una donna che guarda senza ingentilimenti alla vita delle madri d'America. La ricerca di Shannan, iniziata con enorme ritardo e incompetenza dalla polizia e solo su pressione della madre perennemente sul piede di guerra, porta a una piccola comunità esclusiva che affaccia sul Oak Beach e al ritrovamento di quattro cadaveri sulla spiaggia.

Nonostante il disinteresse della polizia (non si parla mai di investigare nel linguaggio del film, bensì di gestire la situazione, contenerla, evitare i media parlino di un serial killer) una traccia c'è: i cadaveri appartengono a quattro ragazze scomparse provenienti da mezza America, che avevano tutte un profilo online per pubblicizzare la loro attività di prostitute, che vivevano tutte a New York e dintorni, che sono scomparse dopo essersi recate a Oak Beach. 

Tutti gli elementi sono sul piatto, ma Lost Girls si ritrova a raccontare come non succeda quasi nulla. È l'iniziativa del singolo (e in particolare di Mari) a smuovere ogni tanto le acque, a far venir fuori dettagli rivelatori su cosa possa essere successo alla ragazza che ancora manca all'appello: una chiamata al 911, una giacca, i filmati di sorveglianza, un orecchino, la testimonianza degli abitanti della zona, il nome di un sospettato, una telefonata ambigua. Mari però è tutt'altro che una madre coraggio perfetta e ricorda per certi versi la protagonista di Tre manifesti a Ebbing, Missouri.

NetflixLe famiglie delle vittime pregano insieme in una veglia
In Lost Girls s'intrecciano storie di donne uccide e donne che restano vive, a confrontarsi con i loro errori

Lost Girls racconta la sua lotta per ottenere giustizia per la figlia, ma fa anche luce su come Shannan sia finita a prostituirsi. Mari non è una madre dell'anno, è una donna indurita e talvolta ingiusta, cronicamente sfinita, che in passato ha fatto scelte infelicissime e nel presente ha chiuso gli occhi di fronte a una realtà evidente. 

Nelle paludi della giustizia statinitense

Se non mancano colpe e reticenze, sull'altro piatto della bilancia troviamo una serie di assenze che la dicono lunga sui veri colpevoli. Latitano un marito e padre di tre figlie mai nemmeno nominato, un sistema sanitario e un welfare che lasciano sola una madre con una figlia problematica, lavori con orari e paghe eque. A esserci come una risposta possibile a tanti problemi è una figlia intelligente che da New York fa avere soldi e supporto alla famiglia. Non è solo Mari a trovarsi in questa situazione: il film racconta un gruppo di famiglie accomunate dal barbaro ritrovamento, una serie di madri e sorelle che come Mari hanno tantissimo da rimproverarsi e altrettanti elementi a loro discolpa. 

Quella tratteggiata con pacatezza da Lost Girls è un'America che mette in croce le vittime, bollandole come prostitute e negando loro attenzione e dignità. Il film invece è molto efficace nel spiegare come la loro condizione di lavoratrici del sesso non sia una colpa, ma il risultato di una società che ha fallito nei confronti delle sue donne, che le costringe ad esporsi a pericoli (e si aspetta che le loro famiglie chiudano gli occhi in merito) per poter sopravvivere, senza nemmeno dare loro la parvenza di una giustizia. L'unico ruolo maschile di rilievo del film lo ricopre Gabriel Byrne, nei panni di un detective di polizia con un passato chiaroscuro, dispiaciuto per la madre di Shannon ma impegnato a contenere lo scandalo, tenendo duro per gli ultimi mesi prima della pensione. 

Gli aspetti più interessanti di Lost Girl sono quelli taciuti, che proprio per come rimangono sotto silenzio risultano più evidenti. Le risposte sulla scomparsa di Shannon - che arrivano poco e male - sembrano chiuse in una comunità esclusiva e segregata di famiglie ricche, il cui motto è "sii gentile o vattene". Il denaro dà il potere di silenziare ogni richiesta di giustizia. Al film non serve per lasciar intuire connivenze e perversioni nascoste tra le quattro case per bene a pochi passi da un terreno paludoso in cui nessuno sembra aver fretta di cercare una soluzione. 

Rischiarato dalla luce crepuscolare dell'interpretazione tesissima di un'Amy Ryan davvero informa, affiancata da una Thomasin McKenzie già vista in Jojo Rabbit e pronta a diventare una stella di prima fascia, Lost Girls prova che decennio dopo decennio l'America si porta dentro storie di violenza e sopraffazione, messe a tacere con il denaro, la paura, i terreni inaccessibili delle sue enormi vastità. Stavolta non serve un Dio Giallo, un romanzo thriller di partenza o una storia di cronaca d'epoche ormai remote, perché Lost Girls prova come il cuore nero dell'America continui a battere anche nel nuovo millennio. 

Lost Girls è disponibile su Netflix dal 13 marzo 2020 ed è consigliato a tutti gli amanti dei thriller e del genere true crime. Insieme al recente Cattive Acque diretto da Todd Haynes, costituisce un'ottima doppietta per una serata cinematografica alla scoperta del lato oscuro degli Stati Uniti del nuovo millennio. 

Voto 7/10

La forza di una drammatica storia e di un'ottima Amy Ryan trascina Lost Girls, un thriller cupo e pessimista, che racconta quanto sia difficile avere giustizia per le donne negli Stati Uniti.

Elisa Giudici
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