Febbre da cavallo: le curiosità sul film di Steno con Gigi Proietti ed Enrico Montesano

Febbre da cavallo: dal cast alla sceneggiatura, gli aneddoti sul film del 1976 diretto da Steno e con protagonisti Gigi Proietti ed Enrico Montesano.

Videa Il poster di Febbre da cavallo

"Lo amo perché l'ho scritto insieme a mio padre, che da regista ha azzeccato in pieno tutti gli attori, ha azzeccato il tono del racconto, il ritmo, l'ambientazione scenografica, i costumi, la scelta della musica, riuscendo a realizzare un piccolo capolavoro-verità sul mondo degli scommettitori". Febbre da cavallo occupa un posto speciale tra i ricordi di Enrico Vanzina, sceneggiatore della mitica commedia anni '70 diretta da suo padre, Steno.

Quell'essere legato al cult con Gigi Proietti ed Enrico Montesano si spiega non solamente per questioni affettive ("padre regista / figlio sceneggiatore", un privilegio concesso a pochissimi nel cinema) ma anche per la particolare natura del film, istantanea caciarona di una romanità oggi perduta. "Lo amo - il Vanzina pensiero - perché è una vera commedia di costume senza essere un film presuntuoso, bensì un prodotto semplice e onesto". Soprattutto, l'Enrico dei tanti cinepanettoni assieme al fratello Carlo ama Febbre da cavallo perché la gente lo ama, tanto da conoscerne le battute a memoria. Un riconoscimento, questo, che ad uno sceneggiatore procura forse più soddisfazione di un premio a qualche Festival.

La storia di Febbre da cavallo è quella di un soggetto iniziale - adatto per un film di denuncia - poi completamente stravolto. Avrebbe dovuto girarlo Nanni Loy, finì invece nelle mani di Steno, che incaricò il figlio Enrico - frequentatore di ippodromi - di revisionare la prima stesura dello script ad opera di Alfredo Giannetti. L'intuizione, poi messa a punto, era quella di trasformare un film amaro in una farsa, prendendo come modello le commedie chiassose degli anni '50 ricche di caratteristi.

E in effetti il film è proprio questo, una farsa coloratissima e vivace sul mondo delle scommesse, una commedia di costume veloce ed esuberante su una febbre del gioco che non fa distinzione di classe. Si ride tantissimo, grazie a gag improvvisate (una su tutte, il carosello del whisky maschio) e soluzioni geniali che pescano nella tradizione della commedia dell'arte.

Tutto ciò che presenta nella realtà un'accezione negativa viene con Febbre da cavallo in pratica rovesciato e rivestito di tragicomico. Ci sono le truffe (specie ai danni del macellaio burino Manzotin), i tentativi di combine (quello finale, al Gran premio degli Assi), gli allibratori e le dannazioni di un manipolo di disperati che vivono alla giornata, sperando in un cavallo buono su cui puntare, documentandosi a dovere su riviste di settore.

EIAUna scena del film

Un film per certi versi unico, forse l'ultima grande commedia popolare italiana prima dell'avvento della stagione commerciale di derivazione televisiva che caratterizzò il decennio successivo. Eppure, la storia di Febbre da cavallo è pure quella di una commedia perlopiù snobbata all'epoca dell'uscita. Come testimoniato dall'analisi condotta dal critico Alberto Pallotta nel suo libro del 2001 dal titolo omonimo del film di Steno (edito da Un mondo a parte) e dagli stralci di recensioni del '76 dei quotidiani più importanti, la pellicola sulle gesta di Mandrake, Er Pomata e Felice venne liquidata dai più come una commedia sbrigativa e nemmeno troppo riuscita (tra i detrattori del film, Il Tempo e L'Unità).

Oggi il giudizio pressoché unanime su Febbre da cavallo è quello di un film di culto che ride di un mondo particolarissimo e pittoresco (quello delle corse ippiche) fatto di manie, rituali ed espedienti, popolato (per la maggiore) da incalliti scommettitori e vitelloni col vizio del gioco.

La pellicola offre svariati aneddoti riguardanti il periodo delle riprese, la scelta del cast e il sequel (La mandrakata), uno dei pochi casi italiani di seguiti realizzati a distanza di molti anni risultati comunque godibili, grazie anche alla presenza di un attore sopra la media qual è Proietti.

Le curiosità sul cast di Febbre da cavallo

Il ruolo di Bruno Fioretti detto Mandrake - per via delle innate doti trasformiste - era stato pensato inizialmente per Ugo Tognazzi dal produttore Roberto Infascelli (che propose la parte anche a Vittorio Gassman, il quale però rifiutò) che era rimasto molto colpito dalla prova dell'attore nel capolavoro Amici miei. A pensarci bene, infatti, il personaggio del conte Mascetti, uno capace di dilapidare due patrimoni (il suo e quello della moglie) sperperando tutto in fuoriserie sportive, abiti firmati e donne, sarebbe stato perfetto nell'affresco corale di Febbre da cavallo, ricco di miserabili e squattrinati perdigiorno. Il regista Steno, però, su indicazione del collega Alberto Lattuada, preferì puntare su un giovane e semisconosciuto - almeno sul grande schermo - Luigi Proietti, così accreditato nei titoli di testa. Infascelli dovette arrendersi anche per il ruolo di Pellicci Armando detto Er Pomata (per via della brillantina copiosa sui capelli). Voleva infatti Carlo Verdone ma Steno impose Enrico Montesano, col quale aveva da poco finito di girare L'Italia s'è rotta e che godeva di una grande popolarità a quei tempi. Nello script iniziale, poi, il personaggio di Pomata aveva un ruolo minore nelle vicende raccontate. Furono i Vanzina (padre e figlio) a intuire che Mandrake necessitava non di una spalla bensì di un attore di pari livello, capace di tenere botta nei duetti.

La parte di Felice Roversi, invece, era stata inizialmente affidata a Felice Andreasi. Forse a causa di alcuni tagli alla parte, l'attore rinunciò al film e la produzione contattò Francesco De Rosa. Successivamente venne ingaggiata Catherine Spaak per la parte di Gabriella (ruolo inizialmente pensato per Edwige Fenech, che a sorpresa declinò l'offerta). Adolfo Celi era stato inizialmente considerato per il ruolo dell'avvocato De Marchis ma Steno suggerì a Infascelli di affidargli la parte del giudice (ridotta nella stesura finale), più seria e imponente, e che quindi meglio si adattava al carisma dell'attore, rispetto a quella più goliardica dell'avvocato, che finì a Mario Carotenuto, grande amico di Infascelli.

Febbre da cavallo: gli aneddoti su film e attori

  • Come raccontato nell'intervista a Francesco De Rosa contenuta nel libro "Febbre da cavallo" di Alberto Pallotta, l'attore Mario Carotenuto (l'avvocato De Marchis), durante le riprese della scena del processo, si lanciò di sedere sulla cattedra del giudice e la distrusse, lasciando Adolfo Celi esterrefatto.
  • La scena della corsa per risalire sul treno fu effettivamente girata nel tratto "Roma-Formia-Napoli" che si vede nel film. Furono necessari ben quattro ciak per completarla.
  • La pellicola raggruppa un nutrito gruppo di caratteristi, tra i più famosi del cinema italiano del dopoguerra: dal già citato Mario Carotenuto a Gigi Ballista (il conte Dallara), che molti ricorderanno anche in una zuffa con Nino Manfredi in Straziami ma di baci saziami, fino a Luciano Bonanni (l'infermiere, ruolo che ricoprirà pure in Un sacco bello) ed Ennio Antonelli, colui al quale il film, dopo i tre protagonisti, ha regalato forse la più grande notorietà grazie al personaggio di Otello Rinaldi, al secolo Manzotin.
  • La pellicola presenta nel cast anche la grande caratterista Nerina Montagnani, la mitica Natalina degli spot pubblicitari del caffè Lavazza con protagonista Nino Manfredi girati tra la fine degli anni '70 e la prima metà degli '80.
  • Enrico Montesano e Francesco De Rosa hanno lavorato insieme anche in A me mi piace e Piedipiatti. L'attore, lanciato proprio da Steno con Piedone a Hong Kong, si è suicidato il 2 dicembre 2004 nel silenzio generale. 

Leggi anche

      Cerca