Contagion: 10 cose da sapere sul film di Soderbergh (e il suo legame col Coronavirus)

Dall'origine del virus a Hong Kong alla consulenza di un gruppo di studiosi del CDC (ma davvero sapevano già tutto?), ecco le "profezie" che Soderbergh e il suo sceneggiatore Scott Z. Burns avevano teorizzato nel 2011.

Warner Bros. Anna Jacoby-Heron e Matt Damon in una scena del film Contagion

Canale 5 molla l'intrattenimento leggero e venerdì primo maggio 2020, al posto di Scherzi a parte, decide di programmare Contagion, il "profetico" film di Steven Soderbergh che nel 2011 ha "previsto" una pandemia globale generata da un virus.

Il thriller è introdotto da uno speciale affidato a Nicola Porro: il giornalista ha contratto il Covid-19 ed è guarito dopo due tamponi negativi.

Il conduttore di Quarta Repubblica e vice-direttore del Giornale, secondo il quale "oltre al virus, quello che bisogna veramente sconfiggere è il panico", introduce il film e lancia, al termine della visione, una puntata speciale di Matrix dedicata all'emergenza.

Contagion è stato sceneggiato da Scott Z. Burns con la consulenza di un gruppo di studiosi del CDC, il Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, in Georgia. Ma quali sono i veri legami tra il virus MEV-1 al centro dell'opera e il Coronavirus? Ecco 10 cose da sapere sul film che aveva "avvertito" il mondo intero.

  1. L'origine in Asia
  2. I sintomi
  3. I tentativi di contenimento
  4. Le file per fare la spesa
  5. Il distanziamento sociale
  6. La corsa al vaccino
  7. La mutazione del virus
  8. Le manipolazioni dei media
  9. Il tasso di mortalità
  10. Tutto era già previsto?

L'origine in Asia

Wuhan è la città cinese focolaio dell'infezione da Coronavirus. La Cina è anche al centro del film di Soderbergh, che localizza a Hong Kong l'inizio di tutto: è lì che Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow), la paziente zero, si trova per lavoro e contrae il virus.

Dal "Day 2" il virus si propaga e arriva a colpire Londra, Minneapolis, Chicago, Tokyo, il Guangdong. L'origine geografica asiatica è proprio la stessa.

I sintomi

I sintomi più comuni di Covid-19 sono febbre alta, stanchezza e tosse secca, dolori muscolari e mal di gola. Accade lo stesso in Contagion, dove il MEV-1 è però molto più letale e conduce ad attacchi ischemici ed emorragia cerebrale. Inoltre il contagio si dirama alla velocità della luce.

Nel film, il virus viene inizialmente scambiato per un banale raffreddore: quando Beth è ricoverata in ospedale, il marito Mitch (Matt Damon) scopre sgomento la morte della moglie. Per nostra fortuna, il Coronavirus è molto meno letale del MEV-1 di Contagion.

I tentativi di contenimento

Ciò che stiamo vivendo ora è stato previsto da Soderbergh e Burns: il lockdown e l'isolamento generalizzato, la ricerca spasmodica di mascherine e guanti, il sospetto allarmista che scatta ad ogni colpo di tosse, la corsa ai beni di prima necessità.

Quando le autorità si attivano – l'Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra con la dottoressa Orantes (Marion Cotillard), il CDC di Atlanta con il dottor Cheever (Laurence Fishburne) e la dottoressa Hextall (Jennifer Ehle), l'MHH del Minnesota con la dottoressa Mears (Kate Winslet) – stabiliscono il protocollo della SARS.

È il risultato della volontà di realismo e accuratezza scientifica di Soderbergh, che ha voluto fortemente questo film come una reazione personale all'11 settembre 2001 e alla devastazione provocata dall'uragano Katrina.

Le file per fare la spesa

Quello che vediamo ogni giorno mettendo il naso fuori da casa è stato profetizzato nel film. Soderbergh va oltre, arrivando a raccontare il rapimento della dottoressa Orantes e le minacce che subisce la moglie del dottor Cheever.

Il regista, ovviamente, ha voluto ampliare la discussione per affrontare a viso aperto le pessime condizioni in cui versano i sistemi sanitari nazionali, le contraddizioni della globalizzazione e il collasso del capitalismo.

Il distanziamento sociale

Il dottor Cheever lo ripete allo sfinimento nel corso del film: l'unico rimedio al propagarsi del virus è il "social distancing". Una misura mai così attuale.

In un video-messaggio postato su YouTube, Matt Damon ha ribadito l'importanza di questo comportamento per arginare il contagio: stavolta nella nostra quotidianità.

Questo è un virus che non abbiamo mai visto prima. Ci vorrà tempo perché i nostri corpi, e anche i medici, riescano a capire di che cosa si tratta. Ma quello che stiamo vivendo adesso non è un film: è vita reale. Nessuno di noi può considerarsi al riparo.

La corsa al vaccino

Il MEV-1 del film, come si vede nel finale, è ispirato al Nipah, un virus zoonotico che colpisce i sistemi respiratorio e nervoso. L'epidemia è esplosa in Malesia e Singapore nel 1997 tra gli allevatori di maiali: allora 295 persone sono state contagiate e il tasso di mortalità è stato del 40%.

L'infezione, si legge sul sito dell'Oms, può essere trasmessa da persona a persona e i pipistrelli della frutta ne sono i portatori naturali. Dalla Malesia, il Nipah si è diffuso in India, in Bangladesh e in altri paesi dell'Asia. Ad oggi, non esiste ancora un vaccino per la cura.

Burns ha consultato virologi ed esperti della Columbia University Mailman School of Public Health per la sceneggiatura: il dottor Ian Lipkin, che ha operato in prima linea contro il Nipah, è stato il suo diretto referente. Nel film, la cura si trova grazie alla dottoressa Hextall, che arriva a testare il vaccino su sé stessa.

Ma un altro richiamo all'attualità è nella forsizia, la cura omeopatica che circola nel film. Soderbergh ha raccontato al New York Times che negli Stati Uniti c'è stato un vertiginoso aumento delle vendite di sambuco. Eppure, non ci sono prove di efficacia. Molti medici e ricercatori, invece, ritengono che l'idrossiclorochina e l'eparina funzionano nella cura preventiva al Coronavirus.

La mutazione del virus

Oggi sappiamo che il Coronavirus è già mutato 33 volte da quando è apparso in Cina nel dicembre del 2019. Lo ha rivelato una ricerca pubblicata da Li Lanjuan, una dei più stimati ricercatori cinesi. Ceppi più aggressivi del virus sono stati riscontrati in Europa e a New York.

Anche questo era stato previsto da Contagion: quando l'epidemia scoppia in Africa, il focolaio di Durban presenta un tasso di infezione e letalità diverso da quelli precedenti.

Le manipolazioni dei media

Uno degli elementi sottolineati maggiormente da Scott Z. Burns – che in una recente intervista ha dichiarato che "era solo questione di tempo" prima che quanto previsto si trasformasse in realtà – è il panico dovuto alla disinformazione, che spesso e volentieri produce molti più danni del virus stesso.

L'ambiguo personaggio di Jude Law, il giornalista freelance che propone subito al Chronicle di San Francisco la copertura del caso e comincia a diffondere sul web una verità diversa da quella ufficiale, richiama la tagline del poster ufficiale: "Niente si diffonde come la paura".

I rischi della comunicazione via social e della corsa all'audience, con un'informazione che una recente ricerca della società Barometro riportata da Repubblica ha definito "senza speranza e dai toni apocalittici", fanno il resto. Purtroppo nella realtà, non soltanto sullo schermo.

Il tasso di mortalità

Nel corso di Contagion non viene specificato il numero totale di vittime del MEV-1: l'unico calcolo fatto ritiene che il virus ucciderà il 25-30% delle persone infette.

Nella realtà, gli studi sul remdesivir (l'antivirale prodotto dalla casa farmaceutica Gilead che tende a ridurre il tasso di mortalità dei contagiati dal Coronavirus) sono contrastanti. Ad oggi, quel che sappiamo è che tra inquinamento atmosferico e mortalità per il Covid c'è un legame, come ha sottolineato uno studio pubblicato sulla rivista New Scientist.

Tutto era già previsto?

Nell'intervista a Burns già citata, lo sceneggiatore rivela a Sam Adams di Slate che gli scienziati consultati durante la pre-produzione sapevano che prima o poi la pandemia sarebbe scoppiata.

Si trattava di capire quando ciò che accade nel film sarebbe successo nella realtà, non se prima o poi sarebbe successo. Una delle cose belle che ho imparato facendo le mie ricerche è cosa significa veramente salute pubblica. È un obbligo reciproco. Noi siamo la cura. Possiamo essere la cura. Significa ascoltare i funzionari della sanità pubblica ed essere consapevoli del tuo obbligo verso i tuoi simili.

Come accaduto sullo schermo, potrebbe essere di nuovo Steven Soderbergh a prevedere il futuro: stavolta per salvare il cinema statunitense dal virus.

Il regista, come si legge sul sito della DGA, guida il comitato che la Directors Guild of America ha messo in piedi per far ripartire i set in condizioni di sicurezza e l'intera industry bloccata dal lockdown. Andrà tutto bene?

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