Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima: il legame tra i film (e la storia che li accomuna)

La battaglia di Iwo Jima raccontata da due punti di vista speculari. Ecco cosa c'è dietro uno degli scatti più celebri del Novecento.

Warner Bros. La scena più iconica del film di Eastwood

Cosa racconta Flags of Our Fathers? Una pagina sanguinosa dell'evento più tragico del Novecento? Solo in parte. Il film del 2006 diretto da Clint Eastwood è per di più poco propenso a farsi messaggero di ideali patriottici costruiti attorno al sacrificio dei marines statunitensi nelle fasi conclusive del secondo conflitto mondiale.

Certo, la volontà di rendere omaggio ai caduti c'è, è innegabile, ma il reportage dal campo di battaglia è perlopiù strumento attraverso cui sancire il trionfo del visivo nella comunicazione del XX secolo.

Può l'immagine di una bandiera issata smuovere un'intera nazione? La risposta è sì. E pazienza se ciò che è servito allo scopo propagandistico - una fotografia scattata dal Premio Pulitzer Joe Rosenthal durante la battaglia di Iwo Jima - sia in realtà una rappresentazione artificiosa e parzialmente contraffatta della realtà.

La trama di Flags of Our Fathers

Tratto dall'omonimo libro scritto da James Bradley e Ron Powers, Flags of Our Fathers narra la battaglia di Iwo Jima dal punto di vista dei marines statunitensi. Muovendo dal presente, la pellicola fa luce attraverso dei macro-flashback su quanto accadde tra il febbraio e il marzo 1945 al largo del Giappone.

Il racconto ruota attorno alla celebre fotografia che ritrae cinque marines ed un marinaio nell'esatto momento in cui issano una bandiera statunitense sul monte Suribachi. Uno scatto dalla grande forza evocativa, destinato a simboleggiare la vittoria USA nella Seconda Guerra Mondiale. Lo scrittore James Bradley, figlio di uno degli uomini che alzarono la bandiera americana (l'infermiere della marina John "Doc" Bradley), decide di rintracciare gli altri reduci di quella spedizione militare e chiedere loro come si svolsero i fatti fino al momento della foto. In pratica, scoprire la storia della bandiera a stelle e strisce innalzata su quell'isola fortificata nel Pacifico.

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La realtà che viene a galla, però, è ben diversa da quella celebrata ai tempi. L'uomo, attraverso i racconti degli anziani superstiti, scopre che la foto venne scattata solamente durante il quinto dei quaranta giorni di assedio alle forze di difesa nipponiche. Il dipartimento militare americano che visionò la foto ne intuì l'alto valore simbolico e decise di utilizzare lo scatto in una massiccia campagna di propaganda. Nel giro di pochi giorni, gli uomini protagonisti della foto sul monte Suribachi vennero identificati e riportati in patria. Solo tre di loro erano sopravvissuti: Ira Hayes, Rene Gagnon e, appunto, John "Doc" Bradley. Furono reclutati per un tour in tutti gli States con lo scopo di celebrare la macchina bellica USA e raccogliere fondi nel momento di massima difficoltà economica per il Paese causato proprio dal conflitto.

Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, gemelli diversi di Eastwood

In che rapporto si pongono Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima? In sostanza, sono due punti di vista speculari attraverso cui raccontare il medesimo episodio bellico. Due war movie spogliati di ogni epica, entrambi firmati da Clint Eastwood, che rendono omaggio ai caduti in guerra di entrambi i fronti.

Nel secondo film dedicato ad uno degli episodi della guerra nel Pacifico, il cui soggetto è tratto dal romanzo "Picture Letters from Commander in Chief" di Tadamichi Kuribayashi, la macchina da presa segue da vicino il contingente nipponico agli ordini del generale Tadamichi Kuribayashi (lo interpreta Ken Watanabe), figura chiave della resistenza condotta dalle forze dell'impero.

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Il film, che si apre ai giorni nostri col ritrovamento di una sacca militare a Iwo Jima, fa luce sul destino di quei valorosi combattenti, consapevoli di essere inferiori per numeri e mezzi al nemico statunitense eppure determinata a vendere cara la pelle. Finirà con l'annientamento giapponese, non prima però di un'ultima eroica carica banzai comandata da Kuribayashi.

La storia vera della battaglia di Iwo Jima

La battaglia di Iwo Jima ebbe luogo durante la guerra nel Pacifico nell'omonima isola giapponese tra le forze statunitensi al comando dell'ammiraglio Raymond Spruance e le truppe dell'esercito imperiale giapponese coordinate dal generale Tadamichi Kuribayashi, sostenute da reparti della marina guidati dal contrammiraglio Toshinosuke Ichimaru.

Iwo Jima, situata a circa 700 miglia marine a sud del Giappone e tremila a ovest di Pearl Harbor, la grande base americana delle Hawaii il cui bombardamento da parte degli aerei nipponici, il 7 dicembre 1941, aveva segnato l’inizio della guerra del Pacifico, era un punto strategico nell'architettura del piano offensivo USA, vuoi perché si trovava proprio sulla rotta tra le basi aeree americane nelle Marianne e il territorio metropolitano giapponese (poco a sud di Tokyo) e perché disponeva di due aeroporti, con un terzo in costruzione. L'avamposto avrebbe così assicurato alle truppe americane rifornimenti per i bombardieri e una base d'appoggio da cui far decollare i velivoli per una tratta assai più breve.

L'impero giapponese, intuite le mire statunitensi, potenziò l'isola con oltre 800 postazioni fortificate collegate da una vasta rete di tunnel, un labirinto che univa fortini e casematte, oltre a ricoveri per le truppe che avevano una riserva di viveri per resistere oltre 70 giorni senza bisogno di rifornimenti. Quando il 19 febbraio 1945 il Corpo dei Marine sbarcò sull'isola, oppose una stoica resistenza agli invasori, tanto da prolungare la battaglia fino al 26 marzo 1945, infliggendo agli americani un numero altissimo di perdite in termini di vite umane. Solo il primo giorno, I marines contarono 600 morti e quasi 2mila feriti.

Warner Bros.Una scena del film

La bandiera al centro delle vicende di Flags of Our Fathers venne issata il 23 febbraio all'alba. Come riportato nel bellissimo reportage del Corriere della Sera, una pattuglia di 4 soldati avanzò verso il Suribachi e, raggiunta da una squadra della compagnia del tenente H. G. Schrier, ebbe la meglio sulla difesa giapponese, piantando così la bandiera americana sul vulcano. Ma la presa del monte non fu definitiva: per le successive due settimane squadre di soldati giapponesi attaccarono a sorpresa e ripetutamente gli americani. 

In merito all'autenticità della foto di Iwo Jima, il reporter Joe Rosenthal ha sempre raccontato che:

All'inizio non volevo neppure salire, perché mi avevano detto che la bandiera a stelle e strisce era stata già alzata. Poi, però, decisi di andare lo stesso. Una volta in cima, vidi con la coda dell'occhio che i marines stavano sostituendo la prima bandiera, giudicata troppo piccola, con una più grande. Puntai la macchina e scattai.

L'eroica resistenza giapponese costrinse gli americani ad una guerra di logoramento combattuta su un terreno difficile, perlustrando palmo a palmo un territorio ricco di insidie e crepacci, facendo uso di esplosivi e lanciafiamme, e schivando a più riprese le cariche banzai del nemico (la notte tra l'8 e il 9 marzo avvenne quella più drammatica: 1500 soldati giapponesi si lanciarono in un attacco suicida, solo la metà sopravvisse). Alla fine della battaglia, dei circa 21mila soldati dell'Impero che presidiavano Iwo Jima, soltanto in 1.083 si arresero.

L’ultima carica fu lanciata il 26 marzo con 350 soldati e costrinse gli americani a una lotta corpo a corpo: tutti i giapponesi vennero uccisi. Sempre il 26 marzo, il generale Kuribayashi - sulla cui morte, dovuta a quanto sembra al suicidio, aleggia il mistero, dal momento che il corpo non venne mai ritrovato - lanciò il suo ultimo messaggio radio: “Sono cinque giorni che non tocchiamo cibo e acqua, ma il nostro spirito è ancora alto e combatteremo fino all’ultimo". 

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