Perché Lo Chiamavano Jeeg Robot ha avuto tanto successo?

Emanuela Scarpa / Lucky Red Una scena di Lo Chiamavano Jeeg Robot

Contaminazione di generi, strizzate d'occhio ai cinecomic hollywoodiano e una certa aderenza al cinema di genere nostrano: perché il film con Claudio Santamaria e Luca Marinelli è un cult.

Corre il ragazzo laggiù. Vola non certo tra i lampi di blu bensì per i vicoli a due passi dalle mura vaticane. Uno scippo, le forze dell'ordine che gli sono addosso. Non resta che tuffarsi nel Tevere per nascondersi agli inseguitori.

Va', Enzo Ceccotti. Più polmoni che cuore. D'acciaio invece si risveglierà, scoprendo, lui ladruncolo di borgata, di avere i superpoteri, un po' come un Hulk de' noantri. L'incipit, nemmeno a dirlo, è quello di Lo chiamavano Jeeg Robot, lo spaghetti-cinecomic diretto da Gabriele Mainetti (chi lo ricorda come regista del corto cult Basette, quello con Valerio Mastandrea nei panni di Lupin?) e sceneggiato dal duo Nicola Guaglianone / Menotti.

Un film dal grande successo di critica e pubblico, premiato con una pioggia di David di Donatello nel 2016. Una rivisitazione del genere supereroi condotta senza timore reverenziale nei confronti del cinema hollywoodiano, supportata da un cast in stato di grazia, da Claudio Santamaria a Luca Marinelli passando per Ilenia Pastorelli e Antonia Truppo.

Lo chiamavano Jeeg Robot racconta di un furfante, Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), che nel tentativo di sfuggire alla cattura da parte delle forze dell'ordine, si tuffa - come solo Mister Ok faceva un tempo - nel fiume Tevere che attraversa la capitale, finendo però in un barile di sostanze radioattive. Si risveglia coi superpoteri che inizialmente sfrutta per mettere a segno piccoli furti, attirando la curiosità dei media e di un boss sanguinario (Luca Marinelli) desideroso di assumere il controllo dello spaccio a Roma. Enzo, schivo e taciturno, lega con la vicina di casa Alessia (Ilenia Pastorelli), ragazza ossessionata dal cartoon anni '80 Jeeg Robot d'Acciaio che vede in lui la reincarnazione dell'eroe Hiroshi Shiba.

Gabriele Mainetti dà vita ad un' origin story dal sapore artigianale che prende il via con un inseguimento a piedi a Ponte Sant'Angelo, prosegue tra le strade polverose di Tor Bella Monaca e attraversa in lungo e in largo diversi generi cinematografici senza mai disorientare lo spettatore, il quale riesce a metabolizzare senza problemi un qualcosa di nuovo per il panorama italiano: un duello all'ultimo sangue fra supereroi.

I motivi del successo di Lo Chiamavano Jeeg Robot

Il rischio iniziale era quello di presentare volti e situazioni improbabili, rendendo impietoso il confronto col cinema d'oltreoceano. Invece Mainetti e soci azzeccano l'intelaiatura del film, evitando il "larger than life" tipico dei superhero movies - e pure tutine, mantelli e scudi - e mantenendo invece un'aderenza costante al vissuto di periferia di stampo pasoliniano, al gangster movie di borgata con cui il cinema italiano mantiene un certo feeling fin dagli anni '70 del poliziottesco. È questa la chiave di Lo chiamavano Jeeg Robot, restare coerente per tutta la durata ad un'idea di cinema ben chiara: contaminazione di generi (dal gangster movie al dramma sentimentale), riferimenti espliciti allo splatter e al pulp di Tarantino, ambientazione da "romanzo criminale", col dialetto romanesco a fare da collante sia con la commedia all'italiana (dove veniva utilizzato per la maggiore) sia con i b-movies del passato.

Un melting pot di linguaggi e soluzioni il cui equilibrio fa sì che quanto raccontato appaia, se non realistico, almeno verosimile. Non supereroi col mantello ma eroi (e cattivi) per caso prelevati dalla criminalità - i riferimenti a Batman e Joker sono evidenti - che agiscono nel loro ambiente naturale e che continuano a ragionare e comportarsi come se il superpotere fosse solo un'arma in più nel proprio arsenale. Dal G.R.A.(ndi) i poteri, nel G.R.A. le responsabilità, insomma.

La pellicola con Santamaria e Marinelli, con quel titolo che omaggia lo spaghetti-western con Bud Spencer e Terence Hill e il celebre manga giapponese, ha il merito di aver indicato la via italiana ai film di supereroi, un po' come quando, a metà anni '60, Sergio Leone aveva imposto lo spaghetti western di Per un pugno di dollari, attirando la curiosità di Hollywood. Quello di Mainetti è già un cult che racconta di esistenze borderline nella periferia romana, con protagonista un everyman asociale e problematico a cui fa da contraltare un villain mitomane ed esibizionista. Lo chiamavano Jeeg Robot è uno spaghetti-comic, anzi un cacio e pepe-cinefumetto col titolo alla Bud & Terence. E col mito di Jeeg che va', cuore e acciaio.

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