Lone Survivor: la storia vera dietro il film con Mark Wahlberg

Universal Pictures Una scena del film Lone Survivor

La vera storia dietro al film del 2013 diretto da Peter Berg che racconta dell'operazione Red Wings in Afghanistan.

Un titolo già di per sé spoiler: Lone Survivor. Unico sopravvissuto, solo in territorio ostile. Nel cinema degli Anni Duemila era già capitato ad Owen Wilson (il film era Behind Enemy Lines). Lì erano i Balcani martoriati dalla guerra civile successiva alla dissoluzione della Jugoslavia, nel war movie diretto da Peter Berg l'azione si svolge invece in Afghanistan, al confine pakistano controllato dalle milizie talebane.

Il film che vede protagonista Mark Wahlberg - affiancato da Eric Bana, Ben Foster, Emile Hirsch e Taylor Kitsch - non è affatto un'opera di finzione bensì la trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo autobiografico "Lone Survivor: The Eyewitness Account of Operation Redwing and the Lost Heroes of Seal Team 10", memoria di una missione dai tragici risvolti scritta da Marcus Luttrell, ex-Navy SEAL in missione in Afghanistan, protagonista dei fatti (il marine è impersonato nel film da Wahlberg). 

La pellicola narra l'avventura di un team di incursionisti statunitensi che finirà per essere accerchiato dai talebani, avvertiti della presenza USA da un gruppo di pastori incontrati durante la missione dai Navy SEAL.

Lone Survivor, la storia vera dietro al film

Lone Survivor è, come anticipato, un film tratto da una storia vera. Fatti di sangue realmente accaduti nel 2005, durante l'operazione militare Enduring Freedom intrapresa dagli Stati Uniti d'America per debellare Al-Qaida e assestare, a detta del Presidente Bush in carica ai tempi, un duro colpo ai nemici della libertà nella lotta al terrorismo.

A metà degli Anni Duemila il territorio afghano era quasi sotto il totale controllo della coalizione USA e della milizia afghana. Nuovi focolai jihadisti si registrarono però al confine col Pakistan e nella provincia del Konar, roccaforte delle forze talebane guidate da Ahmad Shah (da non confondere col grande eroe afghano assassinato pochi giorni prima dell'11 settembre dai terroristi). Il modus operandi dei talebani prevedeva l'assalto a postazioni isolate e convogli nemici in piccole formazioni destinate a dividersi dopo le imboscate per non consentire al nemico di neutralizzare tutti i guerriglieri.

La zona calda del Konar venne dunque individuata dagli USA, per mezzo di fotografie scattate dai droni e di ricognizioni aeree, come il territorio da colpire per decimare le milizie talebane. Da qui nacque l'operazione Red Wings (dal nome di una squadra di hockey su ghiaccio statunitense, i Detroit Red Wings) raccontata in Lone Survivor. La missione fu condotta dal 2º battaglione, 3º reggimento dei Marine in cooperazione con diverse unità delle forze speciali statunitensi. Si rivelò un fallimento totale e causò la morte di numerosi militari americani (tre della formazione originale più altri sedici, uccisi nell'abbattimento di un elicottero MH47 Chinook giunto soccorso dei commilitoni caduti nell'imboscata, abbattuto da un RPG-7).

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La missione prevedeva di far infiltrare inizialmente il team 10 dei Navy SEALS (nome in codice "spartan01") nei pressi dell'obiettivo, spostarsi a piedi e rilevare visivamente il complesso delle strutture e possibilmente il leader talebano Shah. La Fase 2 dell'operazione Red Wings prevedeva poi di contattare via radio il campo base, da dove sarebbero decollati due elicotteri MH-47, con a bordo altri uomini dei Navy SEALS e uomini del SOAR, supportati da un elicottero Apache. Dopo L'attacco, la terza fase prevedeva di allestire un cordone di sicurezza formato da truppe di terra dei Marine e della milizia afghana, nei pressi del complesso montuoso del Hindu Kush per catturare eventuali fuggitivi. L'ultima fase prevedeva di mettere in sicurezza la zona e stabilire un campo base provvisorio per bonificare in maniera definitiva l'obiettivo e rilevare ulteriori informazioni. Purtroppo, come testimoniato anche dal film di Berg, niente di tutto ciò avvenne.

27 giugno 2005, al via l'operazione Red Wings

La notte del 27 giugno 2005, due elicotteri si avvicinarono alla zona dell'Hindu Kush, a 25 chilometri da Asadabad. Il primo, in testa alla formazione, non trasportava nessuno. Era il cosiddetto elicottero "civetta". Compì alcune manovre in modo da attirare su di sé l'attenzione di eventuali nemici a terra per poi allontanarsi nel buio della notte. L'altro in coda virò spostandosi qualche km per raggiungere un punto prestabilito durante il briefing. A bordo, il team Navy SEAL spartan01 abbandonò il mezzo. Gli uomini si accordarono col campo base per segnalare ogni due ore via radio la propria posizione fino al raggiungimento dell'obiettivo prestabilito da cui avrebbero coordinato l'attacco principale. Se avessero mancato l'appello per due volte consecutive il campo base avrebbe inviato immediatamente una squadra di recupero.

Il Team 10 Navy SEAL, composto, oltre che dal tenente Murphy, dai sottufficiali di seconda classe Danny Dietz, Matthew G. Axelson e Marcus Luttrell, si imbatté in un gruppo di pastori nomadi, probabilmente del villaggio vicino. I marines decisero di catturarli, ma vi furono opinioni divergenti su come agire nei loro confronti. Dietz e Axelson erano propensi ad uccidere i pastori per non compromettere la missione, Luttrell si rifiutò categoricamente invocando le convenzioni di Ginevra e la moralità dei suoi commilitoni. Tra i pastori c'erano un adolescente e un anziano. Il tenente Murphy alla fine decise di lasciarli andare. Questo avvenimento fu probabilmente decisivo, dato che i pastori rivelarono la loro posizione ai talebani.

I Navy SEAls braccati dai talebani

Nel giro di poco tempo, i Navy SEALs furono attaccati dagli uomini di Shah, i quali disponevano del fuoco pesante di grosse mitragliatrici RPK razzi RPG-7 e mortai da 82 mm. A causa di un malfunzionamento della radio principale, il contatto con il campo base fu interrotto. I SEALs furono presto accerchiati e spinti verso la parte nord del Sawtalo Sar. Anche se il primo contatto radio prestabilito saltò, nessuna forza di recupero fu inviata. Il primo a cadere sul campo di battaglia fu Dietz. Ferito gravemente, rimase attardato e fu raggiunto dagli uomini di Shah che lo finirono. Gli altri, feriti, continuarono a fuggire. Murphy cercò più volte di stabilire un contatto con la base, anche con il telefono satellitare a rischio di essere intercettato.

Il tenente si rese presto conto che non c'era altra alternativa se non quella di raggiungere una posizione più elevata e priva di vegetazione per tentare di contattare i soccorsi. Prendendosi dei rischi, riuscì a raggiungere un punto isolato e contattare la base, ma venne ucciso prima di comunicare la situazione in dettaglio. Axelson fu ferito a morte poco dopo nel tentativo di raggiungere il capo squadra. Anche Luttrell venne ferito in modo grave. Perse conoscenza ma per sua fortuna venne individuato e salvato da un nomade pashtun che in seguito lo ospitò e gli salvò la vita curandolo dai numerosi traumi riportati. 

Nel frattempo, però, si erano messi in moto i soccorsi. Due elicotteri Chinook decollarono dal campo base ma, giunti in prossimità del luogo dell'estrazione, vennero attaccati dai talebani. Un razzo RPG-7 colpì in pieno il rotore di uno dei due elicotteri che precipitò esplodendo all'impatto col crinale dell'altopiano, uccidendo tutti i passeggeri. Nello schianto persero la vita il comandante dei Navy SEALs Erik S. Kristensen, che avrebbe dovuto guidare le truppe di terra nella terza fase, e il maggiore Stephen C. Reich.

A causa del pesante fuoco nemico e di una perturbazione meteo, le forze statunitensi abbandonarono quindi la zona senza riuscire ad entrare in contatto con il team spartan01. Nei giorni successivi grazie all'ausilio di un ingente numero di truppe di terra e supporto aereo, i Marine riuscirono a recuperare i corpi di Dietz, Murphy e Axelson e a raggiungere il luogo dove era caduto l'elicottero abbattuto. Luttrell fu rintracciato a Salar Ban, un villaggio ad un chilometro di distanza dal luogo dell'imboscata.

La storia di Marcus Lutrell e di Gulab

La storia di Lutrell ha dei risvolti incredibili. È soprattutto la storia di un'amicizia nata nel bel mezzo di un dramma. Differisce notevolmente da quanto raccontato in Lone Survivor. L'uomo, in fin di vita, venne salvato da un pastore di nome Gulab, che lo prese con sé e riuscì a portarlo al suo villaggio chiedendo l'aiuto della propria gente, tenendo fede ad un'antica tradizione del popolo pashtun che offriva asilo e protezione a chiunque fosse in fuga dai propri nemici senza tenere conto di etnia, nazionalità e religione. Quando i talebani agli ordini di Shah si materializzarono alle porte del villaggio di Gulab per chiedere la resa dell'americano, i pashtun intimarono ai talebani di andarsene sotto la minaccia dell'uso di armi. La minaccia ebbe effetto perché Ahmad Shah temeva probabilmente di attirare l'attenzione americana su quell'area.

Ancora debole, ma in via di convalescenza, Marcus Luttrell scrisse una nota e chiese a Gulab di farla arrivare alla base americana più vicina. Gulab si spinse a Nangalam dove gli americani avevano un campo base da cui venne inviata una squadra di recupero che portò Luttrell in salvo. Successivamente, il pastore e i suoi familiari furono portati in una zona più sicura sotto il controllo delle forze di coalizione.

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