Speciale Lost. A 10 anni dal finale di serie, emozioni e ricordi

A 10 anni dal finale di serie, un doveroso omaggio a Lost, la serie che ha scritto la storia della TV, diventando un'esperienza in grado di varcare i confini del piccolo schermo...

A noi fan non è sfuggito il decimo anniversario dal finale di Lost.

Un momento che, dopo tanti anni, ancora suscita emozioni, ricordi e discussioni.

Proviamo a metterli insieme per rendere omaggio alla serie che ci ha accompagnati per 6 stagioni.

Il finale era previsto fin dall’inizio

In gergo si chiama “bibbia”: è il testo che contiene tutto ciò che riguarda una nuova serie TV, la sua stessa nascita. Si tratta di un riassunto a grandi linee di eventi principali, ambientazione e protagonisti. Serve alla produzione per capire se si trova di fronte a un progetto interessante, ma anche a quali costi di realizzazione andrebbe incontro.

La bibbia descrive spesso l’intero arco narrativo previsto, a prescindere dal numero di stagioni che si avranno a disposizione per raccontarle.

J.J. Abrams, nel momento in cui ha proposto il soggetto e la bibbia di Lost a ABC, sapeva già come sarebbe andata a finire. 

Le numerose critiche al finale, tacciato di essere improvvisato, cadono di fronte al fatto che - piaccia o meno - il finale previsto è sempre stato quello. Semmai, a trovare ulteriore spazio e approfondimento visto il successo e i conseguenti rinnovi, sono state le storie personali di tutti i personaggi e gli intrecci minori.

Ma la natura stessa della storia, dipendente dal finale, era chiara fin dal principio, come del resto avevano più volte raccontato anche gli sceneggiatori.

Lostalgia

Il modo in cui Lost coinvolgeva gli spettatori di tutto il mondo era unico. Dopo la messa in onda di ogni nuovo episodio, in rete i fan si incontravano per discutere dei nuovi sviluppi, aggiornando le teorie sulla natura dell’isola e dei personaggi stessi e sugli eventi che li attendevano.

La nostalgia di Lost, la Lostalgia, comprende anche questo: non solo la serie con i suoi momenti più emozionanti, ma anche l’attesa spasmodica per ogni nuovo episodio, le discussioni e i confronti con gli altri fan, le ipotesi e le teorie che si aggiornavano di settimana in settimana.

E oggi, a dieci anni dalla fine di Lost - che andò in onda in su FOX in lingua originale in contemporanea con gli USA per la prima volta - la Lostalgia si arricchisce anche di tutte le discussioni, le polemiche e le curiosità che negli anni hanno continuato a tenere vivo il mito di Lost. 

Come la famigerata affermazione di George R.R. Martin, autore dei romanzi dai quali è stata tratta la serie Game of Thrones, che in un’intervista sul prestigiosissimo New York a una domanda sul finale di GoT aveva risposto: 

E se mando tutto a fan**** alla fine? E se finisco per fare Lost? Verrei inseguito con le torce e i forconi.

Come prevedibile, la replica di Damon Lindelof non si era fatta attendere, e faceva capo alla sua celeberrima risposta a ogni critica sulla conclusione di Lost:

Se non hai apprezzato o capito il finale di Lost, vuol dire che non sei un vero fan dello show.

In realtà, nella risposta alle affermazioni di Martin, Lindelof aveva approfondito, spiegando che in Lost c’era molto di più: mistero, natura dell’isola e dei personaggi, confini fra vita e morte, misticismo, e non la “semplice” scoperta di chi vive e chi muore, come ne Il trono di spade.

Insomma: la Lostalgia, signore e signori, continua a far discutere…

Atto di fede

Nei miei Lost in Progress, le recensioni e le analisi di ogni episodio sul sito di FOX, ne parlavo spesso: gli sceneggiatori chiedevano al pubblico un atto di fede, la dimostrazione di concedere loro il beneficio del dubbio in attesa che le cose diventassero più chiare.

Se ci ripensiamo, è stato così fin dall’inizio: fin da quell’occhio che si apriva, il dettaglio dell’occhio di Jack (Matthew Fox), che si sarebbe richiuso 10 anni dopo, per chiudere un cerchio. Sempre con accanto Vincent, il fedele Labrador di Walt (Malcolm David Kelley), divenuto la mascotte del gruppo dei superstiti del volo Oceanic 815.

Bisognava farlo, quell’atto di fede, per amare davvero Lost e vivere appieno l’esperienza - non solo televisiva - che rappresentava.

Io l’ho abbracciato, sempre. Ho scelto di amare Lost con i suoi difetti, le sue imprecisioni, le sue piccole incoerenze, i misteri che non sono mai stati chiariti. Perché Lost non aveva solo un’infinità di livelli di lettura, dalla trama pura e semplice ai riferimenti filosofici passando per la cultura pop: Lost era un’occasione di libertà per un pubblico normalmente sempre indirizzato, fin troppo. Con Lost, ciascuno poteva provare, capire, sentire ciò che voleva, ciò che arrivava, ciò che gli sembrava giusto in quel momento. Di quante altre serie TV possiamo dire la stessa cosa, in tutta la storia del piccolo schermo?

Lost ha valicato i confini del televisore, ha cancellato il concetto stesso di target di una serie TV: lo hanno seguito spettatori di ogni età, di ogni professione, di ogni provenienza.

C’ero anch’io, e ne sono fiera. Sono orgogliosa di aver preso parte, insieme a tutti coloro che mi leggevano e scambiavano opinioni con me, a ciò che Lost ha rappresentato e che oggi, a 10 anni da quel 23 maggio del 2010 che mise la parola “fine” a quell’esperienza, continua a rappresentare.

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