365 giorni, un film erotico dal sapore di cartapesta: la recensione

Michele Morrone e Anna Maria Sieklucka sono i protagonisti di una discussa love story che si ferma sempre un attimo prima della pornografia: il problema è che la sensualità è pari a zero e il film è fatto apposta per lanciare le prossime puntate.

Netf Film/Netflix Anna Maria Sieklucka e Michele Morrone in una scena del film 365 giorni

Don Massimo è un mafioso siciliano palestrato e dannato. La sua vita è segnata da un trauma: il papà è stato ucciso con un colpo di fucile al cuore mentre faceva non meglio precisati affari con pericolosi trafficanti di migranti. 

Cinque anni più tardi, ritroviamo il boss a capo della famiglia, intento a minacciare e a ricattare banchieri e azionisti di San Francisco. Intanto, a Varsavia, conosciamo Laura: una manager rampante, un po' stronza e "con le palle" che dirige un hotel di lusso.

Massimo e Laura sono speculari, suggerisce senza troppi misteri una delle prime sequenze, in cui lui tenta di soffocare una hostess in volo con il suo bisteccone e lei si esalta a colpi di vibratore nel buio della cameretta. 

Fidanzata con un improbabile energumeno in canottiera, Laura si concede una vacanza in Sicilia e finisce, guarda caso, nel mirino di Massimo, che se ne innamora e la rapisce, concedendole i fatidici 365 giorni del titolo per ricambiare i suoi sentimenti. Il problema è che lei è così odiosa che non perde occasione per provocarlo, lui che le ha promesso di non sfiorarla con un dito se non sarà lei a volerlo. 

Peccato che il criminale glamorous non riesca ad essere credibile nemmeno quando guarda dentro un binocolo e cominci ad infliggere una tortura sadomaso agli inerti spettatori non appena pronuncia battute come "Ti sei persa bambolina?" o "Ti scoperò così forte che ti sentiranno urlare fino a Varsavia".

365 giorni è il porno-soft polacco "proibito"

Fellatio, lacrime, sculacciate, manette, discoteche alla moda, ma soprattutto fiumi di denaro: 365 giorni è stato l'evento cinematografico dello scorso San Valentino polacco. Uscito strategicamente al cinema nella settimana che precede il giorno degli innamorati, ha incassato quasi 2 milioni prima che l'epidemia di coronavirus portasse alla chiusura delle sale. Ora arriva su Netflix, e nei soliti Stati Uniti bigotti e bacchettoni è finito immediatamente in cima alla Top Ten dei film più visti sulla piattaforma. 

L'adattamento, nel Paese dell'est Europa che criminalizza l'educazione sessuale, era molto atteso: il primo capitolo della trilogia bestseller firmata da Blanka Lipińska, tradotto per lo schermo dalla scrittrice e diretto da Tomasz Mandes e Barbara Białowąs, che nel 2012 con Big Love si era già cimentata con l'argomento oscura love story dove "lui abusa di lei ma lei finisce per innamorarsi di lui".

Il clamore intorno cui ruota il "fenomeno" è da ricercare proprio nel suo luogo d'origine: la Polonia rimane una delle nazioni più cattoliche d'Europa, patria di Papa Giovanni Paolo II e bastione della Chiesa, che continua ad avere un ruolo decisivo nella politica e nella società.

Ma al netto delle polemiche per le accuse di misoginia e sessismo o degli elogi per la liberazione dagli standard puritani, obiezioni pruriginose che è davvero superfluo scomodare per una questione di rispetto nei confronti dell'intelligenza del pubblico, 365 giorni mette in scena un erotismo di cartapesta, un ardore turistico mascherato da sesso estremo e solare, che si impantana quasi subito in una noia mortale e in un guazzabuglio di generi (l’erotico, il thriller, il sentimentale) per niente emozionante. 

Cinquanta sfumature di niente?

Le immagini del film si omologano allo standard da soap opera patinata, non c'è nemmeno un sussulto ironico, un occhio divertito a far intravedere l'esaltazione sana e gioiosa del sesso che poteva essere. Anzi, a ben vedere le scene realmente "scioccanti" sono appena due: la trombata colossale sullo yacht e una sveltina consumata in fretta e furia sul lavello del bagno, tra una smorfietta e un laconico "Ti amo". Il tutto senza nemmeno mostrare uno scampolo di genitali. 

Nei panni del protagonista maschile, Michele Morrone sfoggia i muscoli e i tatuaggi giusti, ma l'aria da gangster tormentato e dall'appeal deviante non fa proprio al caso suo. Meglio, almeno in parte, la semi-esordiente Anna Maria Sieklucka, che mostra generosamente il corpo per scoprire una sensualità inesplorata e una sessualità repressa da giovane donna forte ed emancipata. 

L'effetto, purtroppo, sembra quello di un film di Mario Salieri interpretato da Fabrizio Corona e Valentina Nappi. Più che il ridicolo, infatti, il grosso problema di 365 giorni è il tedio. Mancano il ritmo, il coraggio, la tensione, la sfrontatezza.

L'unico pregio è che Mandes e Białowąs girano con una macchina da presa che sta addosso ai due attori ("Abbiamo creato l'atmosfera più intima possibile", ha rivelato il direttore della fotografia Bartek Cierlica) e diventa il terzo protagonista della vicenda. Per il resto, rimangono soltanto la confezione patinata, gli ambienti lussureggianti e le musiche onnipresenti ed invasive.

Senza nemmeno scomodare le fatidiche Cinquanta sfumature di grigio, 365 giorni si rivela una furba e pelosa operazione commerciale di pseudo erotismo, lasciata volutamente aperta dal finale che prelude ai due capitoli futuri.

Voto 2/10

Come i corpi che si intrecciano e i cabasisi rotti agli spettatori. I coraggiosi che hanno resistito 115 minuti su Netflix dovranno correre a recuperare Romance di Catherine Breillat.

Alessandro Zoppo

Leggi anche

      Cerca