Paolo Borsellino: 10 cose da sapere sulla mini-serie di Gianluca Maria Tavarelli

Mediaset / Taodue Giorgio Tirabassi in una scena della mini-serie Paolo Borsellino

Dalle parole della famiglia sul lavoro di Giorgio Tirabassi alle differenze con la storia vera, ecco tutto quello che bisogna sapere sulla fiction Taodue diretta da Gianluca Maria Tavarelli.

La vicenda umana e professionale di Paolo Borsellino, il giudice ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992 nella strage di via D'Amelio, è stata raccontata diverse volte dal cinema e dalla televisione.

Le indagini del magistrato fino a quell'assolato pomeriggio palermitano, appena due mesi dopo l'agguato di Capaci, sono al centro di Paolo Borsellino - I 57 giorni con Luca Zingaretti, di Adesso tocca a me con Cesare Bocci e di Era d'estate con Giuseppe Fiorello e Massimo Popolizio.

Paolo Borsellino, la mini-serie in due episodi con Giorgio Tirabassi diretta da Gianluca Maria Tavarelli su sceneggiatura di Giancarlo De Cataldo, Leonardo Fasoli e Mimmo Rafele con la collaborazione di Attilio Bolzoni e dello stesso Tavarelli, compie un'operazione diversa.

Prodotta dalla Taodue di Pietro Valsecchi, la serie fornisce un ritratto intimo e privato di Borsellino: non soltanto storico, ma soprattutto umano e familiare.

Ecco 10 cose da sapere sul questo progetto targato Mediaset che Tirabassi si augura faccia ai giovani "lo stesso effetto che faceva a me il Diario di Anna Frank".

  1. La trama: la legalità e i rapporti fra mafia e politica
  2. Un biopic approvato dalla famiglia
  3. Il cast: un gruppo di attori strepitosi
  4. La regia di uno specialista
  5. Boom d'ascolti e un premio prestigioso
  6. Le differenze con la storia vera
  7. L'intervista con Lamberto Sposini
  8. Un film "come una canzone d'amore"
  9. La passione per il biopic di Tirabassi
  10. Un ruolo adatto a... Fabrizio Bentivoglio
Mediaset / TaodueEnnio Fantastichini e Giorgio Tirabassi sono Falcone e Borsellino nella mini-serie Paolo Borsellino
Fantastichini e Tirabassi sono Falcone e Borsellino

La trama: la legalità e i rapporti fra mafia e politica

La mini-serie si svolge nell'arco di dodici anni, nel periodo che va dall'omicidio del capitano Basile nel 1980 a quel fatidico 19 luglio 1992.

Borsellino nutre una grande passione per il diritto civile fin da ragazzo: quando entra in magistratura, capisce subito come sta mutando la mafia e inquadra il pericolo nel clan emergente dei Corleonesi con a capo Totò Riina.

La fiction racconta la genesi del pool antimafia con il collega e amico d'infanzia Giovanni Falcone, l'amara consapevolezza che Cosa nostra ha alzato il tiro uccidendo gli esponenti dello Stato che danno la caccia a boss e killer, la sentenza del maxiprocesso arrivata dopo la perdita di Rocco Chinnici, Ninni Cassarà e Beppe Montana.

Senza dimenticare gli eventi successivi all'eccidio di Capaci, vissuti da Borsellino come un "cadavere che cammina": il depistaggio delle indagini su via D'Amelio, la scomparsa dell'Agenda rossa, le ipotesi sul coinvolgimento di soggetti esterni alla mafia, tutti elementi che sono misteri ancora oggi irrisolti.

Un biopic approvato dalla famiglia

La mini-serie di Tavarelli è stata approvata dalla famiglia di Borsellino, che ha accettato di raccontare numerosi dettagli della vita personale del magistrato.

Manfredi, il figlio di Borsellino ora commissario di polizia a Palermo, ha letto e apprezzato la sceneggiatura e l'interpretazione di Tirabassi che, ha confessato, "ha gli stessi occhi del padre".

Il cast: un gruppo di attori strepitosi

Oltre a Tirabassi nei panni di Borsellino, il cast della serie può contare sul compianto Ennio Fantastichini nei panni di Giovanni Falcone.

Andrea Tidona è Rocco Chinnici, Claudio Gioè è Antonio Ingroia, Pietro Biondi è Antonino Caponnetto, Santo Bellina è Montana, Ninni Bruschetta è Cassarà e Fulvio Pepe interpreta Emanuele Basile, il capitano dei Carabinieri ucciso per aver indagato a fondo sulla cosca d'Altofonte, legata ai Corleonesi.

Una parte importante, ovviamente, spetta alla famiglia di Borsellino. Daniela Giordano è la moglie Agnese; Lucia, la figlia più grande, è interpretata da Giulia Michelini, mentre Elio Germano e Veronica D'Agostino sono Manfredi e la piccola Fiammetta. Ida Carrara è Maria Pia Lepanto, la madre del magistrato.

Gli agenti della scorta Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina hanno i volti di Cesare Apolito, Carmelo Galati ed Elisabetta Balia.

Il boss dei due mondi Tommaso Buscetta, il "traditore" che smascherò la "cupola", è interpretato da Gigi Burruano, scomparso nel 2017 a 69 anni.

La regia di uno specialista

Classe 1964, Gianluca Maria Tavarelli ha debuttato nel 1989 con il cortometraggio Dimmi qualcosa di te e successivamente ha diretto sei film per il cinema, da Portami via (1994) a Una storia sbagliata (2014), ambientato in Iraq e con protagonisti Isabella Ragonese e Francesco Scianna.

Nel mezzo, Tavarelli si è spesso e volentieri confrontato con diversi progetti televisivi di impegno civile. Dopo Paolo Borsellino, ha diretto Aldo Moro - Il presidente, con Michele Placido nei panni del presidente della Dc sequestrato dalle Brigate Rosse.

Sempre per Canale 5, ha anche realizzato la mini-serie Maria Montessori - Una vita per i bambini, vincitrice del premio come miglior prodotto televisivo al Roma Fiction Fest e con Paola Cortellesi nel ruolo della rivoluzionaria pedagogista, e Non mentire, il remake italiano della serie britannica Liar con Alessandro Preziosi e Greta Scarano.

Per la Rai, il regista torinese ha invece diretto Le cose che restano, le due stagioni del prequel Il giovane Montalbano, Maltese - Il romanzo del Commissario con Kim Rossi Stuart e il TV movie La mossa del cavallo - C'era una volta Vigata.

Boom d'ascolti e un premio prestigioso

Paolo Borsellino è stata apprezzata da pubblico e critica.

Il primo passaggio televisivo su Canale 5, l'8 e il 9 novembre 2004, si è aggiudicato gli ascolti di prime time: la seconda e ultima parte della fiction, riporta l'ufficio stampa Mediaset, ha sfiorato il 42% di share con oltre 11 milioni di telespettatori.

La serie ha poi vinto l'RdC Award Premio Navicella - Sergio Trasatti per la Fiction nell'ambito della nona edizione del Tertio Millennio Film Fest, il festival organizzato dalla Fondazione ente dello spettacolo con il patrocinio della Santa Sede e della CEI.

Le differenze con la storia vera

Sono numerose ma inevitabili le differenze con i fatti realmente accaduti.

La più clamorosa è l'assenza dal racconto della figura di Rita Atria, la "picciridda" di Partanna testimone di giustizia che collaborò con Borsellino denunciando la mafia che le aveva ucciso il padre ed il fratello.

La Atria si uccise una settimana dopo la strage di via d'Amelio, lanciandosi dal settimo piano del condominio romano nel quale era stata trasferita sotto falso nome.

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Lei è Rita. Nasce a Partanna, in Sicilia, nel 1974. Il padre bada alle pecore, fa il pastore. Ma i grandi lo chiamano don Vito. Rita è una picciridda, una bambina. Lei non lo sa, ma il suo papà è un mafioso. Di quelli vecchio stampo, che non si sporcano le mani con la merda, la droga. In paese lo rispettano, è un uomo d’onore. Poi arrivano quei cornuti dei corleonesi, l’eroina e la cocaina, i piccioli e le bombe. Don Vito viene ammazzato. Rita ha 11 anni. Guarda il corpo crivellato del padre. Si attacca al fratello maggiore. Lui è Nicola. È il nuovo capofamiglia. Gira armato, con la scorta. Ma è un pesce troppo piccolo nel mare dove nuotano Totò Riina e i suoi scalzacani. Nicola vuole bene alla sorella, nei momenti di intimità le racconta tutto. Nomi, cognomi, affari, ammazzatine, tirapiedi e mammasantissima. È giugno del 1991. Nicola viene ucciso. La moglie Piera parla, denuncia gli assassini, fa arrestare un sacco di persone. La polizia la nasconde in una località segreta. Rita resta sola. Ha 17 anni. Vuole giustizia. Vendetta. Per il padre e il fratello. C’è solo un modo. La madre le dice di non immischiarsi. Rita non ascolta. Parla con il procuratore di Marsala, Paolo Borsellino. La picciridda piange, si sfoga, racconta tutto, aiuta a far luce su una trentina di omicidi. La madre la ripudia. Lei e la cognata sono infami. Hanno tradito l’onore della famiglia. Rita è costretta a lasciare il paese. La nascondono a Roma. Vive sotto falso nome. Isolata. Non può vedere nessuno. Ha solo lui, lo “zio Paolo". È il 19 luglio del 1992. Paolo Borsellino salta per aria a Palermo con 5 agenti di scorta. Rita è distrutta. Sola. La giustizia non esiste. Non può vincere. Passano 7 giorni. La picciridda si butta dal balcone. Muore. Al suo funerale non c’è nessuno. Passano dei mesi. La madre va al cimitero con un martello e distrugge la sua lapide. Rita Atria non era sua figlia, era una femmina dalla lingua lunga e amica degli sbirri. . #carmeloabbate #storienere #ritaatria #cosanostra #mafia #testimone #giustizia #sicilia #collaboratrice #denuncia

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Nella sceneggiatura sono stati commessi altri errori.

Costanza, l'autista di Falcone, non era un poliziotto né faceva parte della scorta: era un dipendente del Ministero della Giustizia.

C'è uno sbaglio sull'età di Manfredi Borsellino, che nel 1980 aveva 9 anni e non era un adulto. Inoltre le blindate dell'epoca erano la Lancia Thema e la Fiat Croma, non le Tempra e Alfa Romeo 75 rappresentate sullo schermo.

Infine, la morte del poliziotto Ninni Cassarà è avvenuta in modalità diverse da quelle narrate nella mini-serie.

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Antonino "Ninni" Cassarà. ➖ Cassarà era un altro super poliziotto, vice-capo della squadra mobile di Palermo negli anni '80 e stretto collaboratore, nonché amico, dei giudici Falcone e Borsellino. Cassarà rappresentava esattamente lo stereotipo dello "sbirro" di strada: baffo folto, irruento, con una grande abilità nel parlare con gli indagati e con la gente comune, nonché un grande istinto investigativo innato. ➖ "Non sono uno che farà carriera. Sono solito chiamare le cose per nome e non amo nascondermi dietro al dito"; diceva spesso. È vero, non fece molta carriera ma in compenso era uno dei poliziotti più odiati dagli "uomini d'onore palermitani" (e non solo). Ad odiarlo in particolar modo erano anche i cugini Salvo, potenti uomini della finanza siciliana, vicini all'ex sindaco mafioso Don Vito Ciancimino. ➖ Questo odio derivava proprio dalle indagini sui Salvo che Cassarà portava avanti da anni, indagini che segneranno la sua condanna. Cassarà, tuttavia, era applaudito e stimato dai cittadini siciliani, soprattutto per la sua umiltà ed empatia e la mafia, come sempre, ci tiene molto all'appoggio del popolo. ➖ L'occasione arrivò dopo che un sospettato, Salvatore Marino, uscì cadavere da un'interrogatorio. Il caso destò lo sdegno fra i cittadini, che già non è che vedessero di buon occhio gli "sbirri", e i vertici investigativi vennero sostituiti. Eccola l'occasione di togliere di mezzo quel poliziotto fastidioso: il 6 Agosto 1985 venne ammazzato insieme ad un collega, Roberto Antiochia, da un commando di almeno 3 persone. Per ammazzarlo, Cosa Nostra, mise in atto un vero e proprio agguato da guerriglia e sul luogo del delitto furono trovati più di 200 bossoli di Kalashnikov. ➖ Nella seconda foto Cassarà con i Giudici Falcone e Chinnici; nella terza foto il luogo dell'agguato a Cassarà ed Antiochia. #mafia #antimafia #camorra #ndrangheta #giovannifalcone #ninnicassarà #palermo #cosanostra #dia #sicilia #polizia

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L'intervista con Lamberto Sposini

Una delle scene più emozionanti della fiction è l'intervista che il giornalista del Tg5 ha fatto al magistrato nel 1992, poco dopo la strage di Capaci e la morte di Giovanni Falcone.

A differenza di quanto appare nella serie, quell'incontro si svolse nell'abitazione del giudice, e non nel suo ufficio in Procura.

Questa è l'ultima apparizione televisiva di Borsellino: nel 2002 quel servizio, intitolato Falcone, 30 giorni dopo Capaci, è diventato un testo teatrale, Senza lasciarci, scritto da Ugo De Vita.

Un film "come una canzone d'amore"

Tavarelli ha spiegato che realizzare questo film è stata "una delle esperienze più forti e formative" della sua carriera.

Il regista è stato coinvolto non soltanto dal punto di vista professionale, ma anche da quello umano perché rivedere il materiale di repertorio, i discorsi e gli interventi di Borsellino e Falcone "mi ha fatto riflettere anche su cose che non riguardavano direttamente e strettamente la mafia".

In qualche modo intendo questo film come una canzone d'amore, una canzone d'amore dedicata ai protagonisti di questa storia, a partire da Paolo Borsellino per arrivare ai personaggi più piccoli, quelli che per motivi narrativi, abbiamo potuto approfondire e raccontare di meno ma che non per questo sono meno grandi ai nostri occhi.

La passione per il biopic di Tirabassi

Non è la prima volta che Giorgio Tirabassi porta sullo schermo personaggi realmente esistiti.

Nella serie Liberi sognatori ha interpretato Libero Grassi, l'imprenditore tessile pioniere della lotta al racket, nell'episodio A testa alta di Graziano Diana.

Un altro dei quattro episodi, La scorta di Borsellino, è invece dedicato ad Emanuela Loi, la più giovane agente della scorta del giudice (a vestirne i panni è Fabrizio Ferracane), morta a soli 24 anni e interpretata da Greta Scarano.

Un ruolo adatto a... Fabrizio Bentivoglio

Tirabassi ha rivelato a Repubblica che inizialmente non sapeva se accettare o meno questo ruolo.

L'ho ripetuto per due anni al produttore Pietro Valsecchi: 'Fallo fare a Fabrizio Bentivoglio, scegli Bentivoglio'. Avevo molte resistenze, era un ruolo difficile. Ho conosciuto la famiglia Borsellino, la moglie, i tre figli, Manfredi, Lucia, Fiammetta. Ho visto e rivisto le interviste, ho letto i libri, la sua presenza mi accompagna costantemente. Lo sogno la notte.

La motivazione principale che ha spinto l'attore a confrontarsi con questa sfida è stata l'esigenza di parlare ai più giovani.

La vita di un uomo, anche di un magistrato come Borsellino, era fatta di tante cose, del rapporto con la moglie, i ragazzi, gli amici. Ma tutti sentiamo un dolore profondo, perché questo film si muove tra sentimenti che nessuno di noi ha mai provato. Sarebbe bello farlo conoscere a tutti, trasmettere il suo senso della giustizia a tanti giovani che purtroppo pensano che 'Falcone e Borsellino' sia solo il nome di un aeroporto.

Come diceva lo stesso giudice Paolo Borsellino: "Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti".

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