Le famiglie si spaccano negli episodi 3 e 4 de Il complotto contro l’America

Continua il nostro viaggio attraverso Il complotto contro l'America, nella realtà parallela in cui Lindbergh ha vinto le elezioni. Gli episodi 3 e 4 ci mostrano come la persecuzione contro gli ebrei cresca giorno dopo giorno...

Maggio 1941.

Mentre il piccolo Philip (Azhy Robertson) ha gli incubi sulla sua passione, i francobolli, invasi dall’immagine di Hitler, il sentimento antisemita negli USA cresce continuamente. Le lapidi sfregiate, gli atti vandalici, 

Il terzo episodio de Il complotto contro l’America inizia in un modo storicamente sconvolgente: sappiamo che gli ebrei si rifugiavano negli stati Uniti, mentre nella realtà alternativa - e terrificante - della narrazione tratta dal romanzo di Philip Roth, gli ebrei pensano di lasciare gli USA. Dove i loro figli hanno gli incubi.

In Inghilterra con l’esercito canadese, Alvin ha trovato l’amore… Mentre impara a uccidere i nazisti senza fare rumore e a spiare il nemico.

Il Paese e le famiglie si spaccano, sempre più.

Evelyn (Winona Ryder) e Bergelsdorf (John Turturro) - ora fidanzati - diventano nemici giurati per Herman (Morgan Spector), sebbene Bess  (Zoe Kazan) cerchi di difendere la sorella. E perfino Bess diventa “nemica” per suo marito, quando gli dice di essere stata al consolato canadese per sfruttare la presenza di Alvin (Anthony Boyle) nell’esercito e ottenere di emigrare.

Nel mondo de Il complotto contro l’America, ci raccontano il terzo e il quarto episodio, non ci sono vie di mezzo: o stai con gli ebrei, o stai coi nazisti.

Paura

La paura serpeggia ovunque. Quando sei in visita a Washington e un poliziotto in motocicletta si fa seguire per aiutarti a trovare il tuo albergo. Quando la città inizia un programma per l’integrazione in America. Come se gli ebrei non fossero americani.

L’annuncio che verranno creati dei campi di concentramento su suolo americano - in caso di problemi negli Stati Uniti - è la linea di demarcazione: da questo momento, gli eventi sono destinati ad accelerare.

Ma non per la popolazione. Gli ebrei d’America non vengono gettati nell’acqua bollente. Sono già nella pentola, mentre la temperatura sale un po’ alla volta… In modo che se ne accorgano solo quando sarà troppo tardi.

Cacciati dall’albergo prenotato da mesi, i Levin finiscono nei guai quando Herman pretende di aspettare l’arrivo della polizia perché venga riconosciuto il vero motivo dello “sfratto”.

Non c’era bisogno di sentire le parole dell’agente, per sapere da che parte stanno le forze dell’ordine.

Basta parlare in un locale per attirare l’attenzione dei tipi sbagliati.

Herman non cede. Continua a esprimere le proprie opinioni e a esigere i propri diritti come se nulla fosse cambiato. Purtroppo, è cambiato tutto.

Così tanto che Herman accetta di mandare Sandy (Caleb Malis) in Kentuchy, nel programma per l’integrazione proposto da Ev.

Punti di vista

Alvin ha perso una gamba. Non l’abbiamo visto combattere, lo troviamo con l’amputazione nel suo letto d’ospedale. Il letto da cui la sua fidanzata si allontana in fretta e furia dopo aver visto com’è ridotto.

La vita cambia in un istante. Con un voto, con un incidente, con un incontro, con una granata. Con una discussione in cui scopri che tuo fratello non condivide le tue stesse battaglie.

Nel settembre del 1941, subito dopo il funerale della madre di Ev e Bess, Herman parte per il Canada. Ha saputo della gamba di Alvin ma lui non risponde alle lettere ed è preoccupato. Perché con quella gamba se n’è andata anche la sua voglia di vivere.

Nella discussione a tavola fra Herman e Bengelsdorf, è difficile restare obiettivi.

Gli autori fanno valere le ragionevoli parole del rabbino quando afferma che la guerra non sia necessaria. Herman, per i suoi ideali, è disposto a sacrificare migliaia di vita.

Non è Lionel Bengelsdorf a essere dalla parte giusta, ma il suo discorso è così convincente, pacato e ragionevole che ci tenta. Vogliamo credergli. Vogliamo fidarci. Sappiamo che lui crede in ciò che dice.

Il complotto contro l’America ci mette in mezze. Ci chiama in causa per mostrarci quanto sia facile fingere di non sentire la temperatura dell’acqua che sale.

I punti di vista sono l’aspetto più interessante dei questa miniserie: per tornare a casa, Alvin deve mentire. Ai cittadini statunitensi è proibito prendere parte al conflitto.

Nello stesso momento, Lionel “vende” il trasferimento permanente delle famiglie ebree non è altro che un modo elegante per celare la ghettizzazione in un Paese non in guerra.

Subito dopo, il discorso che Bess rivolge a Philip per aiutarlo a gestire l’ansia per la menomazione di Alvin ci riporta all’ordine: le cose importanti non sono l’incontro con la First Lady o le sue bugie per la cena di Stato alla quale vieni invitato. Le cose importanti sono le madri che insegnano a vivere ai figli, rendendoli persone compassionevoli, comprensive e altruiste. Imparando ad affrontare le difficoltà della vita.

Le madri amorevoli non vogliono certo insegnare ai loro figli ad accettare la bandiera nazista accanto a quella americana, come succede alla cena di Stato con uno degli uomini di Hitler, e il vicepresidente che insulta gli ebrei. O un agente dell’FBI che interroga un bambino piccolo come Philip sulle conversazioni antiamericane - pardon: anti-Lindbergh - della comunità ebraica.

Alvin per il suo Paese è un comunista. Un nemico dell’America. Uno che non può lavorare nemmeno per suo zio.

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