Il complotto contro l’America: il Paese brucia negli ultimi 2 episodi

La terra dei liberi: così l’inno americano definisce la patria per la quale Philip Roth, nel suo romanzo, aveva immaginato una terrificante realtà alternativa. Una realtà spaventosa negli ultimi due episodi de Il complotto contro l’America.

Aprile 1942: ci siamo. La famiglia Levin è stata selezionata per partecipare al programma Homestead 42: verranno tutti trasferiti in Kentucky. Dove saranno gli unici ebrei della città. E dove il piccolo Philip (Azhy Robertson) sa che c’è un clan. Il Ku Klux Klan.

I Levin sono disperati. E sanno benissimo che si tratta di una vendetta di Evelyn (Winona Ryder) e Bengelsdorf (John Turturro).

L’unico a non protestare è Sandy (Caleb Malis), che in Kentucky era già stato con il programma di Evelyn.

Bess (Zoe Kazan) chiede scusa a Bendelsdorf nel tentativo di far rientrare il trasferimento, ma è tempo perso: porta a casa solo minacce nemmeno troppo velate. Naturalmente proferite con garbo.

Mentre l’amore e la gentilezza di Ev nei confronti di Philip, che le chiede di non farlo trasferire, si trasformano subito in sospetto.

Non puoi affrontare la vita temendo le cose che non ti sono familiari.

Gli ultimi due episodi de Il complotto contro l’America ci immergono in quell’atmosfera che fin dal principio ci aveva presentato: siamo nella pentola di acqua fredda che inizia pian piano a scaldarsi… E siamo molti vicini al bollore, adesso.

Il Governo può dire a un privato dove mandare i suoi dipendenti in base alla religione?

Sì, Herman (Morgan Spector). Può farlo, se al governo c’è Charles Lindbergh.

Lo stesso “Lindy” che ha bollato Alvin (Anthony Boyle) come un nemico dello Stato e l’ha messo sotto osservazione da parte dell’FBI. Con l’agente McCorkle (Lee Tergesen) che tiene il fiato sul collo all’intera famiglia.

Qualunque avvocato prometta di vincere una causa civile è un bugiardo.

Così parla l’avvocato a cui Herman e altri colleghi si rivolgono per opporsi al trasferimento. Ma Bess non vuole che si metta nei guai. Vuole che porti lei e i loro figli in Canada, al sicuro. Prima che sia troppo tardi.

E se scappiamo? Ci arrendiamo? Allora vincono loro, e non devono vincere!

Nelle parole di Herman, nel suo atteggiamento, c’è tutto il senso della miniserie.

Tutto quel “non è possibile, non è giusto, non succederà” che ha permesso a Hitler di fare ciò che voleva.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il popolo tedesco non voleva sapere. L’Europa non voleva vedere. Il mondo intero, in un certo senso, ha fatto finta di non vedere per anni. Finché non fu troppo tardi.

Il monito de Il complotto contro l’America è uno solo: non fingete che non stia succedendo. Non abituatevi. Non adattatevi solo per quieto vivere.

Eppure, lo facciamo continuamente. Ci adattiamo a qualsiasi cosa. Ancora oggi.

La fine

Lasciato il lavoro per evitare il trasferimento, Herman fa il bracciante e l’autista per la merce di suo fratello Monty (David Krumholtz).

Che ci piaccia o no, Lindbergh ci sta insegnando cosa significa essere ebrei. Noi ci crediamo solo americani.

Quando iniziano i saccheggi, gli attacchi e gli omicidi - dopo l’assassinio di Walter Winchell, candidato alla Presidenza - gli italiani mettono per strada i loro uomini per garantire la sicurezza degli ebrei. Il sindaco di New York, La Guardia, parla al funerale di Winchell col supporto dell’ex Presidente Roosevelt.

Mentre l’odio antisemita cresce, cresce anche la solidarietà. Alvin viene reclutato dalla Resistenza e Sandy si rivolge alla zia in cerca di rassicurazioni che non può trovare. Perché non c’è più niente di rassicurante, in America. Incluso il patetico discorso del Presidente sui disordini e l’assassinio di Winchell.

Seldon

Dal Kentucky, Seldon (Jacob Laval) chiama Bess per dirle che la madre non è tornata a casa. Terrorizzato, convinto che la madre sia morta come il padre, Seldon è solo in casa e Bess, dall’altra parte del Paese, non sa come aiutarlo. 

Ci prova, ma il bambino è nel panico… E lei non è da meno.

In una delle sequenze più drammatiche dell’intera miniserie, il dramma di un bambino rimasto solo rappresenta un mondo in cui niente va come dovrebbe.

Un mondo in cui la giustizia non esiste.

E quando l’aereo di Lindbergh scompare, la propaganda parla subito di un complotto ebraico-britannico per far sparire il Presidente. Viene dichiarata la legge marziale e Bergelsdorf cerca di calmare gli animi parlando alla stampa per conto della First Lady. Senza successo.

Herman si decide finalmente a partire per il Canada, ma Bess non può. Seldon è sotto la loro responsabilità. Così, Herman deve partire per il Kentucky per andare a prenderlo.

Sappiamo che Seldon e la madre sono stati mandati in Kentucky per “colpa” di Philip e ora ci aspettiamo che lo aiutino. A qualsiasi costo.

Le città bruciano. Gli americani non hanno più la libertà di circolare. E il rabbino Bengelsdorf, ora, viene considerato una “cattiva influenza” accanto alla First Lady. Viene arrestato come cospiratore contro gli Stati Uniti.

Nessuno si salverà. Niente verrà risparmiato. L’acqua, ora, sta bollendo.

La madre di Seldon è morta, bruciata vita dal KKK.

Evelyn chiede aiuto alla sorella, che - comprensibilmente - le sbatte il telefono in faccia. Questo non le impedisce di presentarsi alla sua porta affermando che Lindy è vivo e che i tedeschi lo stanno ricattando.

Ti vorrò sempre bene, ma non ti perdonerà mai. Non tornare più qui. Mai più.

Le parole della First Lady alla radio non servono a niente. L’America è fuori controllo. Le forze dell’ordine uccidono indiscriminatamente.

Libertà e giustizia saranno ripristinate.

Ma non è vero. Non succederà mai.

Per quanto Bengelsdorf possa mentire, raccontando una versione alternativa della storia per riabilitare Lindbergh… Non succederà mai.

Perché le elezioni si truccano e i politici si manovrano.

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