The Hater: il film di Jan Komasa, spiegato

Jaroslaw Sosinski / Naima Film Un primo piano di Maciej Musiałowski nel film The Hater

Disponibile su Netflix, il thriller polacco che ha conquistato il Tribeca sta facendo parecchio discutere: ecco spiegazioni, dichiarazioni del regista e ispirazioni ai fatti realmente accaduti.

Jan Komasa ama provocare e stimolare discussioni attorno ai suoi film. Il regista, classe 1981, è considerato un prodigio del cinema polacco sin dal suo esordio, Sala samobójców (Suicide Room), presentato alla Berlinale del 2011.

Dopo lo scioccante City 44 (sulla rivolta di Varsavia) e il controverso Corpus Christi, che ha rappresentato la cattolicissima Polonia post-comunista agli Oscar nell'anno del pigliatutto Parasite, Komasa ha conquistato il Tribeca con The Hater, scritto ancora una volta dallo sceneggiatore 28enne Mateusz Pacewicz.

Hejter è una sorta di "sequel spirituale" del suo debutto Suicide Room, nel quale un ragazzo di buona famiglia vittima di cyberbullismo (il video girato durante una festa in cui scambia un finto bacio gay con un compagno di scuola viene caricato su un social network) si rifugia in un luogo virtuale, un gioco di ruolo chiamato proprio "stanza del suicidio".

Nel caso di The Hater, uscito nei cinema polacchi per soli sei giorni (è stato ritirato dopo una settimana per la chiusura delle sale a causa della pandemia), il legame con Sala samobójców è nel personaggio di Beata Santorska (ad interpretarla è Agata Kulesza), la boss dell'agenzia di comunicazione Best Buzz ripresa nove anni dopo la morte di suo figlio.

Se Corpus Christi è un film sulla complessità del bene, nel caso di The Hater accade esattamente il contrario: Tomasz Giemza, il giovane protagonista interpretato da Maciej Musiałowski, è un anti-eroe che continua a migliorare nel fare il male.

The Hater, o della complessità del male

Nella scena che apre il film, Tomasz è espulso dall'università: ha copiato una relazione e l'accusa di plagio gli è valsa l'allontanamento dalla facoltà di giurisprudenza. Poco dopo, lo ritroviamo a cena a casa dei Krasucki, che trascorrevano le vacanze nel paesino dei Giemza e apparentemente si sono affezionati al piccolo Tomala, fino a pagarne gli studi.

I Krasucki sono una famiglia di socialdemocratici e borghesi: tolleranti e globalisti a parole, ipocriti e classisti nei fatti. Organizzano mostre e aste di beneficenza, infilano termini inglesi in ogni frase, coltivano un odio (ma di classe) che disprezzano nei movimenti di estrema destra, omofobi e razzisti, e nell'attuale partito al potere, Diritto e Giustizia (PiS).

Da quella sera in cui rivede Gabi (Vanessa Aleksander), la figlia dei Krasucki appena rientrata da un anno sabbatico, di cui è innamorato fin da bambino, che segue ossessivamente su Facebook e dalla quale è sempre stato rifiutato, Tomasz cambia: lascia volutamente il cellulare con il microfono acceso a casa degli "zietti" e origlia le loro conversazioni in sua assenza.

Gabi lo definisce "creepy" (inquietante), Robert (Jacek Koman) regala alla cameriera la marmellata ricevuta in dono da Tomala, Zofia (Danuta Stenka) ride sguaiata di come Tomasz ha mangiato i gamberi e del profumo dozzinale di quell'orgoglioso ragazzo di campagna dall'ambizione sfrenata.

Tomasz è completamente svuotato di ideologia. Si sente escluso ed umiliato. La maggior parte delle sue affermazioni sono bugie. Quando conosce Beata di Best Buzz in una discoteca, si offre di lavorare per lei: le prepara in una sola notte un'aggressiva campagna di marketing per distruggere a colpi di bot, troll, account falsi e meme il fenomeno del web Fitaneta, che promuove una dieta disintossicante a base di curcuma.

La strategia funziona e Tomasz scala i vertici di Best Buzz: dal mercato passa alla politica. Beata lo plasma a sua immagine e somiglianza: gli fa ascoltare gli audiolibri dell'Arte della guerra del leggendario filosofo cinese Sun Tzu, gli fa studiare i punti di forza e di debolezza dell'avversario e lo trasforma in un "agente doppio".

Il cliente per cui Best Buzz lavora è un senatore conservatore che paga per seminare l'odio. Il bersaglio è Paweł Rudnicki (Maciej Stuhr), candidato sindaco di Varsavia liberale e pro migranti, pronto ad accogliere ed includere tutte le minoranze, omosessuale e idealista.

La parole "immigrazione" e "Islam" devono diventare una pistola politica. Tomasz si infiltra in un movimento d'ultradestra che si raduna all'interno di un poligono. Intercetta in Stefan Guzek (Adam Gradowski) il neofascista perfetto da plasmare ed armare: uno "svitato" che colleziona bombe inesplose, un cecchino formidabile e "star" della rete con i suoi video in cui predica il crollo della civiltà occidentale e del continente cristiano.

Jaroslaw Sosinski / Naima FilmUna scena del film The Hater di Jan Komasa
Il piano di Tomasz per eliminare Rudnicki è da infiltrato

Mentre convince Guzek ad entrare in azione attraverso un videogioco multiplayer online, Tomasz entra a far parte come volontario del comitato elettorale di Rudnicki. Il politico è subito affascinato da questo ragazzo intraprendente e dall'eloquio pomposo e convincente.

Dopo una serata d'approccio in cui droga Rudnicki e lo trascina in un locale gay per farlo riprendere in pista dai suoi hater, Tomasz mette a punto il piano definitivo: diventa, come lo definisce Komasa, "un sadico felice che il mondo stia andando a fuoco".

The Hater è una storia vera?

Per un'incredibile coincidenza, le riprese di The Hater si sono concluse il 22 dicembre 2018, tre settimane prima dell'omicidio di Paweł Adamowicz, il sindaco di Gdańsk pro-migranti e diritti LGBT ininterrottamente in carica dal 1998, ucciso il 14 gennaio 2019 nel corso di un evento pubblico da Stefan Wilmont.

L'assassino, un 27enne con disturbi mentali e precedenti penali (era stato in carcere per delle rapine in banca), ha pugnalato Adamowicz durante una serata di beneficenza, davanti a centinaia di persone. Wilmont è rimasto sul palco per diversi minuti con il coltello insanguinato in mano. "Mi chiamo Stefan, e Adamowicz doveva morire", ha gridato alla folla.

Successivamente, Wilmont ha spiegato di aver agito non perché spinto dal "clima di odio e di ostilità", ma perché era stato torturato mentre era agli arresti durante il governo di Piattaforma Civica, il partito centrista e progressista, liberista, conservatore ed europeista che ha governato dal 2007 al 2014 con il Primo ministro Donald Tusk.

C'è un'altra convergenza incredibile che riguarda The Hater: la data d'uscita del film nelle sale, il 14 gennaio, decisa da tempo dalla produzione Naima Film con i distributori di Kino Świat, è la stessa dell'attacco a Gdańsk contro il sindaco Adamowicz. Che si chiama Paweł, come Rudnicki nel copione di Pacewicz, anche quello pronto già da due anni.

Le manifestazioni che nel film vedono contrapposte le due fazioni, invece, sono ispirate ai veri cortei ultranazionalisti che si sono tenuti nel 2017 (e anche nel 2019) a Varsavia, quando in occasione dell'11 novembre (il Giorno dell'Indipendenza) oltre 60mila persone hanno sfilato al grido di "Polonia pura, Polonia bianca", "l'Islam ci porta solo terrorismo" e "l'Europa sarà bianca oppure disabitata". Sull'altro fronte, la contromanifestazione dei gruppi socialdemocratici che denunciavano il "pericolo fascista" è stata decisamente più sparuta e meno numerosa, come lamentano i Krasucki nel film.

Jan Komasa tocca un nervo scoperto della Polonia di oggi: una società polarizzata, come ha spiegato la giornalista Katarzyna Pia a Tpi.

Da una parte le città, dall'altra le campagne. Da una parte i più ricchi, istruiti, europeisti, che abitano nelle maggiori metropoli come Varsavia o Cracovia. Quelle persone che credono negli stessi valori progressisti di Adamowicz. Poi ci sono le campagne, le zone rurali, dove le persone sono molto povere. E il populismo è così popolare perché la parte marginalizzata, che non ha abbastanza soldi per sfamare la propria famiglia è facilmente manipolabile. I populisti conoscono bene e gestiscono la loro frustrazione, ce l'hanno nelle loro mani e ci fanno quello che vogliono.

Komasa affronta di petto il tema degli esclusi, mostra apertamente quei comportamenti sociali che da entrambe le fazioni si basano sull'emarginazione dell'altro e diventano la radice dell'odio.

Non si schiera dalla parte di nessuno, non abbozza caricature: osserva ma non giudica, riesce a mantenere una distanza e a non censurare alcun comportamento. Con i suoi film, ha spiegato a Tvn24, vuole generare una discussione in un Paese dove ci si scambiano invettive invece di opinioni.

Faccio film affinché le persone, quando escono dal cinema, continuino a parlarsi e non interrompano le loro conversazioni. La mancanza di dialogo crea mostruose tensioni sociali. I conflitti maggiori nascono dalla mancanza di dialogo. Non dobbiamo smettere di parlarci.

In un'intervista concessa a Tygodnik, il regista rivela che la sua ispirazione primaria è stata Taxi Driver di Martin Scorsese. Poi è arrivato il "nightcrawler" di Dan Gilroy, il Louis Bloom di Jake Gyllenhaal ne Lo sciacallo.

La storia oscura di un eroe perso in una metropoli, respinto, anche se in modo diverso, dai privilegiati.

Quando Danny Boyle l'ha premiato al Tribeca, ha scritto che se per Coppola nel caso de La conversazione l'occasione è stata lo scandalo Watergate, per Komasa in The Hater è Facebook e le fake news.

Internet ci divide in piccole tribù. Spesso non ne siamo consapevoli, perché i dati vengono preparati per noi. La televisione non ha giocato un ruolo del genere, paradossalmente a causa di una certa ottusità del suo messaggio. La TV non sceglie i contenuti per noi, si limita ad offrirli e noi facciamo zapping. Internet, invece, impara dai nostri dati.

Il web, secondo il regista, "cucina per noi".

Rende i conservatori più conservatori e i progressisti ancora più progressisti. I destinatari più difficili da raggiungere e più riluttanti sono i centristi. Non si sa cosa vendere loro: vacanze in Polonia o Tailandia. Devi dare loro un colore: rosso o blu. Questa propaganda è soggetta ad algoritmi. Siamo divisi. E c'è un'enorme dose di manipolazione. Ogni convinzione viene monetizzata.

Tomasz Giemza non è certo una vittima. È piuttosto un "estraneo" ad un certo mondo che lo ripudia e che progressivamente smette di essere umano.

Liberato dalla moralità. Vuoto. Questa è la storia di un mondo senza Dio.

Tomala è ossessionato da una famiglia più ricca e istruita di quella da cui proviene.

Le paure della famiglia Krasucki possono essere giustificate. Ma in una certa misura, vale la pena osservare il mondo più da vicino. Forse la chiave è ciò di cui parla Olga Tokarczuk: la tenerezza. La sensibilità alla possibilità dell'aiuto, ma anche la sensibilità al male, all'oscurità. Ai Krasucki mancano entrambe, non ne hanno abbastanza per guardare davvero gli altri. Respingo una morale così semplice come quella di Joker: l'eroe è arrabbiato perché viene da una famiglia povera.

Comunità e famiglia, alienazione e solitudine: sono questi i temi centrali di The Hater per Komasa, come ha spiegato al sito Uroda Zycia.

Nei miei film, mi chiedo quanto abbiamo bisogno degli altri, quanto possiamo sacrificarci solo per stare in mezzo a loro, quanto soffriamo quando siamo fuori dal gruppo.

La comunità è una forza potente nei film del regista e i suoi personaggi la desiderano perché dà loro un senso di accettazione, di fare parte di qualcosa di più grande.

Se nei meandri delle grandi città cosmopolite e della reazionaria provincia polacca si sta facendo strisciante una forte ed esasperante polarizzazione delle posizioni, Komasa vuole analizzare la complessità del male per mettere le sue opere al servizio di una società in cerca di identità.

Come ha raccontato al magazine Rzeczpospolita, "ho paura della corruzione intellettuale quando le agitazioni storiche e socio-politiche iniziano con l'uso di denaro".

Per fortuna siamo al centro dell'Europa, anche se 70 anni fa non ci ha salvati. Continuiamo a ripeterci: questo non può accadere. Ma come cittadino, come artista che vive qui, ho paura di un'escalation di violenza e ho la sensazione che sia giunto il momento in cui gli artisti devono parlare.

La libertà di discutere e di affrontare gli argomenti scomodi resta per il regista "la cosa più importante".

Soprattutto in una società in cui il linguaggio d'odio è diventato parte così integrante del nostro quotidiano che smettiamo quasi di notarlo.

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