Un film sull'assenza di empatia: perché Joaquin Phoenix ha accettato Joker

Lo rivela il regista Todd Phillips durante un Q&A a New York: ecco come ha convinto Phoenix a dire di sì ad un personaggio difficile come Arthur Fleck (e al suo primo "cinecomic").

Warner Bros. Joaquin Phoenix in una scena del film Joker

"C'è un'assenza di empatia nel mondo che tutti noi sentiamo al giorno d'oggi": così Todd Phillips racconta la motivazione profonda che lo ha spinto a scrivere con Scott Silver il suo Joker.

Nel corso di un incontro al WarnerMedia di New York, il regista ha rivelato che è stata proprio questa la chiave che ha spinto Joaquin Phoenix ad accettare il suo primo cinecomic.

All'attore è subito piaciuto "lo spirito del film: una sorta di anti-comic book film", come spiega Phillips. Eppure, Phoenix non era del tutto convinto: prima di accettare la parte, gli incontri con Phillips sono andati avanti per tre-quattro mesi.

Non era uno che avrebbe mai pensato di essere protagonista di un cinecomic. Credo almeno, non posso dirlo con certezza. Ma sono sicuro che in passato ha rifiutato dei cinecomic. Quindi, quello è stato il più grande ostacolo.

Questa lunga preparazione ha aiutato regista e attore ad andare fino in fondo con questo progetto, ad entrare subito nel tono e nell'atmosfera del film.

Phillips parla di "protest feeling" e cita la canzone-invettiva Ohio di Crosby, Stills, Nash & Young, scritta nel 1970 da Neil Young in memoria dei quattro studenti pacifisti uccisi dalla polizia a Kent mentre protestavano contro l'invasione statunitense della Cambogia, voluta dall'allora presidente Nixon.

E se si crescesse davvero in un mondo senza empatia? Se la nostra Gotham fosse un luogo freddo e buio, pieno di gente a cui non importa nulla l'uno dell'altro? Ecco da dove viene questo cattivo.

Quel clima è passato dallo schermo alla realtà, con i manifestanti travestiti da Joker nei cortei dal Libano all'Iraq (l'artista Ahmed Shawqi ne ha fatto dei veri e propri poster, testimonia il Baghdad Post), fino ad Hong Kong e in Cile.

Quanto alla risata di Arthur, Phillips confessa che "Joaquin era nervoso a riguardo, ma appena me l'ha proposta l'ho trovata perfetta".

In una delle scene iniziali, quella del primo incontro con l'assistente sociale che gli procura le medicine di cui ha bisogno, l'attore ha ripetuto quella risata nove volte (per i cambi di lenti degli operatori e alcune riprese aggiuntive) e "l'ha fatta sempre bene, ogni volta".

Warner Bros.Joaquin Phoenix in una scena del film Joker

Un altro elemento che ha contribuito al clima cupo dell'opera è stata la rappresentazione di Gotham City: il regista ha ripercorso la propria esperienza personale di uomo cresciuto a Long Island e studente della New York University. La collaborazione con Mark Friedberg, lo scenografo del film e anche lui profondamente newyorkese, ha fatto il resto.

Tutto nel film, la New York di fine anni '70 primi anni '80, lo sciopero dei rifiuti, passa attraverso una lente molto realistica.

Phoenix ha dovuto lavorare d'immaginazione soltanto per alcuni dettagli: ad esempio quando le autorità dei trasporti locali non hanno acconsentito alla realizzazione dei graffiti che vediamo nel film. Quei disegni sono stati aggiunti in CG durante la fase di post-produzione.

Ma Joaquin è uno che ci dà dentro: ha affrontato tutte le caratteristiche di Arthur, anche il suo guardaroba.

Cambiando in corsa dalla versione iniziale che aveva previsto per il protagonista.

All'inevitabile domanda su un sequel, Phillips è molto chiaro.

Io e Joaquin ne abbiamo parlato. Ci piacerebbe veramente fare di più in questo mondo, ma la storia dovrebbe essere giusta. Nessuno di noi due vuole farlo soltanto per farlo.

A prescindere da quello che succederà il 9 febbraio alla Notte degli Oscar: Joker è film il più nominato con ben 11 candidature.

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