Da Chiara Ferragni a Greta Thunberg: il problema di essere un'icona "doc" a Venezia

DogWolf Greta Thunberg

A Venezia 77 è il giorno di Greta Thunberg e I am Greta, il documentario a lei dedicato. Come per Unposted su Chiara Ferragni alla scorsa Mostra, torna il dilemma di come raccontare un'icona in formazione.

Nel giro di una sola annata la Mostra del cinema di Venezia è passata del celebrare l'influencer Chiara Ferragni all'attivista per il clima Greta Thunberg: è forse il riassunto più emblematico del mutato sentire comune, del riaffacciarsi di una certa austerità nella forma e nella sostanza, anche solo causata dalla pandemia in corso. Il sentiero più diritto e breve è raccontare Unposted e I am Greta per contrasti. Una modella, imprenditrice e influencer che racconta sé stessa e celebra la passerella veneziana in presenza e nel modo più glamour possibile. L'altra che cede un'ulteriore pezzetto della sua intimità alla collettività, lasciandosi riprendere e raccontare dall'esordiente Nathan Grossman, ovviamente assente dal red carpet e intervenuta in diretta streaming in conferenza stampa dalla sua scuola. 

Più arduo, iconoclasta ma forse stimolante procedere per giustapposizione. Chiara e Greta sono lontane come il giorno e come la notte per stili di vita e valori, eppure sono molto più simili di quanto vorremmo ammettere, entrambe sintomo di un cambiamento. Innanzitutto a livello sociale: le due giovani donne hanno costruito la loro figura pubblica, usando i social network come leva per trovare un pubblico, divenuto così enorme da metterle al centro della scena e renderle icone di due mondi nascenti.

Entrambe sono strettamente connesse a una generazione che cerca e trova la sua voce e il suo potere in modi nuovi, influenzandosi reciprocamente. Entrambe sono protagoniste di documentari assolutamente insoddisfacenti nel ritrarle. 

Greta è esattamente chi pensiamo che sia

Dal punto di vista umano, I am Greta è un'esperienza toccante, anche se non racconta davvero nulla di nuovo. Conoscendo per sommi capi la biografia e le tappe fondamentali del percorso della quindicenne svedese che ha puntato i riflettori sulla crisi climatica globale come mai successo prima (introducendo all'attivismo politico un'intera generazione) non mi ha riservato grandi sorprese né aiutato a comprendere più a fondo la questione a monte. Questo è un documentario puramente descrittivo, che ha al centro il cambiamento umano di una ragazzina adolescente che ha (definizione che preferisce a "è affetta da") la sindrome di Asperger.

Grossman ha l'enorme fortuna di trovarsi lì a documentare un anno incredibile proprio dai suoi inizi, da quando Greta era un'adolescente con le trecce seduta con il suo cartello in sciopero da sola, fuori dal Parlamento svedese. Suona cinico dirlo, ma è un'occasione sprecata, almeno cinematograficamente parlando. Un documentario descrittivo è quanto di più elementare questo genere di narrazione possa essere.

DogWolfGreta in corteo per le strade del Belgio
I am Greta cattura l'esperienza personale di Greta che già conosciamo

È come una tesi di laurea: quel che conta e fa la differenza è l'angolazione, la prospettiva e la posizione che si assume nel documentare un tema. Si può tentare di essere più neutri e oggettivi possibili o rendere esplicita una propria tesi e portare argomentazioni per convincere lo spettatore della sua validità. Nathan Grossman sceglie una prospettiva orizzontale, a livello dello sguardo della sua protagonista, con l'aggravante di schierarsi dalla sua parte pur tentando di apparire neutrale. 

Contrasti e scorciatoie

Il problema di fare un buon documentario biografico è che spesso l'operazione finisce per risultare parecchio sgradevole per il soggetto che non vi si riconosce e si sente attaccato. Questo perché a furia di riprendere la vita di qualcuno da un angolo della sua esistenza, si finisce per passare inosservati e catturare le contraddizioni invisibili al soggetto. Mi viene in mente quanto successo con un altro documentario dedicato a una donna esemplare: M.I.A. – La cattiva ragazza della musica. Girato con il consenso della cantautrice M.I.A., il documentario ha finito per vederla dissociarsi dall'opera finale. Descrivere come neutrale un documentario che da una parte ci mostra i momenti d'intimità di Greta con il padre e dall'altra i leader mondiali che usano i cellulari durante il discorso della quindicenne all'ONU è un contrasto forte, ma una facile scorciatoia

La parte difficile è guardare a Greta così da vicino da cercare le risposte alle domande di chi la attacca e demonizza. I am Greta liquida le principali opinioni negative sulla ragazza facendole leggere i commenti più cattivi che riceve sui social mentre ride stupita da tanta meschinità, montando interventi di politici e leader mondiale dall'allure già da villain  (Putin, Trump, Bolsonaro) in cui la sua persona viene minimizzata quando non offesa.

Eppure giunti al termine della visione quelle domande sono ancora lì: quali sono gli atti concreti che Greta vuole mettere in atto? Qual è l'impatto che l'Asperger ha sulla sua visione del mondo e della crisi che stiamo attraversando? Quanto è davvero efficace la sua azione di simbolo e megafono per la lotta climatica? A voler essere davvero arditi, ci si può inoltrare nella scomodissima relazione tra ascesa della popolarità di Greta Thunberg e il riforzarsi di opinioni negazioniste sul clima.

Per ottenere queste risposte però c'è solo una via, piuttosto sgradevole: intromettersi ancora di più nel vissuto di quella che rimane una ragazza di quindici anni, metterla di fronte ai suoi stessi limiti, proprio mentre sta già vivendo una crisi personale enorme. Sappiamo sin dalla prima scena cosa succederà, quale sarà il prezzo in termini umani che le verrà chiesto di pagare per dare voce alla sua causa. Se c'è una cosa che I am Greta fa bene è ribadire ancora una volta il peso enorme di chi si prende sulle spalle l'onere di essere un simbolo

Venezia 77Greta Thunberg in diretta streaming
Greta Thunberg si è collegata in diretta streaming dalla propria scuola per la conferenza stampa

Registrare o documentare

Nel mondo contemporaneo, rapido e istantaneo, non c'è bisogno di aspettare che un'icona sia tale per raccontarla: la si può registrare, montare ed editare quando sta ancora emergendo dall'anomimato. Il problema di questa istantaneità è che assottiglia le distanze tra un video girato su un cellulare e un documentario. Documentare al cinema implica tutta una serie di scelte e una presa di posizione, diretta o indiretta che sia. 

Non è un caso se ci sono documentari che attendono decine di anni per vedere la luce, con realizzatori che accumulano migliaia di ore di girato per un risultato finale che dura spesso meno di 100 minuti. Tra l'avvicinare un soggetto, conoscerlo e capire cosa si vuole dire davvero a riguardo possono passare anni. I am Greta sulla carta potrebbe essere un titolo dal valore storico e sociale inestimabile, ma sarà davvero così? Non mancherà di commuovere le platee, diffondere ulteriormente il messaggio di Greta, rinfrancare l'attivismo dei giovanissimi che sono da lei ispirati: è già un risultato importante, ma istantaneo, temporaneo.

DogWolfUn'immagine di Greta in regata sull'Atlantico
Uno dei meriti del documentario è ribadire l'enorme sacrificio fisico e psicologico accettato da Greta Thunberg

A livello cinematografico però è un montaggio il cui unico punto sembra essere quanto Greta abbia pagato la sua scelta, quanto sia urgente per lei il messaggio da diffondere, tanto da sacrificare la sua infanzia e il suo intimo. Sono due concetti però che lei stessa ha saputo comunicare alla perfezione. Le grandi domande verso cui Greta punta il dito rimangono fuori dalla scena, così come le principali obiezioni che i suoi detrattori le rinfacciano. 

C'è una scena che mi ha molto colpito in I am Greta, infilata proprio sui titoli di coda: in un montaggio di giovanissimi che parlano a folle in protesta, compare un bambino che col microfono in mano chiede il cambiamento a gran voce, mimando lo stile e la rabbia della protagonista. È un'immagine che ha commosso la mia vicina di proiezione, mentre la sala scoppiava in un applauso lunghissimo per il regista. Non ho potuto farmi a meno di chiedere se non fosse un errore decidere arbitrariamente che quel bambino che ripete il messaggio di Greta sia intrinsecamente positivo mentre ogni leader che chiede un selfie o pronuncia frasi di circostanza sia negativo.

GodWolfIl regista del film Nathan Grossman
Il regista del film Nathan Grossman ha potuto seguire Greta e il padre nell'anno in cui si è trasformata in un'icona globale

Ho trovato anche emblematico che non ci fosse un singolo scienziato tra i protagonisti del film, tra quanti interagiscono con Greta: quale miglior testamento della nostra incapacità di rimanere focalizzati sul problema scientifico, lasciandoci commuovere o indignare da quello umano? 

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