Sì, Nomadland sarà uno dei protagonisti della corsa all'Oscar: la recensione del film di Chloé Zhao con Frances McDormand

Searchlight Fern in riva all'oceano

Sul gran finale arriva il film più atteso di Venezia 77, in contemporanea con il Festival di Toronto: Nomadland di Chloé Zhao farà entrare la regista nel cuore del pubblico che ancora non la conosce. La recensione.

Se qualcuno sperava di capire qualcosa di più dell'imminente film Marvel diretto da Chloé Zhao rimarrà deluso, perché il nuovo progetto della regista cinese di The Rider è una naturale continuazione della sua breve ma impressionante carriera autoriale. Ispirato dall'inchiesta giornalistica condotta da Jessica Bruder per ben tre anni tra i nomadi d'America, Nomadland è scritto, diretto, prodotto e montato da una delle figure più quotate per finire alla notte degli Oscar quest'anno: Chloé Zhao. 

Zhao infatti si conferma un'autrice di razza: il suo lavoro trasforma un'inchiesta giornalistica in un film emozionante come un road trip, mantenendo quel certo non so che di documentaristico. L'azzardo di fondere l'interpretazione professionale di una Frances McDormand già lanciatissima per la stagione dei premi con una serie di dilettanti che interpretano sé stessi funziona eccome. Il merito è principalmente di Zhao, abituata a portare il reale nella rappresentazione cinematografica, fondendo attori di professione e testimoni di vita in un unico, grande racconto corale. 

Zhao conquisterà il grande pubblico

Per quanti hanno recuperato il film che l'ha lanciata a Cannes qualche anno fa, lo struggente The Rider, Nomadland è una solida conferma di quanto già visto. La pellicola è priva di grandi sorprese nei temi e comunque ammorbidita nelle sue svolte più radicali dall'intervento di un colosso come Searchlight (occhio al nuovo logo all'inizio del film), ennesima emanazione del gigante Disney nata dalle ceneri di 20th Century Fox.

A questo proposito non si può non nominare una delle scene più dissonanti nel film, ovvero quella d'introdurre una sorta di "occhiolino multiverso" mostrando un cinema che espone i poster del primo film degli Avengers (Nomadland si svolge nel 2011), prima di un bel product placement di una nota bibita gassata. Disney insomma non perde il vizio e anzi, la smania di brandizzare tutto il suo universo è sempre più forte. 

Per fortuna sono microscopici granelli di "altro" in un film di portata emotiva così forte che non ci vuole poi molto a pronosticare che farà entrare la sua regista nel cuore del grande pubblico. Se Into the Wild e Wild avessero un figlio insieme e si dimostrasse un ragazzino particolarmente sensibile e dal atteggiamento pacato e frugale, ecco che avremmo di fronte un Nomadland. 

Storie di vita e amicizia autentiche sulle strade statunitensi

C'erano tanti modi diversi di approcciare questo viaggio tra le moderne tribù nomadi statunitensi, costrette a vivere e spostarsi in camper per necessità di lavoro o per indole caratteriale. Zhao scarta l'opzione sensazionalistica e di denuncia, ma anche quella della donna che ha perso sé stessa e attraverso l'esperienza del viaggio trova una nuova quadratura nella sua vita. La sua protagonista Fern sa esattamente cosa vuole e a che punto si trova della sua vita, sin dall'apertura della pellicola. Non si sente una senzatetto, come l'apostrofa qualcuno, si sente una donna senza una casa di mattoni ben piantata nel terreno e le va bene così. Persino le difficoltà tecniche di una vita così frugale o l'eventuale "pericolosità" per una donna in questo percorso sono residuali nell'economia narrativa ed emozionale del film. 

Al centro di Nomadland infatti c'è un bellissimo racconto umano, un gruppo di solitudini che sanno stare alla giusta distanza, incontrarsi e poi ritrovarsi, senza mai dirsi addio. Fern è refrattaria all'idea di stabilirsi in un solo posto e ama stare per conto suo, ma è una persona dalla profonda umanità, capace di entrare in dialettica con la sorella che tenta di spingerla a rimanere a casa sua, con i compagni di camper e viaggio e le loro incredibili (e vere) storie di vita, fino al ragazzo spiantato che dorme all'addiaccio e cammina per mezza America.

Lo sguardo cinematografico di Zhao come sempre anela gli spazi enormi degli Stati Uniti, i cieli immensi all'alba o al tramonto, il miracolo di un animale selvaggio intravisto fuori dal finestrino, la bellezza frugale ma potentissima della natura in cui perdersi e trovarsi. Il cuore ad ogni inquadratura lo dà la solita, bravissima Frances McDormand, capace di slegarsi dal suo personaggio tipo della tipa ruvida e tosta, di esprimersi con delicatezza e sensibilità. Anche il risvolto affettivo della sua avventura, tra amicizie al femminile e un amore profondo ma mai esplicitato per il personaggio di David Strathairn, è lontano dalle convenzioni del cinema che macina chilometri sulle strade statunitensi. 

SearchlightFrances McDormand in Nomadland
Frances McDormand tira fuori un lato gentile e molto comunicativo in Nomadland

Probabilmente sarete già in lacrime quando il film l'avrà accompagnata a trovare una quadra con il ricordo del marito morto. Zhao è sempre alla ricerca di queste storie di spazi infiniti e vite frugali che li attraversano, itineranti e raminghe. Non rischia di annoiare perché riesce sempre a metterci un'enorme bellezza formale e una grande umanità dentro. The Rider ha un respiro ancor più puro, ma Nomadland è un gran modo per scoprire questa regista. Ora più che mai rimane tanta curiosità su come sarà il suo Eterni, un cinecomics Marvel pieno di star decisamente differente da questo film itinerante e intimo.

Voto 8/10

Meno radicale di The Rider ma altrettanto emozionante, Nomadland farà scoprire al grande pubblico un'autrice dal talento incredibile come Zhao. Non avrà problemi ad entrare nella corsa agli Oscar.

Elisa Giudici
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