El practicante: finale e significato del film

Il finale del thriller spagnolo di Carles Torras, che chiude a tinte dark la storia del paramedico protagonista Ángel (Mario Casas), sta facendo discutere gli utenti sul web: ecco un'analisi delle scene conclusive e del loro significato.

Netflix Mario Casas e Déborah François in una scena del film El practicante

El practicante è il film più visto in queste settimane su Netflix. L'oscuro e perverso thriller diretto dallo spagnolo Carles Torras, al suo quinto lungometraggio, domina le Top 10 della piattaforma streaming in diversi paesi, e chi l'ha visto ne capisce subito il motivo.

El practicante non infrange soltanto gli stereotipi dei tanti infermieri, ambulanzieri e medici che "sono degli eroi" o di una giovane donna che cerca di diventare madre, ma mette anche in discussione l'amore (e i suoi limiti) in una trama tanto morbosa quanto intrigante.

La storia al centro del racconto è quella di Ángel (Mario Casas), un paramedico che lavora ogni notte sulle ambulanze del pronto soccorso. Ángel è una persona narcisistica, soffocante e passivo-aggressiva.

Raccoglie sulle scene degli incidenti oggetti appartenenti alle vittime, che colleziona come macabri trofei nel suo armadio. Sfoga la sua frustrazione nei rapporti sessuali con la fidanzata Vane (Déborah François), una ragazza francese di cui è gelosissimo. Non sopporta il cane del vicino, l'anziano Vicente (Celso Bugallo), né le chiacchiere del suo collega Ricardo (Guillermo Pfening). Sogna di diventare padre, ma non accetta la sua sterilità.

Ángel non suscita alcuna empatia nello spettatore, nemmeno quando è vittima di un tremendo incidente: l'ambulanza sulla quale sta viaggiando si schianta contro un camion e il paramedico finisce paralizzato sulla sedia a rotelle.

Incapace di accettare la sua nuova vita, Ángel sviluppa un'insana ossessione per Vane. L'unica persona con cui sembra instaurare un rapporto "sano" è Sandra (María Rodríguez Soto), la fisioterapista che ne cura la riabilitazione e l'unica a trattarlo con rude schiettezza.

Ma ormai Ángel è angosciato da un pensiero ricorrente: l'idea fissa che la sua partner, spiata di nascosto con un'app che le ha hackerato lo smartphone, gli sia infedele. L'impulso irrefrenabile di controllare la vita della fidanzata arriva fino all'epilogo inevitabile: ormai dipendente da antidolorifici e antidepressivi, Ángel escogita un'inquietante vendetta quando scopre che Vane ha una relazione con Ricardo.

Il finale

Dopo aver ucciso il cane di Vicente ed essersi procurato abbondanti dosi di morfina ed anestetico da un medico compiacente, Ángel pedina Vane, la persuade ad accompagnarlo a casa per recuperare le sue ultime cose e il passaporto. La gentilezza nasconde una trappola: la ragazza viene sedata con l'oppio, gli anestetici e un'epidurale, legata alla spalliera del letto e tenuta segregata nella "stanza della nonna".

Ángel sa bene che Vane aspetta da Ricardo quel figlio che avevano tanto voluto quando stavano insieme. Non accetta di essere lasciato né di essere sterile e disabile: ai suoi occhi, tutti sono colpevoli della sua condizione. Rapita e vessata, Vane è costretta ad una convivenza forzata con il suo carnefice e finisce nella stessa situazione del suo ex: inchiodata su una sedia a rotelle. Deve diventare come lui, deve cominciare a comportarsi come Ángel, che nel frattempo fa fuori sia Vicente che Ricardo.

La sopravvivenza di Vane e del bambino che ha in grembo ormai sono a rischio: la donna raccoglie tutte le sue forze e finge una riconciliazione con il suo aguzzino, accettando con entusiasmo la cena romantica che il bastardo che la sta torturando ha cucinato.

Quando Ángel le regala un anello e le chiede di sposarlo, Vane si chiude in bagno, prende un tagliaunghie dall'armadietto e riesce a slegarsi mani e piedi nei pochi momenti utili in cui l'uomo è fuori casa.

Con la forza della disperazione, Vane apre la porta e tenta la fuga: raggiunta sul pianerottolo dell'appartamento da Ángel, la ragazza fa in modo che la sua mano non tremi quando infila un cacciavite tra volto e mani dell'ex e lo getta giù per le scale.

Sono passati alcuni mesi e scopriamo che Ángel non è morto nella caduta. Nelle scene conclusive lo vediamo ridotto in stato vegetale in un centro di cura.

"Ángel, non sapevo che avessi una ragazza. Sei fortunato", gli sussurra un infermiere. A trovare il paziente è infatti Vane, che gli promette una tremenda vendetta.

NetflixDéborah François e Mario Casas nella scena finale del film El practicante
La vendetta di Vane può compiersi

"Sei felice di vedermi? A partire da adesso, sarò io ad occuparmi di te", gli sussurra all'orecchio mentre lo conduce fuori dalla struttura sulle note di Un sorbito de champagne, la canzone dei Los Brincos che aveva suggellato il loro amore e la segregazione domestica.

È soltanto l'inizio di una "rivincita" appena iniziata e che promette di essere molto crudele.

La spiegazione

Dopo l'inquietante Callback, la storia di un aspirante attore e fervido cristiano evangelico disposto a tutto per raggiungere il successo, Carles Torras torna a raccontare la spirale discendente nella psicopatia di un personaggio ripugnante, un manipolatore guidato da invidia, rabbia e frustrazione.

Ángel pianifica per la "sua" Vane un inferno di violenza e distruzione: spersonalizza la sua fidanzata e pensa di avere il diritto di controllare tutto ciò che fa. Il "practicante" è un soggetto spregevole, che esercita una tortura fisica e psicologica calcolata con freddezza e si abbandona alle pulsioni più torbide senza provare un briciolo di senso di colpa.

La disabilità che lo ha lasciato immobile dalla vita in giù e inchiodato sulla sedia a rotelle, non è altro che un catalizzatore che accentua ciò che Ángel ha già dentro: la gelosia che si trasforma in stalking, la lesione al midollo spinale che muta in macabre ossessioni.

L'obiettivo di Torras è stato quello di realizzare un thriller teso e vibrante, ispirato al maestro Roman Polanski ("Sul set mi sentivo come lui negli anni '60 e come se Mario fosse Marlon Brando e Déborah Catherine Deneuve", ha dichiarato), e di scandagliare la mente di un perverso narcisista che "usa il disprezzo e l'umiliazione per degradare l'altro", come ha spiegato il regista in un'intervista concessa a El cultural.

Sono esseri che cercano di isolarti e separarti dai tuoi cari per controllarti e manipolarti meglio. Per esempio, attraverso un ricatto emotivo, come quando Ángel dice alla ragazza che non riesce a rimanere incinta perché non lo vuole.

Torras si è avvalso della consulenza di un gruppo di psicologi e ha cercato di ricreare in maniera fedele i comportamenti di individui affetti da questa patologia.

Hanno un senso di superiorità e si sentono soddisfatti solo quando gli altri sono alla loro mercé. Agiscono per nutrire il loro ego distruggendoli psicologicamente per sentirsi superiori. Se riescono a influenzarti, si comportano come predatori fino a quando non finiscono. E non hanno rimorsi, non si preoccupano delle conseguenze delle loro azioni.

La disabilità genera nel protagonista una rabbia sorda che non è in grado di canalizzare e finisce per alimentare gelosia e possessività.

La mia prima idea è stata quella di pensare a cosa succede quando uno psicopatico diventa dipendente. È la cosa peggiore che gli possa capitare. Uno psicopatico vince sempre, non accetta mai la sconfitta. L'idea di dipendenza è fondamentale in questo film: Ángel ha una dipendenza fisica e Vane una dipendenza psicologica.

La scelta di Torras è ricaduta sul lavoro del paramedico perché gli psicopatici "non si identificano affatto con le sofferenze altrui".

In una professione come questa può essere un vantaggio non farsi coinvolgere emotivamente. Quando vedi gli altri come oggetti, il dolore ti è estraneo.

Il regista ha evitato il rischio di poter risultare compiacente con un personaggio tanto disturbante accettando di volerne assumere il punto di vista. Con gli sceneggiatori Rebeca Arnal, David Desola e Hèctor Hernández Vicens ha eliminato ogni battuta e un senso dell'umorismo nero che pervadeva le prime bozze del copione.

Una cosa è raccontare il film dal punto di vista di Ángel e un'altra è prendere una posizione. La cosa peggiore che può succedere è ridere alla battuta di uno psicotico. Un altro errore fatale sarebbe stato quello di cercare di umanizzare il maligno, quando si vede che nel film cade a pezzi.

Ma El practicante, in fondo, non è solo la storia di un ragazzo borderline e paralizzato che perde la testa e impazzisce.

È anche la parabola di una donna che non accetta il destino di vittima e, in un percorso ad ostacoli di estrema liberazione, finisce per sottrarre il comando al suo carnefice e distruggerlo.

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