I film, la serie (e i corti) da non perdere del regista Steve McQueen

GabboT su Flickr / CC BY-SA 2.0 / via Wikipedia Michael Fassbender e Steve McQueen alla premiere di 12 anni schiavo

Il 20 novembre arriva su Amazon Prime la serie Small Axe, antologia firmata dal regista britannico: se non sapete di chi stiamo parlando, ecco cosa guardare per conoscere il talentuoso ed eclettico video artista lanciato al cinema da Hunger e Shame.

Nei primi quattro film della sua carriera, Steve McQueen ha affrontato il trattamento crudele riservato ai prigionieri politici dell'IRA, la dipendenza dal sesso, gli anni della schiavitù negli Stati Uniti, il sessismo, la brutalità della polizia e i matrimoni interrazziali.

Dal 20 novembre 2020 sarà disponibile in streaming su Amazon Prime Video la sua mini-serie antologica Small Axe, presentata in anteprima alla 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, che gli dedica uno dei due Premi alla Carriera.

Il titolo fa riferimento ad un proverbio giamaicano già citato da Bob Marley in Burnin': "Se voi siete il grande albero, noi siamo la piccola ascia".

I cinque episodi ricostruiscono storie di razzismo e discriminazione realmente accadute a persone della comunità caraibica di Londra tra il 1969 e il 1982, dal processo ai "Mangrove Nine" alle battaglie dell'attivista Altheia Jones-LeCointe.

McQueen, classe 1969, ha deciso di raccontare soltanto adesso le problematiche della Londra nella quale è nato e cresciuto perché, ha spiegato al Guardian, "le cose a volte hanno bisogno di tempo e distanza, maturità e comprensione".

Spesso ti scontri col tuo passato, ti aggrappi a cose che ti sono vicine, forse più di quelle apparentemente lontane. Eppure ce le hai davanti. E devi rendertene conto da solo.

Cresciuto a Hanwell da genitori di origini trinidadiane e grenadine, McQueen ha studiato al Chelsea College of Art and Design e al Goldsmiths College. Nel 1993, si trasferisce a New York dove frequenta la Tisch School of the Arts. Agli inizi del suo percorso artistico, si dedica quasi esclusivamente alla fotografia e alla scultura.

I primi video li gira negli anni Novanta, fino a quando nel 1999 la vittoria del Turner Prize (il più prestigioso riconoscimento inglese di arte contemporanea) lo consacra al successo internazionale.

A ben vedere, i suoi cortometraggi sono altrettanto duri, poetici, e fondamentali quanto i lungometraggi che girerà tra la Gran Bretagna e Hollywood per comprendere la "simbologia dei corpi" che mette in scena.

Bear

Il primo corto del regista, girato in bianco e nero e in 16mm nel 1993.

Due uomini nudi (gli "orsi" Vernon Douglas e McQueen) si prendono in giro a colpi di coreografico wrestling: senza parole, solo sguardi e ammiccamenti.

Tra tenerezza e aggressività, comincia così la riflessione sulla composizione dell'inquadratura e sui temi dell'identità e dell'attrazione.

Five Easy Pieces

Un esperimento del 1995, citazione dissacrante dell'omonimo film di Bob Rafelson con Jack Nicholson, su una equilibrista che diventa "combinazione perfetta di forza e vulnerabilità".

Il corto è disponibile per intero su Critical Commons.

Just Above My Head

Dopo Stage del 1996, dedicato all'incontro (che non avviene mai) tra un uomo nero e una donna bianca, McQueen chiude la trilogia iniziata con Bear.

In campo c'è soltanto la testa del regista, che cammina sotto un immenso cielo bianco.

L'ispirazione è il romanzo Sulla mia testa dello scrittore afroamericano James Baldwin, l'autore di Se la strada potesse parlare.

Just Above My Head Il romanzo di James Baldwin
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€ 12,64

Deadpan

Nel 1997, due anni prima di vincere il Turner Prize, McQueen cita la famosissima scena del corto Io... e il ciclone (Steamboat Bill Jr.) in cui la facciata della casa crolla addosso a Buster Keaton e lui rimane illeso.

Il loop, girato da diverse angolazioni ripetutamente per quattro minuti, rifiuta la continuità narrativa per esporre la "frammentazione discontinua della realtà".

Exodus

Due uomini, vestiti in modo elegante, portano due palme tra la folla in una strada londinese.

Girato in Super8 tra il 1992 e il 1997, è una potente riflessione su migrazione e multiculturalismo della City.

Tra il 1997 e il 2001, McQueen realizza una serie di video-installazioni sotto forma di proiezioni continue, slide singole, a colori e in bianco e nero, con o senza sonoro.

  • Catch (1997)
  • Drumroll (1998)
  • Something Old, Something New, Something Borrowed, Something Blue (1998)
  • Prey (1999)
  • Current (1999)
  • Cold Breath (2000)
  • Girls, Tricky (2001)
  • 7th Nov. (2001)
  • Illuminer (2001)

Caribs' Leap / Western Deep

Commissionato nel 2001 per la mostra Documenta 11 di Kassel, questo doppio documentario è un'installazione ipnotica e immersiva nelle condizioni di vita dei lavoratori migranti nella miniera d'oro di Tau Tona in Sudafrica, tristemente nota come "Western Deep".

Caribs' Leap riporta alla luce un episodio accaduto a Grenada nel 1651: nel paesino di Sauteurs, la cui scogliera a picco sul mare è conosciuta come "Caribs' Leap", i nativi Kalinago preferirono suicidarsi gettandosi dalla falesia piuttosto che piegarsi ai colonizzatori francesi.

Western Deep è disponibile per intero su Critical Commons.

Running Thunder

Nel 2002 McQueen realizza l'installazione Once Upon a Time con 116 immagini raccolte dalla Nasa negli anni Settanta: un insieme di fotografie destinate a mostrare agli alieni com'è la vita sulla Terra.

Charlotte (2004) è un'unica immagine soffusa di rosso: l'occhio è quello di Charlotte Rampling, mandato in proiezione continua per 5 minuti e 42 secondi. Una metafora della manipolazione visiva e del potenziale rivelatore del cinema.

Dopo Mees, After Evening Dip, New Year's Day, 2002 (2005), è la volta di altre installazioni video come Pursuit (2005) e Portrait as an Escapologist (2006) prima di Gravesend/Unexploded (2007), dedicato ai lavoratori che nelle miniere del Congo estraggono a mani nude e per 14 ore al giorno il coltan, il minerale che alimenta le batterie di computer e cellulari.

Running Thunder è invece una proiezione continua di un video in 16mm, nel quale un cavallo è già morto su un prato verde, prima che la camera arrivasse a riprenderlo e a metterlo a fuoco.

L'animale "trascende il tempo attraverso la morte ma è nuovamente soggetto al tempo attraverso la sua presenza nel film".

Giardini

Dal 2007 al 2009, McQueen raccoglie 160 facsimili di fogli filatelici nella collezione Queen and Country: ognuno ritrae ripetutamente il volto di un soldato britannico morto in Iraq.

Con Rayners Lane (2008), manda in loop per 11 minuti una parete di mattoni.

Nel 2009 McQueen gira Giardini per il padiglione britannico della 53esima Biennale di Venezia: sono proprio i Giardini di Venezia in inverno i protagonisti, tra levrieri randagi e desolante abbandono.

Static

Girato in 35mm, questo corto del 2009 proiettato al MoMa manda in loop per 7 minuti il frastuono assordante di un elicottero invisibile che gira intorno alla Statua della Libertà.

Da sfondo, New York diventa progressivamente protagonista con la sua diversità architettonica. Vista in primo piano, la statua appare molto diversa: le inquadrature di McQueen minano la solidità statica del simbolo occidentale della libertà nel Nuovo Mondo.

Mr. Burberry

Gli scatti urbani di Blues Before Sunrise (2012), la video sequenza di End Credits (2012, un'installazione dedicata all'attivista, cantante e attore afroamericano Paul Robeson, composta dalle liste nere dell'FBI di McCarthy), il light box Lynching Tree (2013, la foto di un albero vicino a New Orleans che una volta serviva da forca per gli schiavi) e il corto in Super8 e 16mm Ashes (2014, la morte di un ragazzo grenadino ucciso nel 2010) anticipano I Feel Like That, il video che McQueen gira per Kanye West.

Mr. Burberry arriva nel 2016 e ha per protagonisti Josh Whitehouse e Amber Anderson.

Sulle note di I Won't Complain di Benjamin Clementine, lo spot per la celebre griffe diventa la storia di due amanti colti in "quel momento di una relazione in cui tutto ciò a cui si pensa è il partner, e tutto ciò che si desidera è stare insieme".

McQueen ha realizzato anche un altro lavoro commerciale: Bleu de Chanel: The Film, brevissimo corto con Gaspard Ulliel su Starman di David Bowie.

La carriera cinematografica di Steve McQueen, come detto, comprende quattro lungometraggi.

Hunger

Nel 2008, il regista debutta mettendo in scena la lenta agonia di Bobby Sands (Michael Fassbender), il martire dell'IRA che nel 1981 digiuna per 66 giorni nel carcere di Mate.

Vincitore della Caméra d'or per la miglior opera prima al Festival di Cannes, il film nasce da un ricordo traumatico di McQueen: la vista, ancora bambino, di una foto di Sands emaciato e in fin di vita in un notiziario della BBC.

Shame

Fassbender è ancora protagonista del secondo lungometraggio del regista, diretto nel 2011 e premiato con la Coppa Volpi a Venezia.

L'attore tedesco è Brandon, 30enne newyorkese malato di sesso e prigioniero del suo corpo, almeno fino a quando la problematica sorella Sissy (Carey Mulligan) irrompe nella sua vita.

Il racconto di una doppia autodistruzione, con una scena davvero cult: Mulligan che canta New York New York.

12 anni schiavo

Il film che consacra McQueen a Hollywood, vincitore di tre premi Oscar: miglior film, migliore sceneggiatura non originale e miglior attrice non protagonista, Lupita Nyong'o.

La storia è quella (vera) di Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), il violinista nero e schiavo liberato che trova la forza di sopravvivere negli Stati Uniti del 1841.

Un film sullo schiavismo che diventa "il viaggio di un uomo nella disumanità".

Widows - Eredità criminale

Dopo cinque anni di silenzio, McQueen torna alla regia nel 2018 con un insolito heist movie politico su un gruppo di vedove, capitanate da Veronica (Viola Davis), costrette a proseguire il lavoro sporco iniziato dai loro mariti, uccisi durante una rapina.

Un crime thriller al femminile, ispirato ad una serie TV inglese degli anni Ottanta e sceneggiato con Gillian Flynn, la scrittrice di Gone Girl - L'amore bugiardo e Sharp Objects.

Dopo Small Axe, McQueen ha già pronto il suo prossimo progetto: The Occupied City, un documentario basato sul libro Atlas of an Occupied City. Amsterdam 1940-1945, scritto dalla moglie, Bianca Stigter.

Il film racconterà la Amsterdam occupata dai Nazisti negli anni più duri della Seconda guerra mondiale. "Vivere qui – ha spiegato il regista – è come vivere con degli spiriti. Sembra che ci siano due mondi paralleli. Il passato è sempre presente".

Immagine di copertina: GabboT su Flickr, CC BY-SA 2.0 con modifiche

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