Il processo ai Chicago 7: trama e la storia vera che ha ispirato il film

Il processo ai Chicago 7 è un legal drama targato Netflix che racconta un eclatante processo cominciato nel 1969 ai danni di alcuni manifestanti contro la politica americana nella guerra in Vietnam. Ecco la trama e la storia vera che ha ispirato il film.

Netflix Una scena del film Il processo ai Chicago 7

Il processo ai Chicago 7 è un legal drama del 2020 scritto e diretto da Aaron Sorkin. La pellicola segue la storia vera dei Chicago Seven, un gruppo di manifestanti contro la guerra in Vietnam accusati di cospirazione e attraversamento dei confini di stato con l'intenzione di incitare rivolte alla Convention Democratica del 1968 a Chicago.

La pellicola, largamente elogiata da parte della critica che ha consacrato sia le interpretazioni degli attori che la sceneggiatura, doveva essere originariamente distribuita da Paramount Pictures nelle sale statunitensi. La pandemia COVID-19, però, ha successivamente costretto ad una sua uscita limitata nelle sale (25 settembre 2020). I diritti di distribuzione del film sono stati successivamente venduti a Netflix, che ha reso disponibile lo streaming de Il processo ai Chicago 7 sulla sua celebre piattaforma il 16 ottobre 2020.

Il film vanta un cast d'eccezione che comprende: Yahya Abdul-Mateen II, Sacha Baron Cohen, Daniel Flaherty, Joseph Gordon-Levitt, Michael Keaton, Frank Langella, John Carroll Lynch, Eddie Redmayne, Noah Robbins, Mark Rylance, Alex Sharp e Jeremy Strong.

Il processo ai Chicago 7: la trama

Nell'agosto 1968, Abbie Hoffman, Jerry Rubin, Tom Hayden, Rennie Davis, David Dellinger, Lee Weiner, John Froines e Bobby Seale cominciano a prepararsi per protestare alla Convention Democratica di Chicago. Quella che doveva essere una manifestazione di protesta pacifica, ben presto si tramuta in tutta una serie di scontri con la polizia e con la Guardia Nazionale. Cinque mesi dopo, tutti e otto vengono arrestati e accusati di aver tentato di istigare una rivolta. John N. Mitchell, il procuratore generale nomina Tom Foran e Richard Schultz come pubblici ministeri, mentre tutti gli imputati, tranne Bobby Seale, sono rappresentati dagli avvocati William Kunstler e Leonard Weinglass.

Il giudice Julius Hoffman mostra sin da subito un pregiudizio decisamente significativo a favore dell'accusa e quindi contro gli imputati. L'avvocato di Seale non è presente e l'imputato riceve aiuto da Fred Hampton. Abbie Hoffman si oppone apertamente alla corte, mentre il giudice comincia a rimuovere man mano i giurati sospettati di simpatizzare con gli imputati, a causa delle minacce segnalate dal Black Panther Party (movimento attivista afro-americano di cui Seale era uno dei co-fondatori) e mostra agli imputati e ai loro avvocati il più profondo disprezzo nelle aule del tribunale.

Il 29 ottobre 1969, Bobby Seale fu imbavagliato e incatenato alla sua sedia per essersi rifiutato di sottostare alle citazioni di disprezzo del giudice Hoffman.
Seale non era, tra l'altro, stato coinvolto nell'organizzazione della manifestazione contro la guerra del Vietnam, iniziata pacificamente prima di trasformarsi in un sanguinoso confronto con la polizia che aveva portato a quasi 700 arresti. Aveva trascorso solo quattro ore a Chicago quel fine settimana, essendosi recato lì per sostituire il relatore.

Indignato per essere stato accusato ingiustamente, Seale ha interrotto rumorosamente il procedimento, chiedendo di rappresentarsi e denunciando il giudice come un "maiale razzista". Hoffman, un irascibile 74enne con palese disprezzo per gli imputati, ordinò che Seale fosse trattenuto e legato. L'immagine di un uomo di colore in catene, resa da artisti presenti in tribunale (perché le telecamere non erano ammesse in aula), è stata diffusa dai media di tutto il mondo.

Il giudice Hoffman, in seguito, accettò il suggerimento di Schultz di dichiarare il caso di Seale un errore giudiziario, facendo calare quindi a sette il numero degli imputati coinvolti nel procedimento. Quello che ne è seguito è diventato un lungo processo, ricordato come uno dei più celebri della storia giudiziale degli Stati Uniti d'America: il processo ai Chicago 7.

Il processo ai Chicago 7: la storia vera che ha ispirato il film

NetflixChicago 7 scena
Una scena del fim Il processo ai Chicago 7

I Chicago 7 (originariamente Chicago 8) sono stati sette imputati - Abbie Hoffman, Jerry Rubin, David Dellinger, Tom Hayden, Rennie Davis, John Froines e Lee Weiner - accusati di cospirazione dal governo federale degli Stati Uniti, incitamento alla rivolta e altre accuse relative alle manifestazioni contro la guerra in Vietnam che hanno avuto luogo a Chicago, in occasione della Convention Democratica del 1968.

Bobby Seale, l'ottavo uomo accusato, ha subìto l'interruzione del processo durante il procedimento, riducendo quindi il numero degli imputati da otto a sette.

La Convention Democratica del 1968 si tenne a Chicago alla fine di agosto per selezionare i candidati del partito per le elezioni presidenziali del novembre successivo. Prima e durante la Convention si svolsero raduni, dimostrazioni, marce e proteste per le strade e nei parchi del lungolago, a pochi chilometri dall'Anfiteatro nel quale si stava tenendo il raduno politico. Queste attività erano sostanzialmente votate a fini di protesta contro le manovre politiche del presidente Lyndon B. Johnson nella guerra del Vietnam, manovre che furono vigorosamente contestate durante la campagna delle primarie presidenziali e all'interno della Convention stessa.

Dopo essersi visti negare tutti i permessi per tenere una serie di manifestazioni nei parchi sul lungolago e anche vicino alla Convention, diversi gruppi di attivisti contro la guerra ottennero solo la possibilità di un raduno pomeridiano al Bandhell, all'estremità sud di Grant Park. La città, inoltre, impose il coprifuoco alle 23:00 a Lincoln Park. Seguirono scontri con i manifestanti mentre la polizia imponeva il coprifuoco, interrompeva i tentativi di marcia verso l'Anfiteatro Internazionale e allontanava la folla dalle strade.

Alla manifestazione di Grant Park di mercoledì 28 agosto 1968 parteciparono circa 15.000 manifestanti; mentre altre attività nelle vicinanze coinvolsero altre centinaia o migliaia di manifestanti. Dopo il raduno al Bandhell, diverse migliaia di manifestanti tentarono di marciare verso l'Anfiteatro Internazionale, ma furono fermati davanti al Conrad Hilton Hotel, dove si trovavano i candidati alla presidenza e i loro staff. La polizia lavorò molto per spingere i manifestanti fuori dalla strada, usando gas lacrimogeni. Non mancarono scontri verbali e fisici e manganelli utilizzati dagli agenti per frenare le persone. Di contro i manifestanti reagirono lanciando pietre e bottiglie e danneggiando proprietà commerciali private. La polizia effettuò decine di arresti. 

Nel corso di cinque giorni e cinque notti, centinaia di manifestanti, giornalisti accorsi sul posto e agenti di polizia rimasero feriti. 

A seguito della Convention del 9 settembre 1968, fu convocato un gran giurì federale per esaminare le accuse penali, concentrandosi su 4 reati principali:

  1. Cospirazione dei manifestanti per attraversare i confini di stato per incitare alla rivolta
  2. Violazioni da parte della polizia dei diritti civili dei manifestanti mediante l'uso eccessivo della forza
  3. Violazioni della rete televisiva della legge federale sulle comunicazioni
  4. Violazioni delle reti televisive delle leggi federali sulle intercettazioni telefoniche

Il processo agli 8 imputati (i nomi sono riportati sopra) iniziò il 24 settembre 1969. Gli avvocati della difesa furono William Kunstler, Leonard Weinglass del Center for Constitutional Rights, Michael Kennedy, Michael Tigar, Charles Garry, Gerald Lefcourt e Dennis Roberts. Il giudice scelto fu Julius Hoffman con i pubblici ministeri Richard Schultz e Tom Foran. Il 9 ottobre, il Governatore dell'Illinois chiese alla Guardia Nazionale degli Stati Uniti di controllare la folla mentre le manifestazioni fuori dall'aula aumentavano vertiginosamente.

Quando i nomi degli imputati furono letti per la prima volta in tribunale, nella prima parte del processo, il giudice Hoffman fece un commento sull'imputato Abbie Hoffman dichiarando: "Non è mio figlio." Come risposta immediata, Abbie gridò sarcasticamente: "Papà, papà, mi hai abbandonato?!"

Fin dall'inizio del processo, il giudice Hoffman mostrò un marcato pregiudizio per l'accusa nelle sue asserzioni e un'avversione nei confronti degli avvocati della difesa, chiarendo che disapprovava i lunghi capelli dell'imputato Kunstler.

Secondo quanto riportato all'epoca dai giornali locali, ben presto gli imputati al processo divennero 7 quando Seale, dopo aver interrotto rumorosamente il processo non potendo scegliere liberamente un avvocato per la sua difesa, fu inizialmente legato e imbavagliato nel in tribunale e poi separato dal caso per un processo successivo, che non ha mai avuto luogo. Il giudice Hoffman, infatti, condannò Seale a 4 anni di reclusione per oltraggio alla corte. A causa delle azioni incostituzionali del giudice però, le accuse di oltraggio contro Seale furono ben presto annullate dalla Corte d'Appello degli Stati Uniti.

Il processo a quelli che erano diventati così i Chicago 7 durò mesi, con molte figure celebri della sinistra americana e della controcultura chiamate a testimoniare, inclusi i cantanti Phil Ochs, Judy Collins, Arlo Guthrie e Country Joe McDonald; gli scrittori Norman Mailer e Allen Ginsberg; e gli attivisti Timothy Leary e Jesse Jackson.

Mentre la giuria deliberava sul verdetto, il giudice Hoffman citò tutti gli imputati - più i loro avvocati Kunstler, Kennedy, Weinglass, Lefcourt, Roberts e Tigar - per numerosi oltraggi alla corte, imponendo sentenze che andavano da 2 mesi e mezzo a quattro anni. Più precisamente, Hoffman impose a Kunstler quattro anni di prigione per essersi rivolto a lui come "Signor Hoffman" invece di "Vostro Onore", Abbie Hoffman, invece, ricevette una condanna di 8 mesi per aver riso in tribunale, Hayden un anno per aver protestato contro il trattamento di Seale e Weiner due mesi per essersi rifiutato di presentarsi quando il giudice Hoffman entrò in aula. 

Il 18 febbraio 1970, ciascuno dei sette imputati fu assolto dall'accusa di cospirazione. Froines e Weiner furono assolti completamente, mentre i restanti cinque furono, però,  condannati per aver attraversato i confini di stato con l'intento di incitare una rivolta.

Questo tipo di crimine era stato istituito dalle disposizioni anti-sommossa del Civil Rights Act del 1968.

Il 21 novembre 1972, tutte le condanne furono revocate dalla Corte d'Appello degli Stati Uniti sulla base del fatto che il giudice si era sempre mostrato prevenuto nel suo rifiuto di consentire agli avvocati della difesa di esaminare potenziali giurati per pregiudizi culturali e razziali. Il Dipartimento di Giustizia decise, in seguito, di non riproporre il caso nelle aule di un tribunale.

Durante il processo, tutti gli imputati ed entrambi gli avvocati della difesa, come accennato, furono citati per oltraggio e condannati al carcere, ma anche quelle condanne furono annullate in appello. La settima corte d'appello concluse, infatti, che la natura personale della condotta in questione richiedeva che tutte le accuse di oltraggio fossero processate davanti a un altro giudice e che ogni ricorrente, la cui condanna avesse superato i sei mesi, avrebbe avuto diritto a un processo con giuria.

Le accuse di oltraggio furono ripresentate davanti a un giudice diverso, che ritenne colpevoli Dellinger, Rubin, Hoffman e Kunstler di alcuni dei capi d'accusa, ma non condannò nessuno di loro al carcere o al pagamento di una multa. 

Ora che conoscete la storia vera che ha scosso gli USA e il mondo nel 1968 (e non solo), non vi resta altro da fare che gustarvi questa pellicola, osannata per la sua sceneggiatura e l'interpretazione del suo cast (Sacha Baron Cohen, Michael Keaton e Frank Langella su tutti).

FONTE: Chicago Tribune

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