Diaz - Don't Clean Up This Blood, il film di Daniele Vicari sui fatti del G8 di Genova

Fandango Jennifer Ulrich in una scena del film Diaz - Don't Clean Up This Blood

Dalla scelta del racconto corale al cast ricco di attori italiani ed internazionali e alle inevitabili polemiche, ecco tutto quello che c'è da sapere sul film che ricostruisce una pagina nerissima della recente storia italiana.

Sono passati quasi vent'anni dai fatti del G8 di Genova e ancora sembra ieri.

Tutto quello che è contenuto nel film Diaz - Don't Clean Up This Blood di Daniele Vicari è noto, ma serve per non dimenticare. In particolare l'assalto alla scuola Diaz, che il vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, Michelangelo Fournier, bollò come "una macelleria messicana".

Un'operazione decisa dai vertici della polizia e avallata dalla politica, degenerata in quella che Amnesty International ha definito "la più grave sospensione della democrazia in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale".

Diaz - Don't Clean Up This Blood ricostruisce la mattanza nel dormitorio e nel Media Center del Genoa Social Forum e il trattamento vergognoso subito dagli arrestati nella caserma di Bolzaneto.

Vicari riproduce quei momenti realizzando un thriller d'assedio, un action violento e claustrofobico con una struttura profonda da film horror, in realtà ispirata al regista da quella di Rapina a mano armata di Stanley Kubrick.

I fatti del G8 di Genova

Nell'estate del 2001 in Italia c'è un governo di destra, presieduto da Silvio Berlusconi. Le elezioni si sono tenute appena due mesi prima: sono quelle del "contratto con gli italiani" siglato da Bruno Vespa a Porta a Porta.

Gianfranco Fini è il vicepresidente del Consiglio, Claudio Scajola è il Ministro dell'interno e deve garantire la sicurezza di Genova durante il 27esimo vertice del G8, previsto dal 20 al 22 luglio.

Nel capoluogo ligure arrivano 300mila persone da tutto il mondo: fanno parte di movimenti e organizzazioni non governative che confluiscono nel Genoa Social Forum, alleanza internazionale della società civile contro la globalizzazione neo-liberista.

Il portavoce è Vittorio Agnoletto, all'epoca anche presidente della LILA, la Lega Italiana per la Lotta contro l'AIDS. Vent'anni anni dopo, racconta Agnoletto ai microfoni di Radio Popolare, nulla è cambiato e i temi della protesta sono ancora gli stessi di allora.

Noi all'epoca abbiamo svolto un ruolo che poi nella storia è diventato quasi quello delle Cassandre. Abbiamo detto: 'Attenzione, se questo modello di sviluppo proseguirà con queste modalità ci troveremo davanti a grandi sconvolgimenti climatici con pesanti conseguenze su tutto il globo. L'Europa sarà sconvolta da una grave crisi economica e sociale'. E cosa abbiamo avuto? La grande crisi economica e sociale nel 2008 e oggi stiamo pagando gli sconvolgimenti climatici del pianeta, un modello di sviluppo assolutamente disastroso.

I "no-global" credono che "un altro mondo è possibile": vogliono rimettere al centro della discussione politica i diritti e gli esseri umani, denunciano il dominio della finanza sull'economia, l'aumento sregolato del potere privato su quello pubblico, le disuguaglianze sociali sempre più nette nelle democrazie occidentali.

Le rivendicazioni del Social Forum, inserite in un documento in 16 punti stilato un anno dopo al Social Forum di Porto Alegre, sono completamente oscurate dalle violenze di quei giorni. Si fa strada una campagna di criminalizzazione del movimento che ne sostiene la contiguità con i Black Bloc, gruppi di teppisti non identificati che con tattiche di guerriglia urbana devastano negozi, spaccano vetrine e danneggiano auto.

Nella notte tra il 20 e il 21 luglio 2001, muore il manifestante Carlo Giuliani, ucciso con un colpo di pistola dal carabiniere Mario Placanica. Lo scontro è avvenuto nel pomeriggio del 20 luglio, a Piazza Alimonda, dove il fotografo Eligio Paoni è preso a calci e pugni dai poliziotti per le foto che ha scattato al cadavere di Carlo.

Nei notiziari passa quella che il collettivo Wu Ming definisce "una verità di regime". Nella giornata del 21 luglio, gli arrestati sono 93: tra questi, 81 sono feriti (tre arrivano in ospedale in prognosi riservata, uno in coma) e una ventina finiscono a Bolzaneto, la caserma degli orrori.

"Fui costretto a dare ordine di sparare se avessero sfondato la zona rossa", dice Scajola nel febbraio del 2002 in relazione all'organizzazione del G8. Per quei fatti, vengono condannati 25 poliziotti, ma funzionari e politici di allora, alcuni già condannati per gravi reati, ricoprono ancora oggi ruoli di primo piano.

La trama

A distanza di dieci anni, Daniele Vicari e la sceneggiatrice Laura Paolucci (alla terza collaborazione con il regista dopo Velocità massima e L'orizzonte degli eventi) impiegano 18 mesi di ricerche sugli atti processuali e con la collaborazione di Alessandro Bandinelli e Emanuele Scaringi al copione realizzano Diaz - Don't Clean Up This Blood.

L'operazione è coraggiosa: il produttore Domenico Procacci finanzia il film in totale autonomia con la sua Fandango. Il budget si aggira tra i 7 e gli 8 milioni di euro. L'unico apporto di co-produzione arriva dai francesi di Le Pacte e dal produttore rumeno Bobby Paunescu di Mandragora Movies. La Rai e Mediaset, né le relative distribuzioni 01 Distribution e Medusa, vogliono appoggiare il progetto.

Girato in gran parte a Bucarest e nei dintorni della città (con altre riprese tra Genova e l'Alto Agide) coinvolgendo 250 stunt, 130 attori, 8mila comparse e 35 automezzi della Polizia, il film è un racconto corale che moltiplica i punti di vista. Il rischio dell'oblio è troppo forte, spiega Vicari durante la conferenza stampa per l'anteprima italiana al Bif&est di Bari.

Dopo la sentenza di primo grado che assolveva i vertici della Polizia, abbiamo avvertito l'urgenza di capire. Una volta letti gli articoli e visti tutti i documentari, ci siamo resi conto di quanto questo non bastasse. Serviva una chiave di lettura, qualcosa che fosse all'altezza dell'accaduto: la Diaz somiglia a un atto di guerra e come nelle guerre abbiamo rintracciato i destini incrociati e la pluralità delle esperienze.

Diaz - Don't Clean Up This Blood segue le storie di alcune tra le 93 persone che la notte del 21 luglio si trovano a pernottare nella scuola. Ci sono il manager che si interessa di economia solidale Nick Janssen, l'anziano sindacalista della Cgil Anselmo Vitali, il giovane giornalista della Gazzetta di Bologna Luca Gualtieri.

Dal resto d'Europa arrivano i manifestanti Bea e Ralf, l'anarchica tedesca Alma Koch che con l'attivista Marco e la legale Franci del Social Forum si occupano di rintracciare le persone disperse. Tutti incrociano i loro destini quella notte, quando i poliziotti del primo reparto mobile di Roma, comandati dal vicequestore Max Flamini, irrompono nella scuola.

Dopo di loro arrivano gli agenti della Digos, mentre i carabinieri assediano la struttura all'esterno. È un massacro in piena regola, che prosegue nella caserma di Bolzaneto. Si salvano soltanto Etienne e Cecile, che si sono rifugiati in un bar, e Marco, che ha passato la notte con la spagnola Maria. Al loro ritorno alla Diaz, alle prime luci del mattino, trovano sangue e distruzione.

Il cast

Vicari coinvolge per il suo film un cast decisamente sontuoso per le sue ambizioni produttive.

I volti più noti sono quelli di Claudio Santamaria ed Elio Germano, ai quali si affiancano numerosi caratteristi del cinema italiano (da Francesco Acquaroli a Mattia Sbragia) e giovani attori francesi, tedeschi, spagnoli, belgi e rumeni.

  • Claudio Santamaria (Max Flamini)
  • Jennifer Ulrich (Alma Koch)
  • Elio Germano (Luca Gualtieri)
  • Davide Iacopini (Marco)
  • Fabrizio Rongione (Nick Janssen)
  • Renato Scarpa (Anselmo Vitali)
  • Ralph Amoussou (Etienne)
  • Emilie De Preissac (Cecile)
  • Camilla Semino Favro (Franci)
  • Aylin Prandi (Maria)
  • Mattia Sbragia (Armando Carrera)
  • Duccio Camerini (Aldoino Fracassi)
  • Antonio Gerardi (Achille Faleri)
  • Paolo Calabresi (Francesco Scaroni)
  • Francesco Acquaroli (Vinicio Meconi)
  • Alessandro Roja (Marco Cerone)
  • Rolando Ravello (Rodolfo Serpieri)
  • Ignazio Oliva (Marzio Pisapia)
  • Monica Barladeanu (Constantine Giornal)
  • Ana Ularu (Gala)
  • Esther Ortega (Ines)
  • Pietro Ragusa (Aaron)
  • Christian Blumel (Ralph)
  • Maximilian Dirr (il fratello di Ralph)

Nelle note di regia, Vicari spiega di aver scelto gli attori "oltre che per la bravura, anche in base al loro coinvolgimento emotivo nel racconto".

Avevo bisogno di persone capaci di inventare un personaggio coerente con la storia raccontata, avendo talvolta poche scene a disposizione, pochi gesti, uno sguardo, una battuta. Ho avuto la fortuna di avere attori di grande spessore anche in piccolissime parti e questo ha arricchito enormemente il film.

I personaggi sono ispirati ai racconti di persone realmente coinvolte negli eventi, ma fin dalla fase di sceneggiatura, specifica il regista, "ho voluto creare caratteri e figure autonomi, lasciando poi completamente liberi gli attori, liberi anche di 'imitare' qualche caratteristica delle persone reali, carpita magari dai repertori o da incontri che qualcuno ha voluto tenere, ma senza mai dimenticare di far parte di un gioco creativo, non di un tentativo di imitazione del reale".

Gli attori hanno condiviso radicalmente questa impostazione e mi hanno regalato la loro enorme libertà espressiva. Il fatto poi che provenissero da varie parti d'Europa, ha fatto sì che sul set si respirasse un'aria effettivamente internazionale: tedeschi, francesi, belgi, italiani, spagnoli, rumeni, inglesi e americani tutti insieme esattamente come accadde nel Media Center di Via Battisti.

Le polemiche

Diaz - Don't Clean Up This Blood vince il Premio del Pubblico nella sezione Panorama del Festival di Berlino 2012, quattro David di Donatello (miglior produttore, sonoro, montaggio ed effetti speciali) e tre Nastri d'Argento (miglior produttore, sonoro e montaggio).

Inevitabilmente l'arrivo nelle sale italiane, nell'aprile del 2012, si fa annunciare da aspre polemiche. Annamaria Cancellieri è Ministro dell'interno del governo in carica, quello tecnico di Mario Monti appoggiato trasversalmente da Popolo della Libertà e Partito Democratico, ed emette una circolare nella quale vieta agli agenti di polizia di parlare del film. Le forze dell'ordine non devono partecipare a qualsiasi intervista o trasmissione televisiva se non espressamente autorizzati.

Le condanne in sede civile per gli abusi commessi dai corpi dello Stato sono ancora tantissime e la nota è interpretata come un tentativo di chiudere la bocca a chiunque voglia offrire la propria testimonianza su quanto accaduto a Genova.

In un articolo pubblicato su Nuovo Paese Sera, il dirigente della Silp Cgil (il sindacato dei lavoratori di polizia) Mirko Carletti scrive che "l'intervento ministeriale appare più una grave interruzione del percorso di democratizzazione della polizia a 30 anni dalla sua smilitarizzazione".

Un'amministrazione che si chiude evitando il confronto si allontana sempre di più da quell'idea di 'polizia fra la gente' che sembrava indicare la via democratica da tutti desiderata.

Franco Maccari, segretario generale del Coisp (il Coordinamento per l'indipendenza sindacale delle forze di polizia), scrive invece a Genova24 per definire il film "falso, inutile e pericoloso".

Falso perché racconta un episodio togliendolo dal contesto dei quattro giorni di inferno del G8 di Genova. Inutile perché non serve più a nessuno girare il coltello nella piaga di fatti avvenuti undici anni fa e di errori che non si sono mai più verificati. Pericoloso perché rischia di fomentare nuove violenze contro le forze dell'ordine che ogni giorno mettono a repentaglio la propria vita per garantire la sicurezza dei cittadini.

Dalle pagine del Cittadino Oggi - Corriere Nazionale, Vicari si limita a dire che il film "non vuole essere un'occasione per litigare, ma per riflettere sul ruolo e sulla funzione di certi corpi nell'ambito di una democrazia matura".

La produzione ha cercato un dialogo con le istituzioni, ma al di là della presa di posizione del Ministero, "l'unica risposta è stato il silenzio".

Nessuno pensa che debbano essere i singoli poliziotti a dare delle risposte, ma le alte gerarchie. E sarebbe altrettanto bello che lo facessero prima che esca la sentenza della Cassazione. Se non lo faranno non ci si dovrebbe stupire, poi, se i cittadini smetteranno di credere in certi valori. A Genova la prima vittima è stata la civiltà, poi i corpi e le coscienze delle persone coinvolte.

Anche Vittorio Agnoletto contesta il film, ma per motivi opposti.

L'efficacia di Diaz - Don't Clean Up This Blood, spiega al manifesto, sta in un punto specifico: la messa in scena delle violenze della polizia alla Diaz e delle torture praticate a Bolzaneto.

Chiunque uscirà dalla proiezione si sentirà fortemente coinvolto e indignato dalla ferocia delle violenze istituzionali alle quali avrà assistito.

Un "pugno nello stomaco che non si dimentica". Il problema, però, sta nell'aderenza completa alla verità storica e processuale.

Diaz - Don't Clean Up This Blood fallisce in diversi punti, primo tra tutti l'eccessiva cautela sui nomi di chi allora condusse e giustificò le operazioni.

Nulla emerge dal film sulla figura dell'allora capo della polizia, oggi potentissimo capo dei servizi segreti, Gianni De Gennaro.

Agnoletto aggiunge che vengono inoltre taciuti i membri del governo, incluso l'allora Ministro della giustizia Roberto Castelli, che si recò in visita alla caserma di Bolzaneto nella notte tra il 21 e il 22 luglio.

La politica sembra non aver avuto alcuna responsabilità.

Il racconto, inoltre, è "completamente decontestualizzato".

Non viene mai spiegato perché 300mila persone quel luglio 2001 si siano recate a Genova. Cosa può capirne un giovane che oggi ha vent'anni? Per non parlare di chi lo vedrà tra qualche anno. C'è stata un forte repressione, ma perché? Cosa volevano quelle persone massacrate di botte? Mistero.

Discussioni e battibecchi a parte, Diaz - Don't Clean Up This Blood resta un film importante.

Un documento prezioso sull'orrore di Stato che funziona, che ha scritto Giona A. Nazzaro su Micromega, "come una micidiale macchina spettacolare, come il più spietato ed efficace dei blockbuster hollywoodiani".

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