Lapsis e l'economia dei lavoretti: e se vivessimo già in una distopia?

TS+F F Il protagonista Ray

Lapsis è la prima bella sorpresa del Trieste Science+Fiction Festival. Noah Hutton scrive e dirige un film che immortala le ombre sinistre della gig economy senza perdere il suo piglio comico.

Lapsis non è un film distopico, a meno di non considerare il nostro stesso presente come tale. Già solo questa realizzazione sottolinea quanto la creatura del regista Noah Hutton non punti su facili violenze e catastrofismi per far riflettere lo spettatore su temi molto cari al genere fantascientifico dei futuri sinistri. È lui stesso a definire il suo film non ambientato nel futuro, bensì in un presente parallelo. In questa versione poi non così alternativa della nostra realtà tutto sa di normalità; persino la disperata rassegnazione con cui il protagonista del film Ray Tincelli (Dean Imperial) accetta lavoretti di dubbia moralità per mettere insieme i soldi per tirare avanti. 

A suo carico ha il giovane fratellastro affetto da una variante della sindrome da stanchezza cronica nota come Omnia. Ray sogna di poterlo mandare in una clinica all'avanguardia per farlo uscire dalla sua apatia e vederlo tornare a fare trekking. Per questo motivo sarà proprio lui, poco versato alla vita all'aria aperta e con una pancia prominente in bella vista, ad accettare un "lavoretto" di cablaggio quantico.

Il Quantum è l'unica tecnologia a rendere differente il nostro mondo da quello di Ray: lì è stato scoperto un modo per rendere il trasferimento di informazioni ancor più istantaneo, da una parte all'altra del globo. Tutto comincia a funzionare a velocità Quantum: cellulari, computer, lo stesso sistema sociale, che quindi diventa ostile a quanti non vogliono e non possono permettersi l'aggiornamento. Insomma, un po' quello che ci prepariamo a vivere con l'imminente transizione al 5G necessaria a velocizzare l'avvento della cosiddetta "internet delle cose".  

Date queste premesse ci si aspetterebbe un film cupo di denuncia, invece lo sceneggiatore e regista riesce a combinare una tematica sociale alla Ken Loach con un approccio che vira spesso nella commedia, unito a un tocco delicato da slice of life. A ben vedere Ray non è poi dissimile dal protagonista di Sorry We Missed You, con la sola differenza che Lapsis è un film di fantascienza, mentre quello di Loach è un dramma contemporaneo che racconta l'inferno quotidiano di un corriere a domicilio. Il fatto che Lapsis risulti così realistico è un ottimo indice per capire quanto Hutton abbia limato e rifinito la sua sceneggiatura. Certo qualche lieve incongruenza qua e là c'è, ma l'intero sistema lavorativo legato al Quantum è sviluppato in modo così brillante e coerente che da solo tiene in piedi il film, striando la storia qua e là di lievi venature satiriche godibilissime. 

Umano contro drone

C'è qualcosa di brillante e perverso nel Quantum, una tecnologia avanzatissima che per essere sviluppata ha bisogno di un lavoro di bassa manovalanza che gli addetti stessi non comprendono. L'obiettivo è collegare grandi cubi magnetici, il cuore del sistema, attraverso un cavo che va dispiegato sul terreno. Così ogni operatore con il suo fido carrellino si "limita" a camminare per i boschi e le aree naturali lasciando dietro di sé metri e metri di cavo, in modo che ogni angolo d'America venga cablato. Il lavoro sembra divertente e molto ben remunerato, ma gli inghippi sono dietro l'angolo: ogni pausa per mangiare, dormire o andare in bagno è contingentata da un diabolico medaglione, ovvero un telefono munito di GPS che rivela la posizione dell'operatore.

Ogni operaio ha il suo avatar personalizzato che sembra uscito da un videogioco a 8 bit e il suo nickname con cui collegarsi a una sorta di rete social con i colleghi. Più si lavora più si ottengono tratte lunghe, complesse e molto rimunerative da coprire. C'è però una perversa competizione: dei piccoli droni svolgono esattamente lo stesso incarico degli umani. Se si viene superati da un drone sullo stesso percorso e il piccolo robot completa lo stesso per primo, l'operatore perde tutto il compenso, anche se ha completato il lavoro.

TSF+FIl cubo del Quantum nel folto della foresta
Dietro l'apparente semplicità del lavoro di cablaggio c'è un mondo complesso e sfaccettato

Ray in questo meccanismo ci entra per caso e per disperazione, in maniera nemmeno troppo cristallina; come ogni sistema, anche quello del Quantum è permeabile a truffe e raggiri. Lapsis racconta il microcosmo di questi lavoratori bislacchi e sopra le righe, che con questo impiego estinguono il mutuo o lavorano qualche mese l'anno per poi dedicarsi alle proprie vocazioni. Quando si muove sul terreno e fra i cablatori, il film ha toni da commedia brillante, mentre si fa più serio e sfaccettato quando Ray si ritrova a riflettere sulla sua condizione. Di fatto Lapsis è costruito per mostrare in maniera semplice le complessità di un mondo del lavoro che sembra dare a tutti una chance su base meritocratica, ma non fornisce alcuna competenza né sostegno, cavando il massimo del profitto dal lavoro di operai di cui sfrutta i dati sul campo per trovare attivamente il modo di sostituirli con intelligenze artificiali. 

Sono i piccoli tocchi di narrazione a mostrare quando l'universo parallelo ma non troppo di Hutton sia complesso e concreto. Lapsis sa di vera fantascienza, quella che non colpisce con la spettacolarità visiva, ma con la forza, l'inventiva e la coerenza delle sue idee. Hutton poi dimostra una certa ricercatezza anche nel dirigere, riuscendo abilmente a mascherare i limiti produttivi della sua impresa. Completano un quadro già roseo un cast di volti poco noti ma accattivanti e funzionali alla trama. Lapsis è il tipo di film che vorremmo vedere sempre: piccolo sì, ma estremamente consapevole dei suoi limiti e dei suoi obiettivi e molto concentrato nel raggiungerli nel miglior modo possibile. 

Voto 7/10

La fantascienza migliore non ha bisogno di grandi palcoscenici, ma di buone idee: Lapsis trae la sua forza dalla verosimiglianza con cui racconta il mondo della gig economy, con un bel piglio comico.

Elisa Giudici

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