La 25ª ora: il monologo di Monty e l'analisi del suo significato

Touchstone Pictures Monty Brogan, protagonista de La 25ª ora

Cosa fare quando la propria vita perfetta si sgretola davanti agli occhi? L'idea di Monty è semplice: maledire la propria città, la propria fidanzata, perfino il proprio padre. E poi arrendersi, e ammettere che il vero colpevole è uno solo: se stesso.

È una New York ferita e lugubre quella che fa da sfondo alle vicende de La 25ª ora. Una metropoli stordita dalla violenza dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, tramortita eppure pronta a riprendere le proprie abitudini, positive o negative che siano.

In questo scenario unico e inedito, muove i suoi passi Montgomery Brogan, per gli amici Monty. Il personaggio interpretato da Edward Norton divide la scena con comprimari di altissimo livello. A cominciare al compianto Philip Seymour Hoffman, scomparso nel 2014, e continuando con Rosario Dawson, protagonista anche in Zombieland – Doppio Colpo.

Uscito nelle sale nel 2002, il film diretto da Spike Lee si ispirava all’omonimo libro scritto da David Benioff. La storia proposta era intensa, fatta di tradimenti e promesse infrante, di rimorsi e ferite mai risanate. Sullo sfondo di una metropoli che diventa anche la protagonista centrale del monologo di Monty. Le sprezzanti parole del personaggio vanno a costituire uno dei momenti iconici della pellicola.

Una sequenza che questo articolo cerca di analizzare, proponendola nella versione originale in inglese e in quella italiana.

In che contesto si colloca il monologo di Monty all’interno de La 25ª ora?

Monty Brogan è un uomo che sembra avere tutte le fortune. Una bella fidanzata, Naturelle Riviera (Rosario Dawson), gli amici fidati Jacob Elinsky (Philip Seymour Hoffman) e Frank Slaughtery (Barry Pepper), un cane fedele. C’è solo un problema: la sua attività lavorativa è leggermente pericolosa. Essendo uno spacciatore di droga, deve stare sempre all’erta ed evitare le attenzioni della polizia.

La situazione, però, a un certo punto si complica. L’incubo più grande di Monty si materializza quando la polizia fa irruzione nel suo appartamento, trovando la sua scorta di droga. Viene condannato a sette anni di carcere, da passare nel penitenziario di Otisville.

Da quel momento, Monty vivrà come in una sorta di tempo sospeso. Prima di andare in carcere, infatti, ha ancora del tempo per prepararsi e salutare la sua vecchia vita. Tra tremendi sospetti di tradimento, disillusione e rimorso, il protagonista cercherà di mettere ordine tra i suoi pensieri. Ma la rabbia è troppa. E complice il dolore per il recente attentato alle Torri Gemelle, che serpeggia in tutta New York, il personaggio interpretato da Edward Norton esplode in un’invettiva contro la società, in un monologo diventato da subito il simbolo dell'intero film.

Il monologo di Monty in inglese e italiano

Prima di venire rinchiuso in cella, Monty ha l’occasione di accomiatarsi da Naturelle e i suoi amici. In attesa di vivere la sua ultima notte di libertà, sceglie di andare a cena dal padre, un pompiere in pensione che gestisce un pub. Piccola parentesi: l'importanza dei pompieri, e il loro sacrificio estremo durante gli attimi immediatamente successivi all'attentato alle Torri Gemelle, sono altri evidenti rimandi del film alla triste sorte di New York.

In ogni caso, durante il pasto, il protagonista va in bagno. E alla vista di una comune parolaccia su uno specchio, esplode in un monologo fatto di rabbia e risentimento.

Questa la versione originale della sequenza, con la trascrizione dello sfogo di Monty:

Yeah, fuck you, too. Fuck me? Fuck you, Fuck you and this whole city and everyone in it. Fuck the panhandlers, grubbing for money, and smiling at me behind my back. Fuck the squeegee men dirtying up the clean windshield of my car - get a fucking job! Fuck the Sikhs and the Pakistanis bombing down the avenues in decrepit cabs, curry steaming out their pores stinking up my day. Terrorists in fucking training. SLOW THE FUCK DOWN! Fuck the Chelsea boys with their waxed chests and pumped-up biceps. Going down on each other in my parks and on my piers, jingling their dicks on my Channel 35. Fuck the Korean grocers with their pyramids of overpriced fruit and their tulips and roses wrapped in plastic. Ten years in the country, still no speaky English? Fuck the Russians in Brighton Beach. Mobster thugs sitting in cafés, sipping tea in little glasses, sugar cubes between their teeth. Wheelin' and dealin' and schemin'. Go back where you fucking came from! Fuck the black-hatted Chassidim, strolling up and down 47th street in their dirty gabardine with their dandruff. Selling South African apartheid diamonds! Fuck the Wall Street brokers. Self-styled masters of the universe. Michael Douglas, Gordon Gekko wannabe mother fuckers, figuring out new ways to rob hard working people blind. Send those Enron assholes to jail for FUCKING LIFE! You think Bush and Cheney didn't know about that shit? Give me a fucking break! Tyco! ImClone! Adelphia! Worldcom! Fuck the Puerto Ricans. Twenty to a car, swelling up the welfare rolls, worst fuckin' parade in the city. And don't even get me started on the Dom-in-i-cans, 'cause they make the Puerto Ricans look good. Fuck the Bensonhurst Italians with their pomaded hair, their nylon warm-up suits, their St. Anthony medallions, swinging their Jason Giambi Louisville Slugger baseball bats, trying to audition for "The Sopranos." Fuck the Upper East Side wives with their Hermès scarves and their fifty-dollar Balducci artichokes. Overfed faces getting pulled and lifted and stretched, all taut and shiny. You're not fooling anybody, sweetheart! Fuck the uptown brothers. They never pass the ball, they don't want to play defense, they take five steps on every lay-up to the hoop. And then they want to turn around and blame everything on the white man. Slavery ended one hundred and thirty seven years ago. Move the fuck on! Fuck the corrupt cops with their anus-violating plungers and their 41 shots, standing behind a blue wall of silence. You betray our trust! Fuck the priests who put their hands down some innocent child's pants. Fuck the church that protects them, delivering us into evil. And while you're at it, fuck J.C.! He got off easy! A day on the cross, a weekend in hell, and all the hallelujahs of the legioned angels for eternity! Try seven years in fuckin' Otisville, J.! Fuck Osama Bin Laden, al-Qaeda, and backward-ass cave-dwelling fundamentalist assholes everywhere. On the names of innocent thousands murdered, I pray you spend the rest of eternity with your seventy-two whores roasting in a jet-fuel fire in hell. You towel-headed camel jockeys can kiss my royal Irish ass! Fuck Jacob Elinsky. Whining malcontent. Fuck Francis Xavier Slaughtery my best friend, judging me while he stares at my girlfriend's ass. Fuck Naturelle Riviera, I gave her my trust and she stabbed me in the back, sold me up the river, fucking bitch. Fuck my father with his endless grief, standing behind that bar sipping on club sodas, selling whisky to firemen, and cheering the Bronx Bombers. Fuck this whole city and everyone in it. From the row-houses of Astoria to the penthouses on Park Avenue, from the projects in the Bronx to the lofts in Soho. From the tenements in Alphabet City to the brownstones in Park Slope to the split-levels in Staten Island. Let an earthquake crumble it, let the fires rage, let it burn to fucking ash and then let the waters rise and submerge this whole rat-infested place. No. No, fuck you, Montgomery Brogan. You had it all, and you threw it away, you dumb fuck!

Questo, invece, è il monologo in italiano. L’ottimo doppiaggio di Monty è a opera di Massimiliano Manfredi:

Affanculo io? Vacci tu! Tu e tutta questa merda di città e di chi ci abita. In culo ai mendicanti che mi chiedono soldi, e che mi ridono alle spalle. In culo ai lavavetri, che mi sporcano il vetro pulito della macchina. In culo ai sikh e ai pakistani, che vanno per le strade a palla con i loro taxi decrepiti. Puzzano di curry da tutti i pori, mi mandano in paranoia le narici. Aspiranti terroristi. E rallentate, cazzo! In culo ai ragazzi di Chelsea, con il torace depilato e i bicipiti pompati, che se lo succhiano a vicenda nei miei parchi… e te lo sbattono in faccia sul Gay Channel. In culo ai bottegai coreani, con le loro piramidi di frutta troppo cara, con i loro fiori avvolti nella plastica. Sono qui da dieci anni e non sanno ancora mettere due parole insieme. In culo ai russi di Brighton Beach. Mafiosi e violenti, seduti nei bar a sorseggiare il loro tè con una zolletta di zucchero tra i denti. Rubano, imbrogliano e cospirano. Tornatevene da dove cazzo siete venuti! In culo agli ebrei ortodossi, che vanno su e giù per la 47ma nei loro soprabiti imbiancati di forfora, a vendere diamanti del Sudafrica dell’apartheid. In culo agli agenti di borsa di Wall Street, che pensano di essere i padroni dell’universo. Quei figli di puttana si sentono come Michael Douglas-Gordon Gekko e pensano a nuovi modi per derubare la povera gente che lavora. Sbattete dentro quegli stronzi della Enron a marcire per tutta la vita. E Bush e Cheney non sapevano niente di quel casino? Ma fatemi il cazzo di piacere! In culo alla Tyco, alla ImClone, all’Adelphia, alla WorldCom! In culo ai portoricani, venti in una macchina e fanno crescere le spese dell’assistenza sociale. E non fatemi parlare di quei pipponi dei dominicani: al loro confronto i portoricani sono proprio dei fenomeni. In culo agli italiani di Bensonhurst, con i loro capelli impomatati, le loro tute di nylon, le loro medagliette di Sant’Antonio… che agitano la loro mazza da baseball firmata Jason Giambi sperando in un’audizione per I Soprano. In culo alle signore dell’Upper East Side, con i loro foulard di Hermès e i loro carciofi di Balducci da 50 dollari, con le loro facce pompate di silicone, truccate, laccate e liftate. Non riuscite a ingannare nessuno, vecchie befane! In culo ai negri di Harlem. Non passano mai la palla, non vogliono giocare in difesa, fanno cinque passi per arrivare sotto canestro, poi si girano e danno la colpa al razzismo dei bianchi. La schiavitù è finita centotrentasette anni fa! E muovete le chiappe, è ora… In culo ai poliziotti corrotti che impalano i poveri cristi e li crivellano con quarantuno proiettili, nascosti dietro il loro muro di omertà. Avete tradito la nostra fiducia! In culo ai preti che mettono le mani nei pantaloni di bambini innocenti. In culo alla Chiesa che li protegge, non liberandoci dal Male. E dato che ci siamo, ci metto anche Gesù Cristo: se l’è cavata con poco. Un giorno sulla croce, un week-end all’Inferno, e poi gli alleluja degli angeli per tutto il resto dell’Eternità. Provi a passare sette anni nel carcere di Otisville. In culo a Osama Bin Laden, a Al Qaeda e a quei cavernicoli retrogradi dei fondamentalisti di tutto il mondo. In nome delle migliaia di innocenti assassinati, vi auguro di passare il resto dell’eternità con le vostre 72 puttane ad arrostire a fuoco lento all’Inferno. Stronzi cammellieri con l’asciugamano in testa, baciate le mie nobili palle irlandesi! In culo a Jacob Elinksy, lamentoso e scontento. In culo a Francis Slaughtery, il mio migliore amico, che mi giudica con gli occhi incollati sulle chiappe della mia ragazza. In culo a Naturelle Riviera: le ho dato la mia fiducia e mi ha pugnalato alla schiena, mi ha venduto alla polizia, maledetta puttana. In culo a mio padre, con il suo insanabile dolore, che beve acqua minerale dietro il banco del suo bar, vendendo whisky ai pompieri e inneggiando ai “Bronx Bombers”. In culo a questa città e a chi ci abita. Dalle casette a schiera di Astoria agli attici di Park Avenue, dalle case popolari del Bronx ai loft di SoHo, dai palazzoni di Alphabet City alle case di pietra di Park Row e a quelle a due piani di Staten Island. Che un terremoto la faccia crollare, che gli incendi la distruggano, che bruci fino a diventare cenere e che le acque si sollevino e sommergano questa fogna infestata dai topi. No… No: in culo a te, Montgomery Brogan. Avevi tutto e l’hai buttato via, brutto testa di cazzo!

Qual è il significato delle parole di Monty?

Qual è la reazione naturale di chi si sente crollare il mondo addosso? Incolpare gli altri. Ed è esattamente questo che Monty fa nel monologo de La 25ª ora. Un monologo che, nonostante le parole rabbiose e piene di odio, non può che essere allo stesso tempo un atto d’amore verso New York. Una città sfregiata dall’attacco dei fondamentalisti islamici, sventrata nel suo cuore pulsante.

Il film di Spike Lee, è bene sottolinearlo, fu una delle prime opere di rilievo a mostrare Ground Zero dopo i tristi avvenimenti dell’11 settembre. Una presenza importante e totalizzante, evidente fin dai titoli di testa, con i due grandi fasci di luce che sostituirono per lungo tempo le torri andate distrutte:

E l’amore/odio che il protagonista prova nei confronti della sua città è dimostrato anche dalla grande attenzione che viene riservata a ogni possibile gruppo sociale. Perché se è vero che la Grande Mela è una città multietnica e sempre attiva, è anche giusto dire che le differenze tra etnie, estrazione sociale, perfino zona geografica in cui ci si trova, sono ancora evidenti.

Con una trovata scenica raffinata, lo spettatore può vedere che a parlare non è il protagonista, bensì il suo riflesso nello specchio. E allora questo Monty riflesso continua imperterrito ad avercela con tutti, mentre il protagonista “reale” continua ad assistere attonito al lamento della sua parte più nascosta, più proibita. E nello sfogo non c’è pace nessuno. I neri di Harlem, gli italiani che sognano di entrare a far parte de I Soprano, i ragazzi gay di Chelsea, gli affaristi di Wall Street. Ben presto, però, il discorso cambia argomento, si fa più generale. Entrano in scena altri temi, altrettanto importanti. Il rapporto con la chiesa, quello con la polizia, Bin Laden.

È proprio con l’accenno ai fondamentalisti di Al Qaeda che il tono del discorso si fa più incalzante, con parole taglienti e dettate – per forza di cose – dal momento storico in cui si trovava il personaggio. Si tratta di un passaggio estremamente importante, perché dà modo a Monty finalmente di arrivare a parlare di sé.

Quando il personaggio vanta le sue nobili origini irlandesi – identificando anche se stesso in una precisa categoria, come fatto per tutti gli altri abitanti di New York – la sua attenzione si sposta. Il drammatico tema principale di Terence Blanchard si prende una pausa durante gli accenni a Naturelle e agli amici di Monty, per poi esplodere con rinnovata forza quando il protagonista parla del padre, anche lui vittima di dolori profondi e personali da cui non potrà mai distaccarsi.

E per finire, si ritorna a New York. Una città che dovrebbe essere spazzata via da terremoti, incendi, alluvioni, insieme a tutti i suoi abitanti e alle sue incredibili (e affascinanti) contraddizioni.

Touchstone PicturesUna sequenza tratta dal monologo de La 25ª ora

Arrivati al climax del discorso, però, il Monty vero, quello dalla parte giusta dello specchio, si riprende la scena. Toglie la parola al suo alter ego a dice ad alta voce, finalmente, quello che anche il Monty riflesso sapeva fin dall’inizio. E cioè che la colpa del suo arresto non è delle signore con i carciofi di Balducci da 50 dollari. E nemmeno dei palazzoni di Alphabet City, o di Gesù, o di Naturelle. La colpa era solo sua. Aveva tutto quello che si poteva desiderare – soldi, amici, amore – e l’aveva buttato via.

Ma in fondo era giusto così. Era il prezzo da pagare per essere andato oltre le regole, per aver fatto il furbo. La 25esima ora di Monty, il lungo viaggio ideale che il protagonista compie alla fine del film fantasticando sulle parole del padre, si conclude forse nello stesso modo nel quale finisce il monologo dello specchio. Potevi avere tutto, e hai scelto di buttarlo via. Oppure, citando le parole di papà Brogan:

C’è mancato poco che non succedesse mai.

Che ne pensate de La 25ª ora e del monologo di Monty?

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