Di cosa parla Notturno di Gianfranco Rosi? La trama del film italiano proposto agli Oscar 2021

Notturno di Gianfranco Rosi racconta i territori tormentati limitrofi alla Siria dopo la caduta di Daesh: la trama e le location dove è stato girato il documentario candidato italiano agli Oscar 2021.

Rai Cinema Alì in motocicletta

Sarà il documentario di Gianfranco Rosi intitolato Notturno a rappresentare l'Italia nella corsa agli Oscar 2021, nella categoria dedicata a miglior film internazionale. Presentato a Venezia 77, il film italiano potrebbe tentare anche la strada della nomination nella categoria dedicata ai documentari. Forse è in questa prospettiva che bisogna leggere le dichiarazioni infastidite dell'AD di Rai Cinema Paolo Del Brocco all'indomani dell'annuncio del palmares veneziano. Notturno infatti  è uscito dalla Mostra senza nemmeno un premio, pur essendo un documentario che per storia e per realizzazione ambiva a riconoscimenti importanti nel concorso principale. 

Noto per il suo cinema sociale e politico, il registra di Sacro GRA e Fuocoammare ha lavorato nella difficilissima area mediorientale siriana per oltre tre anni, per conquistare la fiducia necessaria presso la popolazione locale per filmare il difficile presente di quell’area. Notturno è stato filmato nelle aree di confine tra Siria, Libano, Iraq e Kurdistan e è un testimone silenzioso e rispettoso della contemporaneità controversa dei luoghi e dei volti della regione. Si tratta di territori appena usciti dal dominio dello stato di Daesh (il cosiddetto Stato Islamico istituito dall’ISIS) ma ben lontani dall’essere tornati alla normalità vera e propria. 

Quello di Rosi è dunque quasi uno studio, un notturno appunto; il ritratto del momento successivo all’ora più buia per questi territori, dove la luce della speranza non è ancora tornata a splendere. La Siria è in macerie, la popolazione è poverissima e la fine di Daesh non ha certo cancellato il problema del terrorismo e delle sue scomode eredità. Notturno racconta tutto questo, ma soprattutto il silenzio che permea le vite di vincitori e vinti. 

Alì e i sopravvissuti a Daesh

Con un lavoro rigoroso e paziente, Rosi ha ottenuto il permesso di filmare entrambi i lati della barricata. Il film si apre con una giustapposizione tra le preghiere delle vedove e delle madri dei giovani soldati caduti in battaglia e l’allenamento mattutino dei militari, che sfilano in plotoni dopo aver ristabilito un precario ordine nella regione. 

Al centro della pellicola c’è la storia emblematica di Alì. Ogni mattina il ragazzino si alza prestissimo e va sul ciglio della strada, in attesa dei cacciatori locali. Nelle giornate fortunate viene assunto per la cifra di cinque dollari per fare da guardia ai passeri per conto dei cacciatori di volatili. Il compito di All è quello di scacciare le specie sgradite, armato solo della sua presenza o di un fucile. Il ragazzino prota già sulle sue spalle un ruolo da capofamiglia: vive infatti con la madre e gli otto fratelli e sorelle in un’unica stanzetta ed è proprio lui a procurare il denaro necessario al sostentamento della famiglia. Quando arriva a casa, sfinito, Alì si butta sul divano e si addormenta, in attesa di una nuova alba in cui cercare lavoro alla giornata. 

Rai CinemaAlì
Un primo piano del giovane Alì, uno dei protagonisti di Notturno

La sua storia è intervallata da altri piccoli e grandi racconti del conflitto. Particolarmente toccante è per esempio il messaggio audio che una madre fa sentire al regista. Ad averglielo inviato è stata la figlia caduta nelle mani di Daesh. La ragazza scongiura la madre di inviare i soldi per pagare il suo riscatto: nulla si sa del suo destino. L'orrore rimane ai margini ma è palpabile dai disegni dei bambini yazidi, etnia perseguitata con particolare ferocia da Daesh a causa della religione praticata dagli stessi, considerata eretica dall'ortodossia dell'ISIS. 

Nella parte finale del documentario - che condensa 3 anni di lavoro in 100 minuti visivamente suggestivi e emotivamente toccanti - viene mostrato quel che resta di Daesh. Un container pieno raso di guerriglieri, costretti a rimanere ammassati spalla a spalla, illuminati da una sola lampadina di colore rosso, per tutta la giornata. L’unico momento di libertà relativa e l’ora d’aria, che i detenuti in uniforme rossa trascorrono in un silenzio quasi irreale. Rosi racconta e mostra, senza giudicare, gli attori principali di una normalità stentata tra le macerie dello stato di Daesh. 

Per saperrne di più potete leggere la recensione del film da Venezia 77. Sapremo se Rosi spunterà un posto nella longlist per l'Oscar al miglior film internazionale il 19 febbraio 2020, quando verranno annunciati i 10 titoli che si contenderanno un posto nella cinquina finale. 

  • Il documentario di Gianfranco Rosi è stato girato nei territori dell'ex Stato Islamico all'indomani della caduta di Daesh: le riprese sono state effettuate in Siria e nei territori confinanti di Libano, Iraq e Kurdistan, per ben tre anni. 

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