L'incredibile storia dell'Isola delle Rose e il ritorno dell'Italia cialtrona ma con un cuore grande così

Sibilia entra in casa Netflix e per farlo purtroppo decide di insistere su quell'immagine dell'Italia cialtrona ma col cuore buono con cui il cinema italiano bussa sull'uscio del mercato internazionale: la recensione del film sull'Isola delle rose.

Netflix Gabriella e Giorgio

Il regista Sydney Sibilia non naufraga nelle acque di Netflix e il merito è di una realtà rodata e solida come la Groenlandia Srl, società di produzione televisiva e cinematografica fondata nel 2014 con l'amico e collega Matteo Rovere. Di fronte all'ennesimo film di natura commerciale agile e accattivante, dopo i successi della trilogia di Smetto quando voglio e Veloce come il vento, si potrebbe quasi azzardare l'idea che Groenlandia sia un modello, un metodo, un meccanismo rodato che porta a casa il risultato. Quel che è certo è che questa pellicola Netflix conferma che sullo scenario italiano praticamente solo Sibilia e Rovere sanno gestire in maniera brillante film destinati al grande pubblico, di natura spiccatamente commerciale, senza per questo compromettere le ambizioni cinematografiche e il respiro internazionale degli stessi.

Questa volontà di farsi notare globalmente è particolarmente presente quando si parla di L'incredibile storia dell'Isola delle Rose, pellicola che si lascia parecchio per strada nella speranza di venir pescata dagli utenti Netflix di mezzo mondo. Il film romanza la vera storia dell'ingegnere Giorgio Rosa (il solito, irreprensibile Elio Germano), un giovane laureato romagnolo che nell'estate del 1968 creò al largo di Rimini un'isola artificiale. Situata appena al di fuori delle acque di competenza italiana, la piattaforma rivendicava il diritto a proclamarsi stato indipendente, divenendo un simbolo di ribellione e libertà per la gioventù sessantottina di tutto il mondo. Realizzato grazie al sostegno economico di Netflix, il film sembra scritto e costruito proprio con l'ambizione di ritargliarsi uno spazio in una collezione di titoli internazionali, parlando al pubblico italiano ma strizzando l'occhio a quello d'Oltreoceano a partire dalla più classica delle storie incredibili ma vere.

La critica nostrana non ha particolarmente gradito l'alleggerimento di tono per cui opta Sydney Sibilia qui nelle vesti di sceneggiatore. Non si può darle torto: la leggerezza tagliente del passato con cui il cineasta osservava all'Italia di oggi in tutta la sua mediocrità diventa qui a tratti un'inconsistente favoletta del bel tempo antico dell'estate al mare sessantottina. Certo la narrazione è condita qua e là con qualche osservazione pungente sull'egocentrismo del protagonista o sul razzismo e sull'alcolismo del suo compare Maurizio Orlandini (Leonardo Lidi), l'amico ricco che finanzia l'impresa di sfuggire al controllo dello Stato Italiano. Tuttavia l'impressione che se ne ricava è sempre quella di una spensieratezza legata al clima estivo.

L'Italia bonacciona del '68 

Ai sessantottini non farebbe male una rilettura spietata dei limiti di quel che fecero e come e perché lo fecero in quegli anni nel Bel Paese, ma il Rosa di Elio Germano è comunque un eroe positivo. La sua forza anarchica, foraggiata da un egocentrismo tutt'altro che gradevole, lo porta comunque ad essere l'eroe della situazione, allergico a regole e imposizioni. Rimane il fatto che, stando alla versione raccontata dal film, il giovane è l'incarnazione di un certo edonomismo ingegnerista, faccio perché il mio cervello può, in barba alle conseguenze, a differenza degli altri che sono implicitamente da servi del potere e del propri limiti intellettivi.

NetflixIl set della piattaforma dell'Isola delle Rose
La sfida produttiva del film è notevole, ma la CGI spesso vanifica lo sforzo di ricostruzione messo in atto

Il film postula tutto questo, ma poi assolve il suo protagonista. Il fatto che la genesi dell'isola stia nella voglia di smentire e riconquistare la ex in procinto di sposarsi Gabriella (una Matilda De Angelis che è più un premio grillo parlante che un personaggio vero e proprio) potrebbe diventare l'elemento che svolta la narrazione del film, che incita a cercare le motivazioni egoistiche dietro un atto di ribellione esemplare. Invece questa consapevolezza finisce per diventate il picco del lato romantico del film, non la picconata al personaggio del protagonista.

D'altronde L'incredibile storia dell'Isola delle Rose racconta un '68 italiano di piadine e Cynar (un product placement talmente insistito da assurgere al ruolo di co-protagonista), di festicciole in cui tutti ballano e nessuno copula o vomita, un racconto che sembra insistere su una fantomatica bonaccioneria italiana. I coetanei francesi bruciavano le città, sottolinea Sibilia, gli italiani costruivano una piattaforma in mezzo al mare a Rimini per sottrarsi all'autorità ballando. Non esattamente graffiante, come concetto.

Non che manchi impegno nella scrittura, anzi: è proprio quella a salvare L'incredibile storia dell'Isola delle Rose dalla sua stessa inconsistenza. Qui si sente proprio il sapore meccanico di un ingranaggio rodato, la capacità di inserire la battuta fulminante che rischia di diventare un tormentone. In questo senso, verrebbe voglia di chiedere a Sibilia di lasciare da parte i giochi da bambini di Rosa e concentrarsi sul governo balneare del premier Giovanni Leone e dal ministro dell'interno Franco Restivo, interpretati con grande divertimento (loro e nostro) dal tandem Fabrizio Bentivoglio e Luca Zingaretti.

NetflixBentivoglio e Zingaretti sul set
Bentivoglio e Zingaretti sono un tandem che regala la cattiveria a un film altrove sin troppo conciliante

Proprio nelle scene del dietro le quinte governative torna a tratti quella cattiveria incisiva di Smetto quando voglio. Il film raggiunge il suo apice quando uno dei padri costituenti ricorda i sacrifici fatti allora e oggi per cementare la giovane democrazia basata sulle "frasette" della Costituzione. Il parossismo burocratico, l'ingerenza ecclesiale e la corruzione sistemica sono già al lavoro per trasformare una giovane Repubblica in un'entità inamovibile, nei vizi (molti) e nelle virtù (poche). Qui Sibilia si sente le mani libere, aumenta il voltaggio della cattiveria e allora sì che lo si riconosce.

Per il resto del film invece L'incredibile storia dell'Isola delle Rose insiste un po' troppo sulla spensieratezza, risultato a tratti sciatto. La regia è come sempre rifinita e piena di ritmo, la sfida produttiva di costruire la piattaforma in mezzo al mare è sostanzialmente vinta (anche se a suon di CGI non sempre elettrizzante). Alla fine anche Sibilia ha optato per l'Italia ridicola ma in fondo dal cuore buono per presentarsi al pubblico internazionale, cedendo parte della propria unicità per entrare nel giro di Netflix, nella speranza non proprio nascosta di farsi notare a livello internazionale, dando a stranieri (e italiani) quello che sotto sotto cercano: una versione della storia in cui ne usciamo comunque come redimibili.

Voto 6,5/10

Sibilia strizza l'occhio al pubblico internazionale di Netflix con un film che reitera il peggiore del nostri difetti: il tentativo di farsi notare insistendo sulla bonaccioneria italiana.

Elisa Giudici

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