Bridgerton, la recensione: "il metodo Shonda" non rivoluzionerà il mondo (bianco) di Jane Austen e del costume drama

Un po' Gossip Girl, un po' Scandal(o) a corte, Bridgerton porta una popolare serie di romanzi sentimentali a sfondo storico su Netflix, con una correzione inclusiva tipica di Shonda Rhimes. Senza però graffiare davvero: la recensione.

Netflix La protagonista Daphne interpretata da Phoebe Dynevor

Scandal(o) a corte, oppure no? Il dubbio permane anche dopo aver concluso la visione della prima stagione di Bridgerton, la serie in costume che Netflix regalerà ai suoi abbonati proprio a partire dal 25 dicembre 2020. Un regalo extra lusso, non c'è che dire: la produzione ambientata in epoca Regency è sfarzosa, con continui cambi d'abito per i protagonisti, interni ed esterni ricchissimi di raffinati dettaglio. Eppure ogni scena è impaziente di abbandonare il recinto della rigida appropiatezza storica per qualche scalpiccio più pop. Così mentre i protagonisti danzano romanticamente l'orchestra da sala suona sì i violini, ma con una versione orchestrale delle hit di Billie Eilish o di Ariana Grande. 

L'aderenza storica non è insomma il punto di Bridgerton (né il suo forte, considerando parecchi scivoloni a partire dai famigerati corsetti indossati a pelle dalle protagoniste), ma la sua scelta di essere un po' troppo colorato, un po' troppo ricamato, un po' troppo pop per essere credibile ben si accompagna all'elemento più fresco della serie. Tratta dalla serie best seller di romanzi storici a sfondo sentimentale firmati da Julia Quinn, Bridgerton applica "il metodo Shonda". La creatrice di Grey's Anatomy e Scandal - qui presente nelle vesti di produttrice - è nota infatti per puntare sulla diversità nei suoi cast, avendo regalato a Viola Davis e Kerry Washington grandi ruoli televisivi in un mondo seriale avaro di personaggi importanti per le attrici non caucasiche. 

Bridgerton in realtà è scritto dallo showrunner Chris Van Dusen (nome cresciuto alla corte di Shondaland), ma l'influenza dello stile della celebre produttrice si sente sin dal primo episodio. Sin da subito scopriamo di trovarci in una versione alternativa dell'epoca della Reggenza, una in cui la regina Charlotte è una donna nera. Più avanti ci verrà rivelato che l'amore del re per la stessa ha portato a grandi cambiamenti nella società inglese, che ha visto la creazione di casate non caucasiche a corte e l'affollarsi di una varietà di persone dalle etnie differenti agli eventi mondani e ai balli. Tutta farina del sacco di Van Dusen e Rhymes, laddove Quinn ha un approccio ben più tradizionale. Al "metodo Shonda" va probabilmente attribuita anche la piega sexy che la serie prende dalla metà della stagione in poi. Dimenticate insomma gli adattamenti austeniani in cui un bacio focoso sulle nocche delle dite è il picco erotico del film. 

Coraggioso a metà 

Eppure Bridgerton non sembra davvero in grado di scalfire i rigidi stereotipi del genere romantico in costume, pur accelerando di parecchio il consueto ritmo della narrazione. Tra i protagonisti Daphne Bridgerton (Phoebe Dynevor) e il duca Simon Basset (Regé-Jean Page) le vicende famigliari e i qui pro quo amorosi procedono piuttosto spediti, ma senza lasciare mai davvero il segno. Bridgerton promette un approccio graffiante, magari una punta di cattiveria, ma si rivela una visione superficiale e prevedibile nelle svolte importanti della prima stagione. Puro intrattenimento a cui manca anche la verve delle serie di Shondaland.

Tanto che la serie per garantire un po' di ritmo allo spettatore s'inventa la fantomatica Lady Whistledown, nom de plum di una scandalosa scrittrice di pettegolezzi mondani che tiene col fiato sospeso tutta la corte, regina inclusa. La Gossip Girl della Reggenza funge da voce fuori campo e narratrice (anche qui di lusso, considerato che a doppiarla è Julie Andrews) alle vicende dei protagonisti e delle famiglie antagoniste e comprimarie, come quella dei Featherington.

NetflixSimon e Daphne danzano
La storia del protagonisti procede molto spedita ma non riserva grandi sorprese

Tra questi personaggi meno aggraziati e talvolta ridicoli si celano le storie più interessanti: quella di Penelope (Nicola Coughlan) per esempio, debuttante sovrappeso trascurata anche dalle chiacchiere di corte, o quella di Marina Thompson (Ruby Barker), ragazza di umili origini venuta dalla campagna che i Featherington aiuteranno a debuttare e a trovare marito. A dare concretezza alla storia è spesso la generazione delle madri, a partire dall'ingombrante ma sfaccettata Lady Portia Featherington, fino ad arrivare alla madrina di Simon Lady Danbury (Adjoa Andoh).

Tuttavia sono proprio i personaggi ai margini dell'universo della commedia degli equivoci in costume a soffrire di trascuratezza. Bridgerton di fondo non sa cosa farsene della sua regina nera (capricciosa e annoiata esattamente come le sue colleghe bianche), dei non caucasici che affollano la corte e la mente dello spettatore di domande (come ci sono arrivati? Alla fine del regno di Charlotte saranno ancora lì? Il razzismo è davvero scomparso con un matrimonio reale?) né dei personaggi umili che tenta di inserire (la cantante d'opera, la modista). Per fare davvero la differenza la serie dovrebbe insistere sullo storico cambiamento che descrive, mentre invece come altri prodotti di questo tipo inserisce sì diversità, ma sterilizzandola. L'arrivo a corte di una regina nera è inconsequenziale, così come la presenza di nuove famiglie nobili nella vita mondana. In un mondo in cui è scandaloso persino che una donna si ritrovi per pochi minuti sola con un uomo in un giardino, suona molto pretestuoso. L'aggiunta si rivela cosmetica insomma, tanto quanto le musiche pop contemporanee: sorprendente, gradevole, ma senza un vero impatto duraturo. 

NetflixSimon e la sua madrina di guardano
L'aggiunta di personaggi di colore non incide davvero sulla storia, anzi: spesso risulta quasi cosmetica

Il fulcro d'interesse di Brdigerton è e rimane l'amore tra i due protagonisti e le faccende deliziosamente frivole che tengono impegnata la corte. Le aggiunte moderne e inclusive sono così poco valorizzate ed esplorate da sembrare un orpello ridondante. Insomma, nel peso narrativo degli eventi questi personaggi non influiscono minimamente sulla bilancia, a differenza delle protagoniste a loro modo epocali di Scandal e Le regole del delitto perfetto. Shonda Rhymes c'è ma si sente che il suo coinvolgimento non arriva alla sceneggiatura, perché il suo stile graffiante proprio non si trova. 

Forse alla fine di un anno duro come il 2020 quello di cui gli spettatori hanno bisogno è proprio una serie priva di complicazioni come Bridgerton, leggera fino a diventare superficiale, pur presentandosi come il titolo capace di superare un certo approccio bianco e stereotipato dei costume drama. Non è così, perché le aggiunte inclusive tendono ad essere superficiali, così come il tentativo di forzare la mano alla più stucchevole romanticheria in favore di svolte più pragmatiche. Bridgerton insomma è una visione gradevole sul momento, ma che manca della zampata necessaria a dare nuova verve al genere, o anche solo della forza per essere un titolo forte dello stesso, risultando quasi sempre molto prevedibile. 

NetflixLa regina Charlotte beve il té e legge gli ultimi pettegolezzi
Bridgerton manca di dare concretezza storica alla scelta di avere una regina nera a corte

Bridgerton arriverà su Netflix il 25 dicembre 2020 con la prima stagione. 

Voto 6/10

Vorrebbe essere rivoluzionaria, ma manca della forza graffiante di Shonda Rhymes, qui solo produttrice. Bridgerton alla fine funziona quando si affida ai cliché del genere. Gradevole ma superficiale.

Elisa Giudici

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