SanPa: le reazioni e le polemiche attorno alla docu-serie Netflix

Dai commenti al veleno di Red Ronnie e Letizia Moratti alle dichiarazioni degli ex ospiti Piero Villaggio e Fabio Cantelli, il documentario di Gianluca Neri, Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli ha riaperto il dibattito alimentando dubbi e domande.

42 / Netflix Vincenzo Muccioli circondato dai ragazzi di San Patrignano

La storia di San Patrignano è una vicenda molto complessa e SanPa - Luci e tenebre di San Patrignano cerca di indagarla senza preconcetti.

Lanciata il 30 dicembre su Netflix, la docu-serie è diventata uno dei titoli più visti sul servizio streaming durante il periodo delle festività natalizie.

Dietro i 5 episodi ci sono l'ideatore Gianluca Neri (che in passato ha collaborato con il settimanale satirico Cuore) e gli autori Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli.

La regia è di Cosima Spender (già su Netflix con Palio, documentario sulla più antica gara equestre del mondo) e il montaggio è di Valerio Bonelli. Cosima e Valerio vivono a Londra e sono moglie e marito: lei gira documentari per la BBC, lui lavora in Inghilterra e Stati Uniti.

Una squadra di eccellenze italiane che ha convinto Netflix a scommettere sul racconto di San Patrignano e del suo "padre-padrone", il romagnolo Vincenzo Muccioli.

Dal momento in cui SanPa è sbarcata sulla piattaforma, la serie ha sollevato un dibattito feroce che ha diviso critici e spettatori in aperti sostenitori o accaniti detrattori.

Se il contenuto più controverso della serie è legato alle interviste di Walter Delogu, il padre di Andrea che getta ombre inquietanti sulle responsabilità di Muccioli dietro l'omicidio di Roberto Maranzano, a bilanciare il racconto c'è la testimonianza illuminante di una persona come Fabio Cantelli.

Lo scrittore e filosofo, figlio del giornalista milanese Alfio ed ex ospite che in comunità svolse il ruolo di responsabile della comunicazione, era il "tossico da vetrina", "uno dei più grandi successi" di Muccioli. Ma le sue parole aggiungono parecchi elementi d'interesse alla narrazione: sono un intreccio di ricordi, traumi, angosce e liberazioni che diventano forse l'aspetto più appassionante della serie.

Oggi Cantelli ha 58 anni, vive a Torino ed è vice presidente del gruppo Abele, la onlus fondata da don Luigi Ciotti che si occupa di tossicodipendenza, lotta all'Aids, sostegno alle vittime di tratta e ai migranti.

È inevitabile che mostrare luci e tenebre della comunità di recupero non possa soddisfare tutti. San Patrignano in primis. La comunità, attraverso un comunicato, "si dissocia completamente dalla docu-serie".

Il racconto che emerge è sommario e parziale, con una narrazione che si focalizza in prevalenza sulle testimonianze di detrattori, per di più, qualcuno con trascorsi di tipo giudiziario in cause civili e penali conclusesi con sentenze favorevoli alla Comunità stessa, senza che venga evidenziata allo spettatore in modo chiaro la natura di codeste fonti.

La comunità spiega di aver messo a disposizione di regista e produzione "l'elenco di un ampio ventaglio di persone che hanno vissuto e o tuttora vivono a San Patrignano e della quale conoscono bene storia passata e presente, in modo da poterle dare gli strumenti necessari per una ricostruzione oggettiva e informata".

Tale elenco è stato totalmente disatteso, ad eccezione del nostro responsabile terapeutico Antonio Boschini, preferendo lasciare spazio ad un resoconto unilaterale che paia voler soddisfare la forzata dimostrazione di tesi preconcette.

I responsabili si dicono "molto preoccupati per gli effetti negativi e destabilizzanti che potrebbero ricadere sull'oneroso lavoro di recupero, reinserimento e prevenzione, ai quali la comunità San Patrignano è con dedizione da decenni impegnata".

Le spettacolarizzazioni, drammatizzazioni e semplificazioni presenti in un prodotto chiaramente costruito per scopi di intrattenimento commerciale, più che di seria ricostruzione documentaria che rispetti i canoni di oggettività per essere chiamata tale, potrebbero altresì colpire le purtroppo numerosissime persone e le loro famiglie che affrontano il grave problema della tossicodipendenza, oggi ancora emergenza nazionale.

Andrea Muccioli, il figlio di Vincenzo, è stato intervistato dal Corriere della Sera e ribadisce la posizione equilibrata ed onesta in difesa del padre già rimarcata nella serie.

Muccioli Junior non definisce SanPa un documentario.

È pura e semplice fiction. Cerca l'effetto 'pulp' creando più ombre possibili intorno alla figura del protagonista. Ci riesce benissimo, ma ne falsifica la storia, il pensiero e il modello.

Andrea riconosce gli "errori gravissimi" che il papà ha commesso con il caso di Roberto Maranzano e il suicidio di Natalia Berla. Ma sostiene che "quando parliamo di San Patrignano non parliamo della Caritas, con tutto il rispetto, ma di un percorso drammatico di accoglienza di giovani, i tossicodipendenti degli anni '80, che distruggevano le loro famiglie ed erano abbandonati dallo Stato".

Secondo Muccioli, "sarebbe stato inimmaginabile gestirli con la violenza".

Perché la violenza la conoscevano e la esercitavano meglio di te. Come si fa a pensare di poter tenere insieme non dico mille persone, ma anche solo dieci con la forza? Scherziamo? Ecco, a proposito di fatti: la riprova di quello che dico sono le centinaia di bambini che i tribunali di tutta Italia ci diedero in affidamento.

Dal suo punto di vista, il più grande errore del padre Vicenzo è stata "l'accoglienza incondizionata", il desiderio di "voler salvare tutti".

San Patrignano ha potuto fiorire grazie ai corposi interventi finanziari di Gian Marco e Letizia Moratti, fin dalle origini pilastri della comunità che hanno sovvenzionato con centinaia di milioni di euro.

Letizia, amica storica di Muccioli, ha rilasciato un'intervista al Corriere della Sera in cui definisce la serie Netflix "un'occasione persa", anche se ammette di essere "troppo coinvolta per un giudizio".

Di sicuro mi ha colpito rivivere la disperazione di tante mamme che allora vedevano SanPa come unica speranza. E mi ha colpito che nonostante alla regista fossero state completamente aperte le porte, a me e a tantissime delle persone che ci hanno contattato e ci stanno contattando in questi giorni è parso di vedere solo le ombre.

L'ex sindaca di Milano e presidente della Rai, appena entrata in Regione Lombardia come sostituta dell'assessore al Welfare Giulio Gallera, ricorda che la prima volta che è arrivata a San Patrignano risale al settembre del 1979, quando "c'erano una quindicina di ragazzi ospitati". Da allora, quella "è diventata la nostra seconda casa".

Muccioli tuttavia è stato soltanto "l'uomo che ha avviato il progetto": di ciò che è successo dopo, dalla morte di Vincenzo al passaggio di consegne ad Andrea e alla successiva gestione affidata a un comitato di garanti, la serie non si occupa.

Per noi l'esperienza non era Muccioli, ma San Patrignano, e limitare tutto il racconto della comunità alla storia di un uomo non rende merito all'impegno di tutti i ragazzi per far crescere San Patrignano in ciò che è oggi per il nostro Paese.

Molto vicino alla Moratti – di cui è stato consulente d'immagine, "consulente internet e nuove tecnologie" per il Comune di Milano e direttore artistico della manifestazione LiveMi – è Red Ronnie, strenuo sostenitore di Muccioli.

Nelle ultime ore il critico musicale sta facendo tantissime dirette social e concedendo numerose interviste per criticare la serie, considerata ostile a San Patrignano e al suo fondatore.

In un'intervista al sito The Freak, Gabriele Ansaloni sostiene che "si racconta il negativo, ma del positivo c'è molto poco". Il conduttore rivela inoltre di essere stato "fregato" da 42, la produzione dietro la docu-serie.

Io ed Andrea Muccioli non volevamo partecipare alla serie. Avevamo capito da subito che gli autori avrebbero raccontato solo gli aspetti negativi. Abbiamo posto quindi delle condizioni: non dovevano esserci solo persone che parlavano male di San Patrignano. Abbiamo segnalato delle persone che si sono salvate grazie alla comunità. Volevamo che intervistassero anche loro. Ma non li hanno contattati e quando l'hanno fatto, hanno tagliato la loro partecipazione.

Red Ronnie accusa poi Walter Delogu, "quello che ha provocato la morte di Muccioli" perché con la cassetta registrata in auto "è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso".

Nella serie Delogu "ha avuto più spazio persino di Andrea Muccioli" e secondo Ansaloni "non è un caso che sia uscito ora con un suo libro".

Il riferimento è a Il braccio destro, il romanzo autobiografico nel quale Delogu ricostruisce con un racconto di finzione la sua vera carriera criminale, l'abisso della droga e la vita di strada.

Il braccio destro Il romanzo di Walter Delogu
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Pure Fabio Cantelli ha raccontato la sua vicenda privata in un libro, La quiete sotto la pelle, edito nel 1996 da Frassinelli.

Una testimonianza delle fughe e dei ritorni dentro la comunità, iniziati nel 1983 e durati dieci anni.

La quiete sotto la pelle L'autobiografia di Fabio Cantelli
La quiete sotto la pelle

L'autobiografia di Fabio Cantelli

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Cantelli, in un'intervista a Vanity Fair, spiega che si faceva sia di eroina che di cocaina in vena.

Nei primi sei mesi scappai 5-6 volte, ero un osso duro, ma Vincenzo era sempre pronto a riaccogliermi.

Il nodo centrale della serie, dal suo punto vista, è l'esplorazione di concetti come bene e male, che "in situazioni così estreme, non possono essere usati in modo assoluto".

Per Fabio, educare "è come far volare un aquilone: se tiri troppo o troppo poco la corda, l'aquilone cade".

E questo era il metodo di Vincenzo che creava un rapporto diretto con ognuno di noi e sapeva quando era il momento di tirare la briglia.

Tutto è cambiato, nel suo caso, quando si è rivelata l'opacità che circondava l'omicidio di Roberto Maranzano e ha scoperto la propria sieropositività soltanto quattro anni dopo il test camuffato da esami di routine.

Da quel momento Cantelli è entrato in aperto conflitto etico con il suo ruolo umano e professionale nella comunità.

Il mio percorso di autoanalisi non era preso in considerazione lì dentro e così, con le mie consapevolezze e non poche difficoltà, intrapresi il mio processo di liberazione che prosegue per tutta la vita e corrisponde con il processo di costruzione di se stessi.

Nelle interviste raccolte da Neri, manca quella a Piero Villaggio, il figlio di Paolo che è stato ospite di SanPa dal 1984 al 1987 e ha testimoniato a favore di Muccioli nel processo che vedeva quest'ultimo accusato di violenze, maltrattamenti e sequestro di persona.

Villaggio ammette al sito Mowmag che la verità "come sempre sta un po' nel mezzo". Lui era stato contattato da Netflix per partecipare alla serie, ma poi non se n'è fatto più niente.

Mi chiesero se mi andava di partecipare e io risposi che dipendeva da come era strutturata, ma in linea di massima diedi il mio accordo. Poi è successo quello che è successo e io non ho più sentito nessuno...

Villaggio ha chiesto semplicemente "maggiore chiarezza su quali erano i loro obiettivi e quale poteva essere il mio apporto al prodotto", ma "alla mia richiesta loro non si sono fatti più sentire".

Piero riconosce che dai primi agli ultimi tempi, San Patrignano "è cambiata moltissimo".

Ai miei tempi c'erano polvere d'estate e fango d'inverno; non c'erano strade, non c'era nulla. Ora è molto meno, passami il termine, 'casalinga'. Allora, va detto, c'era Vincenzo, e di fatto si occupava di tutto lui, con i pro e i contro che questa cosa si trascinava. Da questo punto di vista, non c'era tanto dialogo: se ti stava bene era quello, sennò niente. E io chiaramente ho accettato, altrimenti non sarei qua, probabilmente sarei morto.

Su Muccioli, infatti, ha le idee abbastanza chiare: era "una persona particolare, con un grandissimo carisma, che a mio avviso – e sottolineo a mio avviso – aveva un comportamento alcune volte discutibile".

L'aspetto un po' violento forse per me era eccessivo, perché uno schiaffone può andare bene, ma massacrare una persona di botte forse anche no. Ma si tratta di contesti molto particolari, difficili da spiegare e capire senza esserci dentro, senza analizzare i perché.

Nel 2016 anche Piero Villaggio ha fornito la propria versione dei fatti nel libro Non mi sono fatto mancare niente, pubblicato da Mondadori.

Non mi sono fatto mancare niente: la mia vita all'ombra di un padre ingombrante L'autobiografia di Piero Villaggio
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Se al termine dei 5 episodi resta nello spettatore quella sensazione di impossibilità di giudicare un fenomeno tanto complicato e problematico, l'obiettivo è stato raggiunto. È quello che conferma Gianluca Neri, lo showrunner della docu-serie, in un'intervista concessa a Selvaggia Lucarelli per Tpi.

Neri dichiara di esser stato "ispirato" dalla visione di Making a Murderer e si dice dispiaciuto per non aver potuto raccogliere le testimonianze di Letizia Moratti e Franz Vismara (storico esponente di SanPa con Boschini), che si sono rifiutati di parlare.

La frase che ci eravamo dati noi autori come linea guida era: quanto male sei disposto a giustificare, per fare del bene?

È stato questo il nodo centrale del loro lavoro.

A me piace se parti con un preconcetto e poi cambi idea più volte vedendo il documentario. Mi piace che vedendolo si stia sulle montagne russe, che prima tu non sia d'accordo coi metodi di Muccioli e poi cambi idea quando ascolti quei genitori dire: 'Per me mio figlio Muccioli poteva anche crocifiggerlo, tanto dove stava meglio, a Rebibbia?'. Il mondo è fatto anche di tonalità di grigio, devi capire quante ne puoi accettare.

Lucarelli insiste su un punto: quella di SanPa "era una società patriarcale", dove "c'erano un cameratismo e una complicità tra maschi inequivocabile".

Muccioli aveva una mentalità per cui le donne non stanno al comando, a differenza di oggi nella stessa comunità. Lui veniva da una società di contadini dove i genitori a volte menavano, dove si lavorava fin da giovani, era un uomo di altri tempi.

Neri stesso, però, ha cambiato idea su Muccioli nel corso della realizzazione. La sua impressione "all'inizio era completamente negativa".

Lasciare un segno in un mondo in cui hai un casolare in collina negli anni in cui stanno avendo successo i palazzinari come stava accadendo all'epoca a Rimini, è difficile. A lui stava stretto tutto, soprattutto la vita da albergatore, aveva qualcosa di inespresso dentro e lo trovò con San Patrignano.

Il creatore della docu-serie diffida da chi ha delle certezze su San Patrignano, da chi dice che era tutto positivo o tutto negativo, dimenticandosi che esistono le sfumature.

SanPa ti fornisce gli strumenti di conoscenza della vicenda, ma vuole che la verità sia quella che ti costruisci tu. E a volte, ho scoperto, la verità è perfino l'unione di due bugie.

La narrazione di SanPa non è apparsa equilibrata ad alcuni esponenti della politica italiana. Matteo Salvini, in una diretta su Facebook, è arrivato a gridare che Muccioli "è stato diffamato da qualche serie televisiva e da qualche giornalista".

Il segretario della Lega vuole soltanto "onore alla loro comunità e a chi lotta contro la droga".

Giorgia Meloni non è da meno. In un intervento sulle pagine del quotidiano Leggo, la leader di Fratelli d'Italia scrive che SanPa "ha scatenato un aspro dibattito e riacceso polemiche ideologiche che pensavamo fossero dimenticate".

Una narrazione parziale e mistificatrice si è abbattuta contro San Patrignano e ha colpito la memoria di un uomo straordinario, che ha salvato tantissime vite nell'indifferenza dello Stato. Mi fa rabbia vedere come questo dibattito sia alimentato solo per distruggere qualcuno o magari per regolare conti del passato e che non sia l'occasione per occuparsi dell'emergenza droga in Italia.

Di tutt'altro stampo è il commento di Michela Murgia. La scrittrice nota che SanPa "ha dentro due verità: la prima è che non ne esiste mai una sola. La seconda è che chi si è salvato da quegli anni deliranti lo deve solo al caso: dopo gli anni '80 siamo tutti dei sopravvissuti".

Questa serie è un lavoro meraviglioso e necessario.

Misurato e non assuefatto ad una linea colpevolista o innocentista è l'intervento di Marino Bartoletti su Facebook.

Nonostante abbia conosciuto personalmente Muccioli e la sua famiglia, il giornalista puntualizza che "l'argomento è perfetto per vellicare l'ultraismo all'italiana: quello per cui chi la pensa come te è una brava persona, mentre chi non la pensa come te è un nemico".

Gli autori si sono impegnati di più a cercare le tenebre (che esistono eccome!) che non le luci (che sono tantissime e non minimizzabili): e questo ha inevitabilmente condizionato il giudizio di chi, di SanPa, non si era mai occupato in vita sua.

Per Bartoletti "non aiuta la 'causa' né chi vede solo il bene, né chi vede solo il male".

Muccioli ha sbagliato? Certo. Forse per carattere, forse per cultura, forse per ingenuità, forse per megalomania, forse per superficialità, forse per necessità, forse per le contraddizioni dei tempi, forse per amore. Ma i venticinque anni di SanPa successivi alla sua morte – tutti ben al di sopra di ogni 'tenebra' – non ci sarebbero stati se non ci fosse stato lui.

Come sta ripetendo spesso e volentieri Fabio Cantelli, quella di San Patrignano è una storia che appassiona perché "non ci sono buoni e cattivi".

Al pari di una tragedia di Shakespeare, SanPa abbraccia significati simbolici "universali ed eterni" come l'amore e il potere, la vita e la morte, la sofferenza e la malattia.

L'antropologia "spietata" di SanPa ha il merito di immergere il pubblico nell'abisso morale delle sue storie: come dice Fabio nell'emozionante finale della serie, "quello che io sono, lo sono anche grazie a Vincenzo e anche grazie a San Patrignano. Anche se mi tocca riconoscere, nonostante Vincenzo e nonostante San Patrignano".

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