La vita è bella, il film di Benigni che parla di Storia vera

Dai nomi dati ai due protagonisti, un omaggio al soprano Dora De Giovanni (la zia di Nicoletta Braschi) e al marito Guido Vittoriano Basile, alla vicenda di Rubino Romeo Salmonì che ha ispirato il personaggio di Guido.

Cecchi Gori Group/Melampo Cinematografica Nicoletta Braschi e Roberto Benigni in una scena del film La vita è bella

La vita è bella è il divertente, appassionato e commovente film che Roberto Benigni dedica nel 1997 alla memoria dell'Olocausto. Chiamato alla sfida del tragicomico per raccontare uno dei più terrificanti periodi della nostra storia, l'attore e regista toscano parla di Shoah e campi di sterminio in maniera spiritosa e amara, mescolando umorismo e dramma e soprattutto senza offendere la sensibilità dei sopravvissuti né dimenticare l'immensità della tragedia.

A metà strada tra il melodramma e la fiaba buffa, La vita è bella non è esente da anacronismi ed inaccuratezze, dall'uso del "lei" al posto del fascista "voi" al matrimonio misto all'epoca non consentito. Tuttavia, ciò che rende il film molto particolare non sono lo straordinario successo di pubblico e i tre Premi Oscar vinti, ma il fatto che sia stato "digerito" e applaudito dalla comunità ebraica italiana.

Benigni si avvale della consulenza dello storico del Cdec Marcello Pezzetti, già direttore del Museo della Shoah di Roma, membro della commissione storica della Fondation pour la Mémoire de la Shoah di Parigi, del consiglio del Centrum Edukacji del Museo di Auschwitz-Birkenau e delegato italiano della Task Force for International Cooperation on Holocaust, Remembrance and Research (Ihra).

Pezzetti all'inizio è davvero perplesso dall'operazione di Benigni, ma ricorda che nei suoi studi si fa spesso riferimento a scherzi e battute dei deportati nei campi per tenere alto il morale. Quando viene fuori lo spunto del papà che cerca di proteggere l'innocenza del figlio dall'orrore, Pezzetti decide di rompere quel tabù: iniziare a parlare, anche con il sorriso, di ciò che era successo agli ebrei durante la guerra.

Lo storico ha curato per Einaudi l'edizione italiana dell'Album Auschwitz (2008) e ha pubblicato per ET Storia Il libro della Shoah italiana, realizzato con il Centro documentazione ebraica contemporanea.

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Benigni desidera il massimo grado di autenticità e accuratezza storica. Contatta un sopravvissuto che ha conservato la propria divisa di Auschwitz. Il regista la consegna ai costumisti perché quelle del film siano fedeli alle originali nei minimi dettagli.

La sceneggiatura di La vita è bella, scritta da Benigni con Vincenzo Cerami e candidata all'Oscar, conta sulla testimonianza diretta di Shlomo Venezia, sopravvissuto di Auschwitz-Birkenau e autore del volume Sonderkommando Auschwitz, pubblicato da Rizzoli nel 2007.

La memoria di Shlomo Venezia

Venezia, scomparso nel 2012, è un ebreo di Salonicco ma di nazionalità italiana. Arrestato con la famiglia ad Atene verso la fine di marzo del 1944, viene deportato nel campo di sterminio e assegnato all'unità Sonderkommando, il commando speciale selezionato tra i deportati ebrei obbligati a lavorare nei crematori con il compito di accompagnare i detenuti nelle camere a gas.

Prigioniero per sette mesi a Birkenau e per altri cinque a Mauthausen, riesce a tornare a casa (uno dei pochissimi sopravvissuti: i Sonderkommando vengono uccisi dopo qualche mese e sostituiti da nuovi detenuti) soltanto dopo la Liberazione.

Shlomo comincia a raccontare dal 1992 in Italia e poi in tutto il mondo la terribile esperienza dello sterminio degli ebrei all'interno dei lager. Prima della morte, rilascia numerose interviste per diversi documentari storici, come il progetto organizzato dalla Provincia di Roma e disponibile su Rai Scuola nel quale si impegna ad accompagnare due scolaresche in Polonia, attraversando con loro i cancelli del campo di sterminio.

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In un'intervista concessa all'Evening Standard, Marcello Pezzetti spiega che La vita è bella ha un merito innegabile.

Pochissimi film nominano le vergognose leggi antiebraiche del 1938 (spesso non vengono nemmeno studiate a scuola) che portarono al censimento degli ebrei italiani, senza il quale non avrebbero potuto essere deportati. Non potevano andare a scuola, non potevano insegnare: erano totalmente discriminati.

Per Benigni e sua moglie, riuscire a parlare dell'Olocausto con rispetto e sensibilità diventa pure una questione di memoria familiare.

Dora e Guido: l'omaggio di Nicoletta

I nomi dei protagonisti, la "Principessa" Dora e Guido Orefice, sono quelli del soprano Dora De Giovanni, la zia di Nicoletta Braschi (è la cugina del nonno materno Gino), e del marito Guido Vittoriano Basile, scomparso davvero nel campo di concentramento di Mauthausen.

Basile fa parte di una nobile famiglia siciliana. È un avvocato, appassionato di lirica e fervente antifascista. Si trasferisce a Milano con Dora ed è schedato dal regime come un pericoloso sovversivo. Il legale lotta contro le leggi razziali e difende Pietro Koch, un cliente ebreo arrestato dalla polizia di Arturo Bocchini.

Segnalato dal collega Augusto Trinca Armati, Basile viene fermato, torturato a Villa Triste e rinchiuso al carcere di San Vittore prima di essere deportato a Mauthausen, dove muore il 27 marzo del 1944. Il suo numero di matricola è 53357. Il musicologo cesenate Franco Dell'Amore ha dedicato alle vicissitudini di Dora De Giovanni, soprano per Mascagni, un libro autobiografico, disponibile su Issuu. L'introduzione è a cura di Nicoletta Braschi.

L'attenzione di Benigni per ogni minimo particolare è meticolosa. Il suo Guido è un personaggio – sottolinea Cerami – "totalmente integrato nella società italiana".

Vive la sua vita, ha un lavoro, non è particolarmente interessato alla politica e poi, in un soffio, vede la sua vita ribaltarsi. È esattamente ciò che è accaduto a molte persone.

Tra queste, c'è Rubino Romeo Salmonì, l'ebreo romano sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti.

Chi era Rubino Romeo Salmonì

Nato a Roma il 22 gennaio 1920 e scomparso il 9 luglio 2011, Salmonì fa parte di una delle più antiche famiglie ebraiche della capitale. La sua infanzia non è semplice, segnata dalle ristrettezze materiali dell'epoca. Vive in una camera di sei metri per quattro divisa da un intramezzo per dar spazio a un banco dove il papà, reduce della Grande Guerra, si arrangia con qualche lavoretto da falegname. L'unico che porta qualche soldo extra è uno dei cinque fratelli, Marco, che fa il meccanico. Dal 5 settembre del 1938, con l'entrata in vigore delle leggi razziali in Italia, la sua vita si fa sempre più complicata.

Nel 1943, l'anno della svolta della Seconda guerra mondiale, Romeo riesce a sfuggire alla razzia tedesca al Ghetto di Roma del 16 ottobre. È fortunato: in quel momento è ricoverato all'ospedale San Camillo per curare un lieve problema fisico. Gli va peggio nell'aprile del 1944, quando, dopo mesi di angoscia e paura passati in totale clandestinità, la polizia repubblichina lo cattura poche settimane prima della Liberazione dal nazifascismo.

Rinchiuso in via Tasso (strada tristemente famosa perché sede della prigione fascista dalle condizioni di vita subumane) e poi al carcere di Regina Coeli, Salmonì comincia quello che definisce "il lungo viaggio verso la morte": viene deportato al centro di raccolta e smistamento di Fossoli, in provincia di Modena, e infine ad Auschwitz, dove gli viene assegnato il numero A15810.

In quel lager, Romeo ci arriva che ha appena 24 anni: non è più una persona, è diventato un numero, un oggetto, un animale da eliminare. Eppure, non si fa scoraggiare: ha sempre avuto un carattere giocoso e ottimista. Ha la "fortuna" di ritrovarsi lì da solo, senza famiglia, e avere quindi più libertà d'azione: impara qualche parola di tedesco per poi spacciarsi ai funzionari del campo come esperto traduttore, si inventa "falegname del campo" per aiutare i compagni di sventura.

Soltanto più di un anno dopo, il 3 settembre 1945, il giovane "salvato" all'Olocausto può tornare nella sua città. È passato attraverso due sottocampi – Ullersdorf e Nossen – e una spossante marcia della morte, si è rifugiato in una fabbrica e ha finto di essere un lavoratore italiano nelle campagne fuori Dresda ingannando la polizia tedesca e le SS.

Ad accoglierlo a casa trova i genitori Elia e Sara ma non i fratelli Angelo e Davide, uccisi dai nazisti. Poco dopo, si mette a lavorare  nel suo negozio di "cuscinetti meccanici" di via Cavour, ma continua a farsi chiamare con quel A15810 che ha sul braccio sinistro perché da Auschwitz "non si esce mai completamente". "Molte volte nel silenzio di casa – scrive Romeo – i ricordi affiorano nella mente…".

Salmonì ha raccontato la sua vicenda con ironia e sensibilità nel memoir Ho sconfitto Hitler, una raccolta di note e appunti sparsi (Romeo le chiama "schegge di memoria") che hanno ispirato il film di Roberto Benigni. Quella necessità di raccontare, inizialmente rivolta soltanto alla moglie e ai figli, viene fuori solo dopo il suo primo viaggio a Birkenau, organizzato dalla Comunità ebraica di Roma nel 1962.

Romeo descrive con estrema lucidità e "leggerezza" il "camino del crematorio" di Auschwitz, la solidarietà con pochi altri prigionieri, quel senso di smarrimento e di paura che prova e che annusa nelle persone che incontra lungo la sua strada.

Il libro autobiografico di Salmonì, pubblicato in lingua spagnola da Confluencias Editorial, è disponibile in download gratuito sul sito di Gariwo.

Ho sconfitto Hitler L'edizione spagnola del libro di Rubino Romeo Salmonì
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Nel 1995 la testimonianza di Salmonì è stata raccolta da Steven Spielberg nel suo Survivors of the Holocaust, l'archivio di interviste, fotografie, immagini di repertorio e manufatti dei sopravvissuti allo sterminio nazista.

Romeo ha fornito un contributo prezioso a Memoria di Ruggero Gabbai, documentario che raccoglie le 90 interviste realizzate nel corso degli anni Novanta da Pezzetti e Liliana Picciotto ai deportati ebrei italiani ad Auschwitz.

Quella di Rubino Romeo Salmonì è una storia di emozioni, sofferenze e voglia di vivere che – come scrive nel suo libro – "mi ha portato a sconfiggere Hitler. Una vittoria personale, che resta una goccia nel mare rispetto ai tanti che non ce l'hanno fatta".

"Nessuno che non abbia provato Birkenau o altri campi – racconta Salmonì – potrà immaginarsi che cosa vuol dire tremare dalla paura e dal terrore. Oggi che sono padre posso capire l'affetto che si porta ai figli e come si soffre delle loro sofferenze: la loro tristezza è la nostra tristezza, la loro gioia è la nostra gioia".

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