L'ultimo paradiso, cosa funziona (e cosa no) nella collaborazione tra Mediaset e Netflix

L'ultimo paradiso è un film nato da una collaborazione tra Netflix e Mediaset: il risultato è uno strano tentativo d'innovare un modus operandi della TV commerciale italiana per antonomasia, non sempre riuscito. La recensione del film.

Netflix Ciccio abbraccia Bianca

Nel continuo tentativo di prendere le misure del cinema italiano, Netflix si è trovata a collaborare con molte realtà produttive locali. Non stupisce dunque che sia arrivato il momento di farlo con Mediaset, la cui costola puramente cinematografica Medusa soffre ormai da anni di una palese crisi finanziaria e creativa. I capitali del gigante dello streaming a pagamento arrivano quindi come una boccata d'aria fresca e permettono di realizzare un progetto discretamente ambizioso per le grigie sorti del cinema nostrano. 

A raccontarlo è lo stesso Riccardo Scamarcio, centralissimo protagonista di L'ultimo paradiso nel triplice ruolo di attore, co-sceneggiatore e soprattutto produttore. È lui a rivelare che il progetto è costato tre milioni di euro e che lui e il regista Rocco Ricciardulli (uno sconosciuto in campo cinematografico, che ha esordito cinque anni fa con l'oscuro All'improvviso Komir) se li sono dovuti far bastare. Il nome di traino del film è palesemente quello del divo, è lui a prendersi tutta la scena, anche se il progetto nasce proprio da un'idea da Ricciardulli. 

Il fatto di cronaca alla base del film viene dai racconti di famiglia del regista, che qualche anno prima l'ha già trasformato in uno spettacolo teatrale. Poi contatta Scamarcio, che si fa un po' desiderare, ma poi legge la prima bozza del copione e decide di sostenere l'operazione. Semplice capire come a questo punto entri in gioco Mediaset, un po' meno dedurre come e quando Netflix fornisca il suo supporto. Anche perché nel risultato finale di aria di Netflix se ne respira poca, almeno in apparenza. 

Cosa funziona

Bastano un paio di riprese per intuire la paternità del progetto. Il Mezzogiorno del 1958 (ricreato nella campagne di Gravina in Puglia) è brutale eppure non manca di un soffuso tepore bucolico, accentuato da una fotografia talvolta poco consistente, da una regia che seppur attenta sconfina spesso in territorio televisivo. La storia prende il via dal più classico degli incipit da fiction italiana: Ciccio Paradiso (Riccardo Scamarcio) è un onesto agricoltore maritato e con un figlio, che mal sopporta il sistema economico che il possidiente cumpà Schettino (Antonio Gerardi) impone nella zona. Le olive dei produttori locali vengono svendute per poche migliaia di lire a un ricco materano, mentre le famiglie locali patiscono la miseria. 

Non i Paradiso però, grazie alla lungimiranza del capofamiglia che ha spedito al nord il primogenito Antonio, che col suo stipendio triestino garantisce un certo benessere alla famiglia. Suo fratello Ciccio però trova che la vita in un paesino barese gli vada troppo stretta. Non sopporta la legge non scritta della mezzadria, mal tollera il matrimonio che ha contratto e che gli impedisce di coronare il suo sogno d'amore con la bella e giovane Bianca (Gaia Bermani Amaral), la figlia di compare Schettino. Ciccio la ama appassionatamente, tanto da raggiungerla nottetempo, scalando tetti e condividendone il letto. Ciccio è così: amatissimo dalle donne di casa, rimproverato dal padre e dalla moglie per non saper stare alle regole, incapace di non correr dietro alle gonnelle (e a Bianca); un padre affettuoso sì, ma anche distratto. 

NetflixCiccio e cumpà Schettino discutono
Solo ai personaggi maschili del film è consentito davvero di tentare di piegare la rigida norma morale di questo genere di produzioni

Questo è il primo scollamento rispetto a quella visione arbitraria e granitica tipica della fiction commerciali italiane, specie se ancorate a una storia tutta orgoglio e rispetto meridionale. Quello di Ricciardulli e Scamarcio è un timido anche se non sempre riuscito tentativo di venare il protagonista della storia di luci ed ombre dal punto di vista morale. Il suo attivismo politico però è descritto così annacquato che non si può davvero parlare di un personaggio ambiguo. Casomai è il film che decide di perdonargli il sogno di fuga con Bianca, il suo essere fedifrago. La stessa libertà dal giudizio morale non viene riservata ad altri personaggi.

Proprio quando scopriamo la natura timidamente duplice di Ciccio, ecco che nella trama s'innesca un piccolo cortocircuito. Diventano via via più evidenti i tentativi di dare più spazio alla prospettiva e alle voci femminili (quella di Bianca, quella della moglie tradita di Valentina Cervi, quella delle abitanti di casa Paradiso), fino a quello che è a tutti gli effetti un colpo di scena inaspettato. Quello che funziona nella collaborazione tra Netflix e Mediaset è dunque l'intenzione di prendere l'impianto più datato (talvolta retrogrado) di una certa fiction all'italiana e di scuoterlo dalle fondamenta. Peccato che però la grande N rimanga muta sullo sfondo e lo scossone sia in realtà una lieve spinta.

Cosa non funziona

Nella seconda parte ricade L'ultimo paradiso ricade in una scelta conservativa e a tratti incomprensibile rispetto alle premesse, fino a coronare in un finale che ristabilisce l'ordine nella maniera più tradizionale possibile. Per giunta si tenta far cassa su certi primi piani che più che nelle capacità attoriali ormai assodate di Scamarcio puntano sul fascino grezzo e un po' invecchiato dello sguardo che ammaliò una generazione di ragazzine. 

Non aiuta poi il fatto che ad affiancarlo con ruoli di peso siano quasi solo personaggi maschili - il fratello Antonio, il malvagio Schettino, il padre anziano. La bellezza di Gaia Bermani Amaral è indubbia, ma manca del tutto della qualità recitativa necessaria per tirar fuori qualcosa d'interessante nell'ennesimo personaggio femminile ancillare. Al contrario la sottoutilizzata Valentina Cervi fa molto di più con poco o nulla che la sua moglie tradita e dolente le mette a disposizione. 

NetflixCiccio e Bianca abbracciati
L'essere fedifrago di Ciccio viene "perdonato" dal film, che non concede però la stessa libertà espressiva a Bianca

Cosa rimane dunque? Una denuncia del potere dei latifondisti che lascia il tempo che trova, dato che non è mai stata al centro della scena. Non siamo di fronte alla versione semplificata e commerciale di un film tipo di un Emanuele Crialese o di un Pietro Marcello, anche se l'intento di Scamarcio e Ricciardulli palesemente era un po' quello. Il problema di L'ultimo paradiso è che non riesce a scrollarsi di dosso certe logiche da soap tipiche della fiction popolare italiana più datata (vedi di viluppo di rapporti parentali sul finale, con una rivelazione che non sfigurerebbe in una soap sudamericana), mentre è troppo ammirato dall'orizzonte agricolo e familista tradizionale pugliese per metterne davvero in discussione le fondamenta patriarcali. Le riprese estetizzanti degne di uno spot pubblicatario della campagna pugliese poco si conciliano con un discorso che vuole legare i destini dei braccianti degli anni '50 agli sfruttati odierni. 

L'ultimo paradiso è insomma lodevole giusto come tentativo. Qua e là qualche pregio, qualche azzardo riuscito lo vanta, ma siamo ancora lontani da poter dire di aver innovato efficacemente un metodo produttivo (e un sistema narrativo che si porta dietro una serie di stereotipi sempre più datati), rendendolo davvero contemporaneo. Sarà piuttosto interessante capire se il pubblico di riferimento della produzione capterà la novità e la apprezzerà, mentre rimane un'incognita la reazione di quanti sono abituati alle produzioni cinematografiche italiane (tutt'altro che esenti da difetti) made in Netflix, che nel bene o nel male vivono sempre nella contemporaneità. 

Voto 5/10

Lodevole nelle intenzioni, il matrimonio tra Netflix e Mediaset vede quest'ultima prendere il sopravvento nei registri e nell'estetica del film, senza però saper svecchiare il prodotto finale.

Elisa Giudici

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