Red Dot: perché guardare il thriller horror di Netflix sui ghiacci

Cosa funziona e cosa no nel primo originale Netflix a bandiera svedese. 90 minuti scarsi di fiato sospeso tra location da incubo e qualche stereotipo.

Netflix Nadja e David, i due protagonisti di Red Dot in una scena del film

Red Dot, la prima produzione svedese Netflix a salire alla ribalta internazionale, è un thriller a tinte horror pieno di contraddizioni. E non solo perché mette da una parte la poesia dell’aurora boreale e dall’altra alcune delle più efferate torture mai portate sullo schermo, ma anche e soprattutto perché mescola insieme gli elementi cardine della suspence, con quelli del melodramma.

Meno di 90 minuti in cui si respira a fatica: se è l’adrenalina ciò che cercate, la troverete nelle lande desolate della Valle degli Orsi in cui si muovono i protagonisti. Se le aspettative sono invece un filino più alte, troverete forse un po’ di delusione. Ecco cosa funziona e cosa no.

Il nemico che non si vede

Il segreto, antico come il cinema, su cui si fondano i principali successi horror degli ultimi decenni è tutto qui: il male che si muove nell’ombra. Perché immaginare, spesso, è molto peggio che vedere e in Red Dot, questo assioma, viene espresso molto bene nella scena madre del film che dà inizio al dramma dei due protagonisti.

Abbiamo questa coppia di giovani sposi, Nadja (Nanna Blondell) e David (Anastasios Soulis) che si trovano all’interno di una tenda da campeggio mentre l’aurora boreale fiammeggia sopra le loro teste. Un frame da cartolina, se non fosse per il puntino rosso di un laser che compare, dal nulla, e si muove dal corpo di uno a quello dell’altro. I due si spaventano, escono al di fuori e trovano intorno solo il buio assoluto di chilometri di ghiaccio desolato.

Da lì in poi è un’escalation di tensione. I due scappano da un mirino che li segue ovunque e si ritrovano a combattere contro assassini, temperature polari, tormente di neve.

Una narrazione visiva che funziona

I paesaggi, va da sé, fanno già metà del compito e tengono in piedi il film.

Difficile poter avere una brutta fotografia quando si hanno elementi come i laghi ghiacciati del nord della Svezia, le foreste di betulle, i riflessi smeraldo dell’aurora boreale. Solo che, come spesso accade per i thriller made in Nord, l’arena diventa elemento fondamentale di narrazione.

Il bianco assoluto che disorienta ed estranea è peggio del buio. L’aria ghiacciata, talmente densa di neve da impedire la visibilità è più efficace e meno stereotipata delle classiche cantine in ombra. E il freddo diventa un elemento sensoriale che contribuisce a far venire i brividi. Letteralmente. Alcuni frame poi, come quello in cui il bengala accende la notte sopra un deserto di ghiaccio, colpiscono particolarmente. E la regia di Darborg, fredda e tagliente, fa pendant con le location e si spiega bene già dal trailer.

Un film diviso in due

Quando il film supera la boa del primo tempo si inseriscono nuovi elementi che ribaltano la prospettiva della narrazione.

Il film prova a staccarsi dal suo genere e si impasta con un passato, quello dei protagonisti, che porta a inaspettati colpi di scena e a una visione un po’ moralistica. Apprezzabile il tentativo di far evolvere la trama tentando una chiave di lettura più originale, ma l’idea che resta è quella di una drammatizzazione forzata e della ricerca di una chiave emotiva che diluisce la tensione in melodramma.

Il finale spiazza, ma non convince del tutto, e la seconda parte del film diventa il suo punto forte e quello debole insieme.

Cliché e stereotipi

È proprio lo sviluppo narrativo dei due protagonisti, con i loro sentimenti e la loro relazione, a risentire dei maggiori problemi. Tutta la parte relativa al loro rapporto traballa e anche la loro messa in scena risulta a tratti poco efficace. I due sono un po’ stereotipati con il protagonista maschile goffo che diventa una palla al piede e la compagna che invece viene esasperata nella sua componente “alpha”.

Quanto sangue nella neve

Il film, che poteva giocarsi tutto nella componente thriller, decide di sfociare poi ampiamente nell’horror a tratti splatter. Gli amanti del fiato sospeso non ameranno forse i litri di sangue versati sui ghiacci. Non siamo nei confini del purismo della suspence, ma non lo eravamo neanche in Saw L’Enigmista. E un paio delle torture che compaiono nel film sembrano ricordarlo.

Voto 6,5/10

Red Dot tiene il ritmo e mantiene ciò che promette. Peccato per le dinamiche tra i protagonisti e certi dialoghi. Il primo originale Netflix svedese poteva giocarsela meglio.

Simone Rausi

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