Perché nessuno parla di Soundtrack, la serie-musical di Netflix?

Visivamente molto originale, ma scritta con qualche cliché di troppo, Soundtrack è una serie discontinua che, pur non brillando, avrebbe dovuto far parlare di sé

Netflix Joanna in una scena di Soundtrack, la serie musical di Netflix

Avete visto Soundtrack, la serie Netflix in dieci episodi che racconta le vite di alcuni giovani di Los Angeles usando la confezione del musical? Ma certo che no! Lo hanno fatto in pochi. Pochissimi. E questo perché la piattaforma di streaming ha deciso di non “spingere” troppo la promozione di questo titolo. In rete troverete giusto un paio di recensioni. Nulla rispetto alle centinaia di commenti, analisi, disquisizioni su titoli da battaglia come i pompatissimi Lupin o La Regina degli Scacchi. Ed è un peccato.

Attenzione: non siamo di fronte ad un capolavoro incompreso, Soundtrack è pieno di difetti e alcuni compromettono irrimediabilmente la qualità di certi episodi. Ma è anche vero che Soundtrack è originale, ha qualcosa da dire, ma soprattutto ha un modo di farlo che mette insieme diversi linguaggi fino a crearne uno tutto suo.

Di cosa parla Soundtrack

I protagonisti, almeno in apparenza, sono Sam (un giovane vedovo con un figlio a carico che vive in una difficile periferia e ha un’impostazione da pianista classico) e Nellie (la figlia di una star di Hollywood che sogna di fare l’illustratrice). Si, fino ad adesso, il sapore è quello di un vecchio clichè. La novità è che la storia d’amore tra i due è solo un pretesto per allargare il campo e raccontare le vite e gli intrecci di tutti gli altri personaggi. Soundtrack dedica una puntata a due personaggi sempre diversi e tiene Sam e Nellie sullo sfondo di una narrazione orizzontale. Il risultato? Sembra una serie antologica, in cui ogni episodio è un mondo a sé, ma allo stesso tempo tutto tende a incastrarsi componendo un mosaico in cui ogni personaggio è collegato all’altro, anche se apparentemente nulla sembrava anticiparlo.

Una struttura e un linguaggio nuovo

Soundtrack è un musical, ma è diverso da tutti gli altri musical che avete visto fin ora. I personaggi non cantano con le loro voci ma eseguono in playback dei brani che sembrano non avere nulla in comune: ci sono insieme Katy Perry e uno swing degli anni ’60, un giovane nero che entra ed esce dal carcere canta Whitney Houston e una signora in tailleur rappa i classici della West Coast.

A fine puntata, lo slot “Mashup” permette di far incontrare i due personaggi mixando due canzoni. Ogni puntata, che corrisponde al numero di traccia di un’unica playlist, prevede salti temporali e intrecci alla Sliding Doors che mostrano in scena personaggi defunti o ruoli marginali che di colpo si fanno protagonisti.

Visionario e banale insieme

Le puntate sono talmente diverse che alcune sono davvero brutte, mentre altre si fanno decisamente apprezzare. Soundtrack è discontinuo: i dialoghi sono banali e originali a seconda di chi li pronuncia, così come i numeri musicali, a volte quasi “buttati via” e altri costruiti come faraonici videoclip. In questi frangenti Soundtrack si fa visionario con una ragazza che scala una montagna fatta di suoi cloni o alcuni medici che si lanciano un cuore e degli intestini mentre cantano. Dentro la scena, spesso, si inseriscono disegni, immagini in 4:3 prima e in 16:9 poi, colori inediti. Soundtrack è un cocktail visivo di stili e narrazioni.

Il cast che non ti aspetti

Probabilmente nessuno dei protagonisti è in odor di Emmy ma la spiegazione è che si tratta di ballerini professionisti e i numeri di danza sono la contropartita adeguata di una piccola rinuncia. Su tutti spicca però la sempre apprezzabile Madeleine Stowe (che ricorderemo come la perfida antagonista nell’indimenticato Revenge).

La triste fine dei musical

Tutto molto bello (a volte), terribile (in altre) ma di fatto la canzone di Soundtrack si ferma al lato A perché la serie non è stata rinnovata per una seconda stagione. C'è poco da fare contro la maledizione delle serie TV fatte musical (citofonare Smash, sospeso ingiustamente dopo sole due stagioni e sì, Glee è un caso a parte ed è “maledetto” ugualmente per altri motivi). Peccato perché, in fondo, siamo appena usciti dall’era d’oro dei musical (La La Land, The Greatest Showman) e Soundtrack aveva tutti gli ingredienti per funzionare (il sogno alla Saranno Famosi, la componente romance) e attecchire presso il target giusto. Ma a volte, è la ricetta il problema.

Voto 6,5/10

Originale, ma anche pieno di cliché. Soundtrack è discontinuo, ma nei suoi alti e bassi trova comunque qualcosa da dire. E a volte il "come" lo si dice importa più del "cosa".

Simone Rausi

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