Prima e dopo Nomadland: i film di Chloé Zhao da vedere

Dopo Nomadland Chloé Zhao è la regista al momento più in rampa di lancio. Scopriamo assieme qual è il suo percorso cinematografico e cosa la attende nel prossimo futuro.

Se c'è una regista che al momento è sotto tutti i riflettori, quella è Chloé Zhao. Nata a Pechino con il nome di Zhao Ting nel 1982, la Zhao è già da qualche anno un'autrice fortemente chiacchierata nel circuito festivaliero e soprattutto negli Stati Uniti, terra che l'ha adottata e dove la regista opera oramai da diverso tempo.

Però se ci troviamo qui a parlarne è grazie in particolar modo al suo ultimo film, Nomadland, splendida pellicola presentata in anteprima alla 77esima edizione della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia dove il film si è aggiudicato il prestigioso Leone d'oro e che l'ha consacrata come uno dei più interessanti prospetti contemporanei.

Nomadland (che arriverà nei cinema italiani il 29 aprile e in streaming su Disney+ il 30 aprile) è cucito sulle spalle della sua protagonista Frances McDormand e con lo sguardo della macchina da presa quasi sempre dritto all'altezza dell'orizzonte così come la Zhao ha impostato sino a qui le sue opere cinematografiche. C'è uno spazio quasi sconfinato nei suoi film, la landa talvolta arida ma anche rigogliosa di un entroterra statunitense che la regista inquadra con un amore incommensurabile, così come sono amati i numerosi volti che troviamo all'interno delle inquadrature e che spesso sono persone comuni e non attori professionisti.

Tutto ciò che la regista ha messo e perfezionato in Nomadland era però già stato sperimentato, avvicinato nei suoi lavori precedenti che riescono benissimo a delineare una decisa cifra stilistica che sa a cosa e come guardare. La fiction che compenetra la necessità narrativa del documentario, dove a parlare è spesso solamente il potere evocativo delle immagini che sono quadri romantici o sentieri tracciati nei lineamenti di facce scavate dalle intemperie della vita.

Ma per farci un'idea più precisa di cosa Chloé Zhao abbia fatto fino ad ora e su quali progetti la attendono nel prossimo futuro, ripercorriamo la sua breve carriera e vediamo quali film sono da recuperare e dove farlo, così come indicato nelle schede allegate di ogni pellicola.

Songs My Brothers Taught Me

Dopo aver messo la firma su quattro cortometraggi (Post - 2008, The Atlas Mountains - 2009, Daughters - 2010 e Benachin - 2011) Chloé Zhao approda alla regia del suo primo film in cui figura anche come sceneggiatrice e montatrice. Stiamo parlando di Songs My Brothers Taught Me, film presentato al Festival di Cannes nel 2015 nella sezione Quinzaine des Réalisateurs e tra i quali produttori figura anche il premio Oscar Forest Whitaker.

Come scritto poco sopra, la regista ha da sempre, e fino a qui, privilegiato uno sguardo in grado di avvolgere assieme e con un unico abbraccio la realtà naturalistica del cuore degli Stati Uniti e l'umanità che in questi spicchi di mondo vive. Il paradossale, che è anche forza dei film della Zhao, è tutto qui: perché questi che sembrano spicchi, confini ai limiti della società civilizzata, sono in realtà distese che si estendono a vista d'occhio, praterie incontaminate dove i cavalli (e i cavallerizzi) corrono liberamente fino a incontrare le increspature di catene montuose aspre ma dai contorni sublimi.

E Songs My Brothers Taught Me dà anche il via a un'altra cifra ricorrente nei lavori successivi, ovvero il desiderio della regista di operare con le persone del luogo, spesso chiamate davanti alla macchina da presa a interpretare personaggi che non sono altro che sé stesse. La sceneggiatura c'è ma in alcuni momenti pare essere poco più che un canovaccio steso sopra la realtà che la Zhao pone all'interno dell'obiettivo, attratta da queste figure che nascono, crescono e si risolvono nelle terre oggetto di un gusto quasi documentaristico nella maniera in cui vengono trattate.

Il film ci porta nella riserva indiana di Pine Ridge, luogo atavico sospeso a metà tra le orme dei progenitori e la complessità di una modernità che qui non è mai davvero arrivata, emanata con deboli eco e percepita come distante, sconosciuta. Il rapporto vero, duro e florido è quello con la polvere e i fuochi accesi al crepuscolo, con le lunghe cavalcate al tramonto e i tornei di rodeo, dove l'eredità è solo un nome che non ha nemmeno un volto e il passaggio all'età adulta si porta dietro riflessioni che coinvolgono famiglia e affetti.

The Rider

Per il suo secondo film, The Rider, Chloé Zhao torna ancora nel South Dakota, ancora nella riserva di Pine Ridge. D'altronde ora appare chiara l'intensa fascinazione che la regista pare avere con gli "Western USA" e con la loro realtà brulla ma non per questo meno vivida, anzi.

In Italia il sottotitolo del film è Il sogno di un cowboy e in effetti di questo parla la pellicola, del giovane Brady Jandreau (e anche qui la maggior parte degli attori sono nelle vesti di sé stessi) e delle difficoltà di continuare a seguire un impulso di libertà che potrebbe portarlo a una morte precoce.

The Rider viene presentato in anteprima anche lui nella Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes nel 2017 per poi essere successivamente proiettato in molti e importanti festival cinematografici internazionali come quelli di Telluride, Toronto, Londra e al Sundance. Il film si configura come un ulteriore tassello nella costruzione di un sentimento poetico della Zhao, pronta a trascrivere i passi di un'umanità senza confini a stretto contatto con il senso naturale di queste terre che tornano ancora da protagoniste.

La comunità dei Lakota Sioux, alla quale Brady appartiene, frammentata e spesso costretta nella miseria economica, mantiene il ruolo di custode di un'aura antica che ammanta di misticismo ogni singola e personale vicissitudine, donando un ulteriore spessore ai panorami parlanti ripresi dalla Zhao. Come detto, infatti, non è possibile scindere questi luoghi dalle persone che vi dimorano, fusi come un'unica entità che trova l'unica modalità di lettura nel momento in cui vengono percepiti e raccontati come legati indissolubilmente.

La possibilità dell'andare via non è mai contemplata perché non è un'alternativa reale, sarebbe come l'allontanarsi dalla vita, dal cuore che pompa sangue nelle vene. Non si può ricominciare altrove perché non c'è nient'altro al di fuori di questi territori sterminati, ed è tutta qui la misura tragica di narrazioni che si tessono quasi da sole e che l'attento lavoro della Zhao cuce un centimetro alla volta sulla fibra emotiva dello spettatore.

Non occorre il trauma per determinare la statura drammatica di The Rider e del suo protagonista Brady, non c'è bisogno di troppe parole quando gli sguardi lanciati al sole morente sono sufficientemente rumorosi da parlare da sé.

Il futuro

E per il futuro? Cosa attende Chloé Zhao nei mesi a venire? In una fase di lavorazione avanzata c'è di certo il cinecomic targato Marvel dedicato alle figure degli Eterni e che vede proprio Zhao dietro la macchina da presa. Non può che affascinare il pensiero di un film ad altissimo budget così come lo sono le produzioni supereroistiche dei Marvel Studios, dalla considerevole incidenza del digitale e dallo script fortemente codificato che vede però alla regia un'autrice proveniente da tutt'altro orizzonte narrativo e cinematografico.

Il progetto, le cui riprese sono terminate nel febbraio del 2020 e che vede tra i suoi interpreti star del calibro di Angelina Jolie, Richard Madden, Kumail Najiani, Kit Harington e molti altri, sarà uno snodo fondamentale della Fase Quattro del Marvel Cinematic Universe. Per questo risulta essere ancora più stimolante immaginare come la Zhao ripagherà la fiducia di Keving Feige e saprà conciliare la propria idea di riflessione sugli spazi e sui personaggi in un contesto dai contorni per lei atipici come lo è Gli Eterni, in uscita nella seconda parte del 2021.

Ma non solo Marvel, Zhao sembra essere stata ingaggiata anche per mettere la firma su un nuovo progetto della Universal Pictures basato sulla leggenda di Dracula. La peculiarità del film, di cui si sa ancora poco o nulla, pare essere la particolare rivisitazione del genere horror all'interno del quale il classico di Bram Stoker verrà collocato, ovvero in uno scenario western che incrocia anche il sci-fi. Troppo presto per sbilanciarsi, ma anche qui la curiosità non manca.

Resta la certezza della qualità indiscutibile alla base del lavoro di Chloé Zhao e la genuinità del suo mettere mano allo strumento cinema per ridurlo alla sua essenza, alla particella minima che è l'immagine e alla capacità di questa di costruire significato e discorso. Ne vedremo delle belle negli anni a venire e sicuramente la regista continuerà a stupirci così come è già stata in grado di fare fino ad ora.

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