Army of the Dead: quando c'è di mezzo Zack Snyder, anche gli zombie diventano una faccenda complicata

A Zack Snyder le idee non mancano mai, anzi, il suo problema è che si dimostra sin troppo ambizioso: Army of the Dead potrebbe essere un grande film, ma è troppo impegnato a guardare a sequel e prequel per fare bene.

Netflix Scott Ward tra gli scrambler

Tra le tante doti di Zack Snyder di certo non c'è la sintesi. Per trovare un altro regista che viaggi su una durata media di due ore e mezza a pellicola negli ultimi anni, bisogna spostarsi sui pesi massimi del minutaggio in campo autoriale. Siamo ben lontani da Lav Diaz o Frederick Wiseman (grandi autori che raramente scendono sotto le quattro ore e non di rado veleggiano verso le sei) ma i due farebbero bene a guardarsi le spalle. 

Può sembrare una sterile questione di quantità, la è il sintomo di un problema sistemico del cinema di Zack Snyder, quello che poi finisce per sbavare anche i suoi tentativi più promettenti. Dopo le ultime prove non sempre esaltanti in campo DC e dopo il caso cinematografico di Zack Snyder's Justice League, Army of the Dead era proprio un ripartenza promettente. Un ritorno alle origini zombie per Snyder, ma anche un film totalmente libero da problemi di continuity, in cui Snyder potesse sperimentare generi e formati a piacimento. 

La trama di Army of the Dead

L'avvio è promettentissimo e ricorda le pellicole più carismatiche e graffianti del regista: The Watchmen e Sucker Punch. Sin dalla sua apertura, Army of the Dead ha carattere da vendere. Nonostante il disorientamento iniziale dato dalla pletora di personaggi e storie pregresse, si segue con piacere Scott Ward (Dave Bautista) nel suo colpo grosso con zombie. Scampato con la figlia da una Las Vegas infestata dagli zombie e poi messa in quarantena, l'ex mercenario gira hamburger sulla griglia poco lontano dall'ex città del vizio quando un facoltoso giapponese gli propone un colpaccio. 

Scott dovrà rientrare nella città infestata e, con un gruppo di fedelissimi, evitare gli zombie e recuperare centinaia di milioni di dollari nascosti nell'impenetrabile caveaux del casinò locale di Tanaka. Il tutto prima che il governo faccia esplodere una bomba atomica sulla città e spazzi via i residui della minaccia zombie che è stata temporamente contenuta. Scott mette insieme il suo team di guerrieri, criminali e vecchie conoscenze, ma il colpo è poco meno di una missione suicida, a cui si aggiunge all'ultimo la figlia Kate (Ella Purnell). 

I nuovi zombie di Zack Snyder

Il taglio della pellicola si dimostra molto creativo sul lato zombie: i non morti sono divisi tra scramblers (il tipo classico, alla Romero, non troppo sveglio e lento a muoversi) e una nuova progenie di zombie al comando di un capo, un'alpha: Zeus. L'immagino ipertrofico di Snyder tira fuori dal cappello un guerriero con elmo, mantello, amata sposa danzatrice e cavallo zombie, che sembra obbedire a oscure logiche gerarchiche con cui governa Las Vegas, il suo regno. Snyder prova entusiasmo per gli stessi elementi che scaldano il suo pubblico, per quei piccoli tocchi nerd e per la particolare ironia che intride un film molto violento e molto divertente. La tigre zombie, l'occhiolino ai loop temporali, le morti spettacolari e i colpi di scena: Zack Snyder sembra il primo spettatore e fan dei prodotti che produce.

NetflixZack Snyder sul set di Army of the Dead
Snyder ha creato un mondo complesso e non si prende il giusto tempo per presentarlo con chiarezza allo spettatore

Sul fronte umano invece le cose vanno meno bene. I personaggi sono la giusta amalgama di tipi tosti e tipe ancor più agguerrite, con qualche ruolo davvero riuscito (lo scassinatore Dieter, la coyote Lilly). Il problema è che oltre l'immagine dissacrante e da duri, quando si svolta sul lato personale e sui rapporti il film si fa impacciatissimo, vedi ad esempio il confuso rapporto che lega Cruz a Scott o la pretestuosità del ruolo di Kate, che permette a Snyder di tornare su un tema che ricorre costantemente nel suo cinema: le colpe dei padri, il dolore conseguente dei figli. 

Il troppo storpia

Se la prima ora fila a tutta velocità, nella sua seconda parte il film inizia ad arrancare. Colpa della fretta con cui riassume tutta la genesi della storia e della formazione della squadra nella comunque strepitosa scena d'apertura dei titoli di testa (un marchio di fabbrica di Snyder), ma anche dell'incapacità di dare priorità a ciò che è veramente importante

Pur avendo a disposizione l'impressionante minutaggio ore di 2 ore e 42 minuti, Snyder lascia dietro di se una scia infinita di questioni non concluse, appena accennate o mal spiegate, che rubano tempo a ciò che dovrebbe essere centrale. Quando il film perde di mordente perché al posto di correre verso lo scontro tra umani e zombie si attarda a seminare dietro di sé ciò che servirà per i sequel e prequel già annunciati non si può che sentirsi indispettiti, da spettatori. 

NetflixZeus strozza Van
Come può un film tanto lungo raccontarci così poco dei suoi protagonisti?

C'era davvero bisogno di tirare in ballo persino i time loop in un film che non riesce neanche a fare luce sui rapporti tra i protagonisti o a dirci il nome del principale antagonista (Zeus), che abbiamo appreso da interviste e materiale promozionale? Se la volontà di Snyder di parlare del rapporto tra padri e figlie è umanamente comprensibile, la storyline di Kate è fastidiosa e deleteria quanto i pretesti che muovono il personaggio qua e là, creando impicci a Scott e al film stesso

Ha davvero senso spendere così tanto tempo nelle premesse di un franchise con il rischio di rovinare il film fondativo che dovrebbe lanciarlo?

Voto 7/10

Il ritorno agli zombie di Zack Snyder è appassionante ma appesantito dalla volontà di creare un mondo ipercomplesso: sarebbe stato meglio concentrarsi per fare un buon film, senza pensare a franchise.

Elisa Giudici

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