A Private War: 10 cose da sapere sulla storia vera raccontata nel film

Dal primo reportage di successo come ribelle in Cecenia alla tragica morte in Siria ad appena 56 anni, ecco dieci cose da sapere su Marie Colvin prima di mettersi alla visione del biopic di Matthew Heineman, con una strepitosa Rosamund Pike.

Aviron Pictures / Notorious Pictures Un primo piano di Rosamund Pike nel film A Private War

A Private War è il film d'esordio del documentarista Matthew Heineman basato sulla storia vera di Marie Colvin, la giornalista di guerra statunitense rimasta uccisa nel 2012 a soli 56 anni durante un attacco in Siria. Alla base del biopic c'è l'articolo "Marie Colvin's Private War" di Marie Brenner, apparso sulle pagine di Vanity Fair.

A interpretare la coraggiosa reporter è Rosamund Pike (già candidata all'Oscar per L'amore bugiardo - Gone Girl), affiancata da Jamie Dornan (il fotografo freelance Paul Conroy), Tom Hollander (Sean Ryan, il caporedattore esteri del Sunday Times) e Stanley Tucci (l'uomo d'affari Tony Shaw).

A Private War si concentra sugli ultimi dieci anni di vita di Colvin e in particolare sulla drammatica esperienza vissuta in Siria. La sua missione era dare voce alle vittime e "alzare la testa contro il potere": ecco dieci cose da sapere sulla vita della cronista e sul film che ricostruisce la sua storia nel modo più completo e veritiero possibile.

Una vita in prima linea

Nata il 12 gennaio 1956 ad Astoria, nel Queens, Marie Colvin si laurea in Antropologia a Yale e comincia a lavorare giovanissima alla United Press International: ha appena 23 anni. Dal 1986, quando passa al Sunday Times come corrispondente del giornale in Medio Oriente, diventa ben presto la reporter di guerra più famosa al mondo.

È la prima giornalista a intervistare Gheddafi dopo l'Operazione El Dorado Canyon (in quell'intervista il leader libico definisce Ronald Reagan "un cane israeliano"), è inviata su fronti caldi come in Iran, Iraq, Kosovo, Cecenia, Etiopia, Zimbabwe, Sierra Leone, Sri Lanka, Afghanistan. Nel 1999, nel pieno della crisi di Timor Est in Indonesia, contribuisce a salvare le vite di 1500 civili, donne e bambini, proteggendoli per quattro giorni insieme al contingente militare delle Nazioni Unite dagli attacchi in una zona presidiata dalle forze indonesiane.

La sua vita incredibile è raccontata dal fotografo Paul Conroy (sopravvissuto all'attacco in cui Colvin perde la vita) nella biografia Confesso che sono stata uccisa, edita in Italia da Newton Compton. Bompiani ha invece pubblicato In prima linea, la raccolta di tutti gli articoli e i reportage della giornalista, "un modello per le donne – e gli uomini – che fanno il suo mestiere".

Confesso che sono stata uccisa. A Private War - La vera storia di Marie Colvin La biografia di Marie Colvin scritta da Paul Conroy
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Donna (e ribelle) in Cecenia

Uno dei primi scoop di Marie Colvin è in Cecenia. La giornalista arriva nell'autoproclamatasi repubblica caucasica nel corso della prima sanguinosa guerra con Mosca. Quando arriva in Georgia, è ubriaca fradicia, rivela il fotografo russo Dmitry Beliakov. I ceceni che sono arrivati a prenderli sono sconvolti: non hanno mai visto una donna reporter, sbronza e per giunta durante il Ramadan.

Al leader dei guerriglieri ceceni che si rifiuta di stringerle la mano perché femmina, Colvin replica: "Non c'è nessuna donna in questa stanza, c'è soltanto una giornalista". Quando finisce il suo reportage, per tornare a casa è costretta ad attraversare montagne di 3700 metri a temperature sotto lo zero. Beliakov tenta persino il suicidio: pensa di non farcela perché devono sopravvivere con tre barattoli di marmellata di pesche e un po' di farina. Ci mettono quattro giorni per arrivare al confine con la Georgia e raggiungere l'ambasciata americana.

La perdita dell'occhio sinistro

La perdita della vista se l'è procurata sempre sul campo. Colvin ha perso il suo occhio sinistro in Sri Lanka, mentre documenta i combattimenti tra governo e ribelli. È il 16 aprile 2001: la giornalista si sta spostando da un'area controllata dalle Tigri Tamil a una sotto stretta sorveglianza del governo.

L'esercito dello Sri Lanka fa esplodere un razzo e l'occhio della reporter è colpito da una scheggia della granata. Nonostante sia rimasta gravemente ferita anche ai polmoni, Colvin riesce a scrivere un articolo di 3000 battute per il Times e a consegnarlo in tempo per rispettare la deadline. Poi percorre quasi 50 chilometri nella giungla del Vanni per eludere le truppe governative e denunciare la catastrofe umanitaria che sta avvenendo nella regione Tamil nel nordest del Paese.

Colvin racconterà a Lindsey Hilsum di Channel 4 News che aveva urlato "Giornalista! Giornalista!", ma chi ha sparato con il lanciarazzi "sapeva cosa stava facendo". Da allora inizia a indossare la benda da pirata sull'occhio sinistro, e va incontro a non pochi problemi di salute: soffre di disordine da stress post-traumatico, depressione e attacchi di panico.

L'incontro con Paul Conroy

Il fotoreporter e documentarista inglese Paul Conroy conosce Marie Colvin nel 2003: sta tentando di attraversare in gran segreto il Tigri su una zattera fatta di tubi rubati da alcuni camion, per entrare in Iraq e coprire l'assalto a Baghdad. Come si vede nel film, è lei ad assumerlo per seguire la seconda guerra del Golfo. Sulla rotta verso Falluja si fingono due operatori umanitari per aggirare le milizie pro-Saddam e superare i posti di blocco.

I due si ritrovano in Libia nel 2011 e un anno dopo a Homs. Condividevano tantissime passioni, su tutte la vela, il whisky e l'ostinata dedizione a raccontare le atrocità della guerra nelle principali zone di conflitto in tutto il mondo. Conroy ha raccontato la sua storia personale nell'autobiografia Under the Wire, diventata anche un documentario di Chris Martin.

La devozione a raccontare storie

Conroy ha messo a disposizione della produzione e degli attori alcuni suoi oggetti personali: la giacca che indossava quando è stato colpito a Homs, le fotocamere che ha usato in Libia, l'accendino che gli aveva regalato Marie.

Il fotoreporter si è "donato" al film perché, spiega nelle note di regia, "vorrei che il mondo conoscesse la storia di un personaggio così straordinario, qualcuno così devoto a raccontare le storie da essere diventata storia lei stessa".

Sarebbe sbagliato non raccontare la sua vita nel suo complesso, ciò che ha sacrificato per perseguire la verità. Spero solo che la gente veda questo film e dica: che persona straordinaria! Penso che le sarebbe piaciuto questo film. Era piuttosto umile. Non era una che si sedeva al bar a raccontare storie di guerra. Ma penso che si sarebbe commossa nel vedersi rappresentata in questo modo. Anche se nel profondo, comunque, non lo avrebbe mai ammesso.

La seconda intervista a Gheddafi

Nel 2011, durante le cosiddette Primavere arabe in Egitto, Libia e Tunisia, Marie Colvin ha l'occasione di intervistare per la seconda volta Gheddafi, particolarmente sensibile al suo fascino. Il momento è delicato: ha appena perso l'amico e collega giornalista Norm Coburn, ucciso dal fuoco di un lanciarazzi, e in Libia lo scontro tra l'esercito del Colonnello e le forze ribelli del Consiglio nazionale di transizione è particolarmente sanguinoso.

Colvin riesce ad ottenere un colloquio faccia a faccia con Gheddafi. Si fa accompagnare da due colleghi: sceglie Christiane Amanpour di ABC News e Jeremy Bowen di BBC News. Il Colonnello fornisce la sua versione dei fatti, lei sente il dovere di ribattere punto su punto. Gheddafi se la prende con al Qaeda, Hillary Clinton, Barack Obama e gli Stati Uniti che l'hanno tradito. Poco dopo, il 20 ottobre, l'ormai ex leader libico è ucciso mentre cerca di fuggire dalla città natale di Sirte. La sua morte resta tuttora un mistero.

La lingerie La Perla

È tutto vero: Marie Colvin amava indossare un reggiseno La Perla sotto il giubbotto antiproiettile. Lo racconta Brenner nel suo articolo su Vanity Fair. Prima di lasciare la Siria, la reporter ha messo in valigia il telefono satellitare Thuraya, il suo vecchio e malconcio portatile, la copia del libro Il volto della guerra di Martha Gellhorn (che porta sempre con sé), slip e bra La Perla. Quello "fortunato" è di color rosso. In realtà era crema: rosso lo è diventato da quando le si è inzuppato di sangue.

Le era già successo qualcosa di curioso ai tempi di Timor Est: quando le milizie indonesiane avevano fatto irruzione nella sua stanza d'albergo, "tutti i miei slip e reggiseni La Perla erano stati rubati. Non è strano? Avevano lasciato una radio, un registratore... persino un giubbotto antiproiettile".

I tre matrimoni

Marie Colvin ha sposato due volte lo stesso uomo, il giornalista Patrick Bishop. Entrambi i matrimoni si sono conclusi con il divorzio. Nel 1996, a Gerusalemme, conosce il collega boliviano Juan Carlos Gumucio, corrispondente del quotidiano spagnolo El País a Beirut durante la guerra civile libanese.

Pure Gumucio è reduce da altri matrimoni, nel suo caso ben tre. Lui e Colvin si sposano poco dopo e si trasferiscono a Hammersmith, West London. Alla fine del 2000 Gumucio torna a Cochabamba, la sua città natale, dov'è visiting lecturer di giornalismo presso l'università, ma è già vittima da tempo della depressione e dell'alcolismo.

Il 25 febbraio del 2002 il giornalista si suicida sparandosi un colpo di pistola alla testa.

Il compagno Richard Flayne

Tony Shaw, l'imprenditore interpretato da Stanley Tucci con cui Colvin ha una relazione nel film, è un personaggio di fantasia. Lo sceneggiatore Arash Amel l'ha parzialmente inventato: si ispira alla figura reale di Richard Flayne, all'epoca dei fatti compagno della giornalista e direttore di diverse società.

L'ultima mail che Marie gli inviò da Homs è struggente.

Mio caro, sono tornata nuovamente a Bab Amr, il quartiere assediato di Homs, e ora sto congelando nel mio tugurio senza finestre. Starò un'altra settimana in più qui e poi andrò via. Ogni giorno è un orrore. Penso a te tutto il tempo, mi manchi.

La morte in Siria

Marie Colvin muore il 22 febbraio 2012 mentre sta seguendo l'assedio di Homs in Siria, l'assalto delle truppe governative di Bashar al Assad alla città fulcro della ribellione. L'attacco dura da giorni, i civili restano rintanati all'interno degli edifici e i morti sono migliaia.

La giornalista è nella terza città siriana dal Libano insieme al collega francese Rémi Ochlik. I due stanno lasciando il media centre non-ufficiale nel quartiere sud-ovest di Bab Amr quando sono colpiti da un "ordigno esplosivo improvvisato pieno di chiodi", si legge nell'autopsia.

Il governo afferma che la bomba artigianale è stata sganciata dai terroristi del Free Syrian Army, l'Esercito siriano libero. I giornalisti occidentali, come Conroy e il francese Jean-Pierre Perrin, sostengono invece che il media centre è stato preso di mira dalle forze di Assad, che lo avrebbero identificato utilizzando i segnali dei telefoni satellitari.

"La nostra missione è dire la verità. La vera difficoltà è avere abbastanza fiducia nell'umanità per credere che a qualcuno possa importare", sono le parole-simbolo di una donna incredibile dalla vita troppo breve.

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