Scarlett Johansson è un dono che forse Marvel non si merita: Black Widow si salva grazie a lei

Undici anni dopo la sua comparsa nell'universo Marvel, Scarlett Johansson conquista una pellicola tutta per sé, dimostrando una crescita umana e artistica enorme, a cui il film fatica a stare dietro. La recensione di Black Widow.

Marvel Studios Black Widow in Norvegia

Meglio del previsto, ma non abbastanza. Almeno non per fare giustizia a lei, Scarlett Johansson, colonna portante ma trascurata del MCU, insospettabile pilastro del cinema action contemporaneo. Da bella a divina, da diva ad attrice solidissima e in grado di non piegarsi ai diktat degli studios e del suo tempo, Scarlett Johansson ha esordito come spia sexy in Iron Man 2 undici anni fa. Sembra passato un secolo, anche se il grosso della strada fatta e del cambiamento relativo alla rappresentazione femminile dentro e fuori il grande schermo è avvenuto negli ultimi due, tre anni.

Un'evoluzione che nasconde anche insospettabili involuzioni, ma che rimane un passo avanti tale da far sembrare la rossa e sexy Scarlett Johansson di quell'epoca una vestigia di un'antica civiltà. Cambiare repentinamente direzione però, farlo in profondità senza fermarsi alla superficie, non è semplice e Black Widow lo dimostra in maniera impietosa.

Una parentesi alla Rogue One

Sarebbe meschino non riconoscere che nell'infinita e difficoltosa gestazione del film ci si è messo in mezzo anche un ritardo di oltre un anno, che nel calendario forsennato di uscite MCU equivale a un decennio. Scarlett Johansson ha dovuto fare da predellino alle origin story dei colleghi maschi meno carismatici per lunghissimo tempo e, arrivato il suo momento, Black Widow ha anche dovuto affrontare due scogli. Il primo è quello di venire dopo la conclusione della fase 3, con le mani legate rispetto a quella successiva. Niente di troppo epocale può succedere nel film di Black Widow, che quindi fa un'operazione alla Rogue One: si infila in un'intercapedine e in un "mistero" buttato un po' lì tanto per incuriosire il pubblico (Budapest) e tira fuori a suon di flashback una parentesi dedicata a Natasha Romanoff, alle sue origini e alle sue esperienze. 

Marvel StudiosBlack Widow nel film a lei dedicato
Scarlett Johansson sa soffrire senza rendere il film cupo o deprimente

Il secondo scoglio è appunto il rinvio del film. Difficile dire se si sia dovuto addirittura sistemare qualcosa (vedi i fondati sospetti di tagli e modifiche in The Falcon & The Winter Soldier), ma quel che è certo è che Black Widow è impalpabilmente legato al pre-pandemia. È come vedere un film statunitense girato dando per scontato il presidente in carica sia uno quando è già subentrato il successivo. C'è qualcosa in Black Widow di attuale ma in qualche modo già superato. Senza dimenticare che il film contiene alcune rivelazioni che gli sono state "bruciate" proprio dagli show già trasmessi su Disney+. L'universo Marvel è molto reattivo all'atmosfera del momento: se riesce a dettare la linea su toni e approcci al cinema, al contrario reagisce (subisce?) molto il mood sociale del momento. 

Johansson è l'ancora di un film tempestoso

Scarlett Johansson invece sembra un'ancora, oltre che a un provvidenziale approdo per un film dalla storia così tempestosa. Negli anni si può intuire come sia maturata moltissimo come persona e attrice. Da complemento oggetto cinematografico per eccellenza (da Sofia Coppola a Jon Favreau) si è fatta soggetto carismatico, decretando il successo inaspettato di progetti esilissimi, tutti fondati sul suo carisma (Lucy). In Black Widow vediamo una Natasha differenze, figlia della versione post apocalittica vista in Endgame e Infinity War (anche se in realtà il film è ambientato prima della saga di Thanos). Dopo gli eventi di Civil War, Natasha è una fuggitiva ricercata in tutto il mondo, delusa dalla famiglia che era riuscita a costruirsi con gli Avengers. Scendendo a patti con l'ossessione esasperata del cinema Marvel e tutto per il concetto di famiglia in sé, Black Widow porta Natasha a ricongiungersi per caso alla sua famiglia di un tempo, quando faceva parte della Stanza Rossa e operava come spia negli Stati Uniti. 

Le nuove aggiunte del cast e relativi personaggi - Red Guardian, Yelena, Melina - sono costruite con lo stampino del tardo supereroe Marvel: danneggiati ma ironici, pieni di colpe da espiare ma mai davvero colpevoli, incapaci di un'identità propria che prescinda dal gruppo familiare. Natasha qui trova finalmente modo di essere quello che un eroe Marvel raramente è: sé stessa. Per contrasto è intuibile quando la guardia sia alzata quando è in compagnia degli Avengers, quanto curi la percezione che dà di sé. La sua vena protettiva e naturalmente carismatica emerge anche qui, ma il rapporto con Yelena (l'aspetto migliore del film) la vede meno controllata, ruvida, spazientita, tenera. Le due bisticciano e si relazionano in maniera estremamente verosimile e per una volta c'è davvero un'autentica aria di famiglia, almeno quando non si è impegnatissimi a sottolinearla a ogni passaggio. 

Marvel StudiosNatasha usa un fucile
Scarlett Johansson merita un film come Logan, ma non l'ha avuto

Affiancata da una Florence Pugh di cui abbiamo già avuto di testare l'impressionante capacità di dare concretezza e spessore al più esile dei personaggi, Scarlett Johansson dimostra una maturità ricca di rimpianti e realizzazioni personali che nemmeno personaggi come Tony Stark o Steve Rogers hanno mai raggiunto (o lo hanno fatto in più e più film interamente concentrati su di loro). Purtroppo Natasha spartisce il suo film con una serie infinita di necessità narrative accessorie: introdurre nuovi personaggi, sistemare la linea temporale e le incongruenze di film precedenti, tappare buchi e stendere il mantello a chi verrà dopo di lei (dato che teoricamente è già uscita di scena).

Dato che il copione - intriso di un femminismo così stanco da spiegare letteralmente e piuttosto brutalmente le sue posizioni (cfr. Florence Pugh che dice, testuale "e io che volevo parlarti delle tube di Falloppio") - non le dà granché su cui lavorare, Scarlett Johansson sembra metterci molto di sé. Non è necessariamente una grande prova d'attrice, ma è una presenza personale mutata dal suo essere più adulta, più consapevole del proprio valore e delle proprie risorse, forse anche del suo essere madre. 

Una grande stella senza un grande film

Quello che manca a Black Widow, non così brillante nell'approfittare del suo status di parentesi da aprire e chiudere nel giro di un film per fare qualcosa di differente e incisivo, è una grande personalità alla sceneggiatura o dietro la macchina da prese. Il film aveva l'enorme, rarissimo vantaggio di essere concepito come uno stand alone (anche se...). Si poteva osare, scegliendo anche una scala supereroistica ridotta (invece poi il solito complotto mondiale fa capolino). Appesantito da una serie di spunti inutili - la vicenda di Antonia, gli spiegoni del cattivo incolore di turno - il film non sa sfruttare la sua stella, donandole un film costruito intorno a lei. Costruito sul canovaccio di tutti gli ultimi film Marvel "minori", Black Widow non ha un'identità sua. 

Serviva un autore che facesse parlare le immagini e i volti, un film che si prendesse il lusso di lasciare Natasha nella sua roulotte ai confini del mondo a elaborare e riflettere. Cate Shortland non è quel regista: ha le capacità per dirigere un film Marvel di contorno, ma non è un James Gunn o un Taika Waititi (e, si spera, una Chloé Zhao). Per fortuna c'è Scarlett Johansson che - di fronte a un film riparatore fuori tempo massimo e nemmeno troppo ben congegnato - fa giustizia a sé stessa. 

Voto 6,5/10

Dopo dieci anni al servizio delle logiche Marvel, Scarlett Johansson ottiene un film abbordabile e non il Logan che si sarebbe meritata: poco male, perché lei splende nonostante l'occasione sprecata.

Elisa Giudici

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