Pray Away, il documentario che svela i segreti del movimento ex-gay

Tutto quello che c'è da sapere sul film di Kristine Stolakis in uscita su Netflix, già premiato al Tribeca e definito da più parti come il documentario più importante e sconvolgente dell'anno.

Multitude Films / Netflix Una scena del documentario Netflix Pray Away

Exodus International è stata la più grande organizzazione cristiana impegnata nella terapia di conversione: l'obiettivo del progetto era "liberare" le persone dall'omosessualità. L'istituzione statunitense ha chiuso i battenti nel 2013 dopo trent'anni di attività, chiedendo scusa "per tutto il dolore arrecato" a gay e lesbiche oggetto delle terapie riparative.

Su Exodus e i fuoriusciti del movimento "pray the gay away" indaga il documentario Pray Away, rivelazione del Tribeca Film Festival che debutta il 3 agosto 2021 in streaming su Netflix. L'arrivo del film sulla piattaforma giunge dopo i vari passaggi in importanti festival internazionali dedicati al cinema del reale come Hot Docs, Telluride e Doc10.

La storia vera

"Il cambiamento è possibile" è per anni lo slogan di Exodus e del suo fondatore, Alan Chambers. Sin dalla metà degli anni '70, quando lui e quattro amici lottano insieme e si aiutano a vicenda per lasciare lo "stile di vita" gay. Dopo aver ricevuto più di 25.000 lettere di persone che chiedono il loro aiuto, l'attivista cristiano e i suoi accoliti della chiesa Evangelica creano Exodus International per convincere centinaia di omosessuali e lesbiche a cambiare orientamento attraverso la "terapia" di conversione.

Il metodo prevede la riduzione della "tentazione", l'astinenza, il rafforzamento dell'identità maschile o femminile, la correzione delle forme "distorte" di relazione con gli altri, "trattamenti di avversione" come indurre nausea, vomito, paralisi o l'uso dell'elettroshock. L'attrazione per lo stesso sesso è bollata come espressione di "codipendenza" o "idolatria".

Sono numerose le prove che dimostrano come la terapia di conversione e la metodologia dei gruppi di supporto che la praticano siano totalmente inefficaci. Le maggiori associazioni medico-scientifiche e di salute mentale hanno denunciato la pratica come dannosa e pericolosa, eppure il movimento "ex-gay" americano prosegue a prosperare. Negli ultimi tempi ha adottato una strategia digitale, si presenta con mirati eventi dal vivo in contesti religiosi (immuni dalla regolamentazione giuridica grazie alla libertà di culto) e conquista i millennial appropriandosi dei concetti di "amore", "libertà" e "inclusione" del linguaggio del movimento LGBTQ+.

Multitude Films / NetflixUna scena di preghiera nel documentario Pray Away
Il raduno di preghiera dell'organizzazione Freedom March, composta da millennials "ex-gay"

Secondo le stime dell'Istituto Williams dell'UCLA, circa 700mila persone sono passate attraverso una forma di terapia di conversione soltanto negli Stati Uniti. Le ricerche dell'American Psychological Association e dell'American Psychiatric Association dimostrano che i giovani LGBTQ che si sottopongono a queste terapie hanno da tre a cinque volte più probabilità di tentare il suicidio rispetto a chi se ne tiene alla larga. Senza dimenticare l'insorgere di alti tassi di depressione, ansia, abuso di sostanze e isolamento sociale.

Nonostante tutto, i leader integralisti e radicalmente conservatori di queste realtà continuano a combattere contro un segreto: le loro "attrazioni" per lo stesso sesso che non sono mai andate via. Anzi. Dopo anni trascorsi nei ritrovi affollati di fedeli e acclamati come paladini dell'estrema destra del cristianesimo evangelico, molti di questi uomini e donne hanno fatto coming out come LGBT, sconfessando il movimento che hanno contribuito a fondare e diffondere in tutti gli Stati Uniti.

Pray Away esplora la dottrina religiosa dietro Exodus e i suoi metodi coercitivi, raccoglie le testimonianze di un ex leader e di una sopravvissuta del movimento di "terapia di conversione" e scandaglia le sofferenze, il senso di vergogna, la repressione e i traumi psicologici che il fenomeno "pray the gay away" ha provocato alla comunità LGBTQ+ e i danni che continua a causare.

Le testimonianze

Il documentario raccoglie una serie di interviste a persone che hanno promosso o vissuto sulla propria pelle l'esperienza di questo fanatismo religioso. Randy Thomas è stato l'ultimo vice-presidente di Exodus International prima della discussa chiusura del 2013, aspramente contestata dalla destra cristiana. Thomas stesso è gay: ha fatto coming out nel 2013 e si è fidanzato con un uomo, anche lui "ex-gay". Ora è un attivista della comunità LGBTQ+ di Orlando e promotore dell'associazione Thrive, una no-profit che supporta chi è stato danneggiato dalle "conversion therapy".

Julie Rodgers è una giovane sopravvissuta alla terapia di conversione. Dopo aver fatto coming out con i genitori a sedici anni, è stata messa in un programma speciale in Texas dove ha trascorso quasi dieci anni cercando di diventare etero. È uscita dal "campo" con numerosi traumi: oggi vive a Washington con la moglie, sta scrivendo un libro sugli anni di terapia e si batte per l'affermazione e il riconoscimento delle persone LGBTQ+ nelle comunità cristiane.

Multitude Films / NetflixJulie Rodgers in una scena del documentario Pray Away
Julie Rodgers durante una sessione di "terapia"

Yvette Cantu Schneider è stata una delle leader di Exodus e del Family Research Council. È una fuoriuscita dall'organizzazione e ha fornito alla produzione di Pray Away oltre una dozzina di VHS e DVD e più di 100 pagine di documentazione fotografica e scritta di eventi e discorsi del suo periodo nel movimento "ex-gay" alla fine degli anni '90 e Duemila. Adesso si è dichiarata come bisessuale e dal 2018 è portavoce ufficiale di GLAAD contro le terapie di conversione.

John Paulk è stato l'"ex-gay" più famoso d'America grazie ad una campagna disinformativa finanziata da Exodus che l'ha fatto apparire sulle prime pagine di giornali prestigiosi, dal Washington Post al New York Times. Il motivo? Paulk diceva di essere stato un travestito sposato con una lesbica, prima di "guarire" dal "disturbo" dell'omosessualità grazie alla terapia e alla fede. Peccato che durante un tour di conferenze a Washington, fu fotografato in un bar gay, mettendo in crisi le organizzazioni teocon che lo lanciavano come "golden boy" del mondo anti-queer. John ha fatto coming out nel 2014 e ora vive a Portland, dove canta nel coro gay della città.

Jeffrey McCal è invece il fondatore di Freedom March, un gruppo di millennial "ex-gay" che credono Dio li abbia "guariti e liberati" dalle identità LGBTQ+. Si definisce "formerly transgender", ha raccontato la sua conversione nel podcast From Transgender to Transformed per il network cattolico The 700 Club e nell'autobiografia For Such a Time: From Transgender to a Son of God.

For Such a Time: From Transgender to a Son of God L'edizione inglese del memoir dell'"ex transgender" Jeffrey McCall
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Chi è la regista

Dietro Pray Away c'è Kristine Stolakis, documentarista al suo esordio nel lungometraggio dopo diversi cortometraggi sempre a tematica politica, pregiudizi e discriminazione.

Uno dei suoi corti più acclamati è The Typist, la toccante testimonianza del "lavoro sporco" di Otto Bremerman, il militare incaricato di battere a macchina i congedi con disonore dei marine accusati di omosessualità durante la guerra di Corea.

Where We Stand affronta il sessismo nella chiesa mormone seguendo un controverso gruppo di attiviste che combattono per l'ordinazione femminile nella Church of Jesus Christ di Latter-day Saints.

Il corto è stato candidato ai BAFTA e lanciato online da The Atlantic e Journeyman Pictures.

Stolakis racconta nelle note di regia che Pray Away "non è un film personale", ma è stato "ispirato dal mio background religioso e dagli stretti legami con un sopravvissuto alla terapia di conversione".

Mio zio, che per me è stato come un secondo padre, è passato attraverso una terapia "riparativa" dopo aver fatto coming out come trans da bambino. Seguirono depressione, ansia, dipendenza e idee suicide fino alla sua morte recente e inaspettata.

Da quell'esperienza privata e dalla scoperta di "qualcosa di più grande e strategico di quanto avessi inizialmente immaginato" è nato il documentario.

Quella testimonianza in famiglia, toccata in prima persona, non è una cosa del passato: il movimento "pray the gay away" è ancora vivo e vegeto.

Il suo scopo con Pray Away è "dire la verità" sui danni duraturi delle terapie e sulle cicatrici che lasciano.

Spero che tra qualche anno, dopo l'uscita del film, un familiare o un cristiano LGBTQ+ in difficoltà che cerca informazioni sulla terapia di conversione scopra Pray Away, conosca le storie interessanti delle persone che ho intervistato, il dolore che deriva da queste pratiche, e trovi la strada per l'affermazione e l'accettazione di sé.

I produttori esecutivi

Prodotto da Stolakis, Jessica Devaney e Anya Rous di Multitude Films, Pray Away conta su due produttori esecutivi d'eccezione: Ryan Murphy e Jason Blum. Il creatore di Nip/Tuck, Glee e American Horror Story e il vulcanico produttore che ha ridefinito le regole dell'horror si sono spesi in prima persona per il doc e la campagna ad esso collegata.

Pray Away non è soltanto un film: sul sito ufficiale la produzione mette a disposizione una serie di risorse (una guida per la cura della salute mentale e una di supporto al dialogo post-film), linee di assistenza telefonica diretta, numeri e indirizzi di gruppi di sostegno alle vittime, organizzazioni religiose LGBTQ+ e comunità di supporto per i sopravvissuti alla terapia di conversione.

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