Aladdin, la recensione del classico Disney: potere e desideri, il binomio vincente

Autore: Cristina Migliaccio ,
Copertina di Aladdin, la recensione del classico Disney: potere e desideri, il binomio vincente

Chi non vorrebbe esprimere un desiderio? Non di quelli sulla torta di compleanno, o con la monetina lanciata in qualche fontana, ma di quelli chiesti a un Genio, qualcuno che dica “Ogni tuo desiderio è un ordine, padrone” e lo intenda per davvero.

Aladdin, protagonista della 31esima pellicola Disney, ha potuto farlo ed è attorno ai desideri (non soltanto suoi) che ha preso forma questo classico dell’animazione che ancora oggi amiamo. Non è un caso che, tra i tanti classici, arrivi un live-action proprio di Aladdin.

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Partiamo con qualche dato d’introduzione, per poi affrontare i temi che la Disney ha voluto valorizzare nella sua 31esima opera.

Aladdin, Abu e una lampada magica…

Arrivato nelle sale nel 1992 (nel '93 in Italia), Aladdin rappresenta uno dei pilastri portanti del Rinascimento Disney, quell’era di splendore arrivata dopo un grave momento di crisi. Insieme a La Sirenetta e La bella e la Bestia, la storia del furbissimo ladro di Agrabah ha restaurato l’antico splendore di Walt Disney riportando a casa il successo con due premi Oscar.

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Aladdin e Jasmine sul tappeto sorvegliati dal genio e abu
Abu, il terzo incomodo

Due sono i sequel nati dalla prima avventura di Aladdin: Il ritorno di Jafar, realizzato due anni dopo, e Aladdin e il re dei ladri nel 1996.

Sapevate che la storia del ladruncolo e della sua principessa proviene da un racconto persiano intitolato Aladino e la lampada meravigliosa, contenuto ne Le mille e una notte? Il testo fu preso come fonte d’ispirazione e nacque così la storia di un giovane ladro definito un “diamante allo stato grezzo”, un ragazzo puro di cuore che commette reati soltanto per mera sopravvivenza. Tutto ha inizio dalla sete di potere, uno dei temi più importanti di questo film, che viene però camuffato da una storia d’amore romanzata. Aladdin e Jasmine s’incontrano in un territorio nemico, sconosciuto a entrambi (perché in fondo Aladdin non ha una casa e men che meno può definire la città di Agrabah come tale), e sarà proprio quello smarrimento a instaurare una forte complicità.

Vediamo per sommi capi la trama: Jafar vuole impossessarsi della lampada del Genio, ma per farlo ha bisogno di un diamante allo stato grezzo che ottenga il lasciapassare dalla Caverna delle Meraviglie. Destino vuole che quel diamante sia Aladdin, lo stesso straccione che si è imbattuto nella principessa Jasmine al mercato. In fuga, Jasmine non ha intenzione di sottostare alle regole reali e non sposerà nessuno se non per amore. Quando le guardie arrestano Aladdin (per ordine di Jafar), Jasmine è convinta di aver perso per sempre l’opportunità di conoscere quel ragazzo.

La principessa, però, non sapeva del piano malvagio del Gran Visir: Jafar, intenzionato a diventare il più potente del mondo, spedisce Aladdin con uno stratagemma nella Caverna delle Meraviglie. Inutile dire che nulla va secondo i piani e alla fine della storia quello ad avere un Genio con tre desideri non è Jafar, bensì Aladdin che, furbamente, diventa Principe Alì Ababua per conquistare la sua principessa.

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Quando i desideri sono una potente e affascinante arma di distruzione

Aladdin è un ragazzo che nella vita possiede molto poco (la sua morale, ad esempio), quindi è naturale aspettarsi da parte sua un grande desiderio. Trasformarlo in un principe non è un problema per il Genio, ma potrebbe esserlo a lungo andare per Aladdin: che prezzo ha vivere una menzogna?

Ma Aladdin non è il solo a presentarsi per quello che non è. Mentre l’umile ladro prova imbarazzo per il suo stato sociale, Jasmine vuole volontariamente eliminare la parte regale che cela il suo sangue e mischiarsi alla gente comune per provare un brivido a lei sconosciuto: la libertà, scegliere dove andare, con chi parlare, cosa mangiare quando se ne ha voglia. I personaggi sono molto diversi, eppure accomunati da una prigione dalla quale non sono in grado di evadere, sia letteralmente che metaforicamente.

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Il senso di oppressione dei protagonisti è spesso legato anche all’ambiente circostante. Quante volte abbiamo visto Aladdin imprigionato dalle due stesse bugie e quante volte invece ha dovuto trovare il modo di evadere (sia dalla prigionia di Jafar a palazzo che dalla Caverna delle Meraviglie, ad esempio)? Un po’ come il Genio, prigioniero della magia. Ma cosa ne sarebbe del Genio, senza di essa? Che ruolo avrebbe nel mondo, il Genio della Lampada, senza i suoi desideri?

Che siano prigioni vere o morali, Aladdin e Jasmine hanno trovato il loro punto in comune: l’amore, che forse rende un po’ più liberi.

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Jasmine e Aladdin sorridenti sul tappeto magico

Avete mai riflettuto sul fatto che Aladdin, in fin dei conti, esprime soltanto un desiderio per se stesso? Il primo, quello di poter essere un principe, soltanto per avere l’occasione della vita: presentarsi a palazzo e far colpo su una principessa.

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Il secondo desiderio è involontario: Aladdin, gettato in mare dagli scagnozzi di Jafar, è privo di coscienza quando compare il Genio che, per salvargli la vita, esprime per lui un secondo desiderio.

E il terzo è sicuramente il più nobile. Come promesso,Aladdin libera il Genio. Addio schiavitù, catene, rimproveri, paure, desideri altrui. Soltanto piena e totale libertà. Non a caso, il Genio deciderà di restare al fianco di Aladdin pur non avendo più alcun vincolo. Il loro rapporto, del resto, non è mai stato da suddito-padrone, piuttosto come un disadattato tratta un altro disadattato: una grande, strana famiglia dal tocco blu.

Jasmine, l’inizio della ribellione

In genere, le principesse Disney erano contraddistinte da un tratto prettamente passivo: "Aspettiamo il principe che tanto ci salverà". E invece non sempre è così. L’era de La bella addormentata nel bosco e Biancaneve è ben che finita negli anni ’90 e i recenti film Disney ne sono la prova (basti pensare a Frozen). Jasmine è una principessa ribelle perché sfida i limiti della propria figura e rema contro le imposizioni della scala sociale. Vuole trovare la propria strada e lo fa correndo contromano sull’autostrada con il piede premuto sull’acceleratore.

Jasmine non vuole essere soccorsa da Aladdin, anche se poi questo accade: piuttosto vorrebbe trovare un suo equilibrio senza dover essere legata a qualcuno o alle etichette.

Per concludere, una nota di merito va al villain: Jafar, il Gran Visir, colui che ha creato un burattino dopo l’altro soltanto per ottenere un potere che non gli è mai appartenuto. Jafar è uno di quei cattivi che parte con un progetto e muore (o scompare) con il suo fallimento, un po’ come Ade in Hercules.

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Jafar sogghigna con Iago
Jafar e il suo braccio destro

Non c’è tentennamento, non c’è pentimento né paura nelle sue azioni: tutto ciò che Jafar vuole è il potere; se non può averlo, tanto vale scomparire per sempre. A suo modo, anche Jafar è limitato dalla figura del Sultano, dalle gerarchie, dal potere. Ed ecco perché lo vuole. In fin dei conti, Jafar è soltanto un altro personaggio infelice come Aladdin e Jasmine.

E, mentre la coppia ha avuto il suo happy ending, Jafar ha parzialmente ottenuto ciò che voleva: poteri illimitati, certo, ma da mettere al servizio di qualcun altro. Altro che libertà, forse nel suo caso davvero “si stava meglio quando si stava peggio”.

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Aladdin sceglie di levigare la sete di potere con il giusto compromesso tra amore e morale, creando personaggi coerenti e fedeli ai propri principi.
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Autore: Giuseppe Benincasa ,
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