Diabolik, che delusione: perché il film dei Manetti Bros fa cilecca

Autore: Elisa Giudici ,
Recensioni
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Copertina di Diabolik, che delusione: perché il film dei Manetti Bros fa cilecca

Alle volte le prime impressioni - arbitrarie, irrazionali, istintive - sono quelle che fanno centro. Lo prova l'adattamento cinematografico di Diabolik firmato dai Manetti Bros, il cui problema principale sono proprio i due registi e sceneggiatori. Così come sospettato da molti, sin dall'annuncio del progetto di riportare il Re del Terrore sul grande schermo dopo il primo, psichedelico, a suo modo cult tentativo diretto da Mario Bava nel 1968. Non che i Manetti non ci mettano impegno, passione, caparbia, anzi: la vera tragedia di questo film è che fatto col sudore e col cuore. Basta qualche sequenza della pellicola per capire come siano stati in passato avidi lettori degli albi dedicati al personaggio delle sorelle Giussani, come ne ammirino in particolare il genere specifico a cui appartengono le sue violente e amorali storie, oltre al linguaggio fumettistico in cui sono codificate. 

Il sospetto confermato da questo film è che i Manetti siano completamente avulsi dalla sensibilità necessaria per far funzionare un progetto come questo. La sensibilità che due sorelle borghesi e altolocate come le Giussani hanno infuso in un personaggio e una storia algidi e talvolta luciferini, ma circondati da un contesto borghese, nobiliare e danaroso. I Manetti funzionano particolarmente bene nelle borgate (vedi Song'e Napule e Ammore e malavita) e hanno il merito di aver creduto e perpetrato il cinema di genere in Italia quando quest'ultimo era divenuto una sorta di tabù culturale quasi infamante. Con alle spalle decine di videoclip musicali, hanno saputo creare un piccolo cult della TV italiana come L'ispettore Coliandro. Tanto quel progetto poliziesco con la sua ironia e l'approccio scanzonato del suo protagonista esalta perfettamente la sensibilità e lo stile dei due registi, tanto Diabolik li fa apparire come pesci fuor d'acqua

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Diabolik, la trama del rifacimento del 2021 

A castrare e non poco il risultato finale di questo processo di adattamento verso il grande schermo è la sceneggiatura, figlia del terzo albo pubblicato sulla collana dedicata al Re del Terrore. La storia a fumetti intitolata L'arresto di Diabolik racconta infatti come il ladro e assassino abbia conosciuto la donna della sua vita, Eva Kant, inizialmente avvicinata per rubarle un prezioso diamante rosa lasciatole dal marito. La storia originale è stata ideata all'inizio degli anni '60, ambientazione storica che il film tenta di riprendere e ricostruire, con un risultato egregio ma non esente da qualche impasse. 

Si tratta di una storia in partenza datata (e con qualche risvolto oggi involontariamente comico), a cui i Manetti mettono mano ma senza la capacità di creare l'atmosfera tipica delle storie di Diabolik o un'alternativa moderna convincente. A posteriori l'errore più grosso è forse proprio quello di concentrarsi sugli inizi della coppia protagonista quando ancora non conosciamo bene i personaggi e non siamo loro affezionati. Tutto però in questo film risulta finto, distante, superficiale e in ultima istanza non interessante. Ci si annoia parecchio durante la visione, perché il film procede appesantito da spiegazioni continue, spesso recitate da comparse o comprimari davvero poco portati alla recitazione.

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01 Distribution

Manetti sul set di Diabolik
I Manetti tentano di contenere alcuni tratti artistici della loro personalità, ma invano: il loro Diabolik non ha l'approccio giusto

Va comunque riconosciuto ai Manetti di non aver stravolto il personaggio, almeno non intenzionalmente. Non ingentiliscono né purgano Diabolik della sua cattiveria, della sua amoralità, del suo distacco da spietato serial killer. Tuttavia anche nelle sequenze in cui lo vediamo uccidere poliziotti o esercitare una crudele manipolazione psicologica ai danni di una malcapitata Serena Rossi non incidono granché a livello emozionale. 

Mastandrea promosso, Marinelli bocciato: le pagelle degli attori

La sorpresa più sgradita che certo non aiuta il film a decollare è l'interpretazione di Luca Marinelli. Attore impegnatissimo e molto apprezzato sul versante drammatico e autoriale ma non nuovo alle incursioni nel cinema di genere (con notevole successo, vedi Lo chiamavano Jeeg Robot) Marinelli sbaglia completamente la caratterizzazione del personaggio. Nel suo Diabolik non c'è pericolo, non c'è violenza e non c'è magia: troviamo solo un cauto, annoiato distacco. Ben più evidente è lo sforzo della collega Miriam Leone di dare profondità e vivacità al personaggio borghese e altolocato di Lady Kant. Tuttavia la regia dei Manetti, che dalle luci di taglio ai movimenti di cinepresa tentano il più possibile di traslare certe immagini del fumetto su grande schermo, non la aiuta a mascherare una sua certa rigidità in ambito attoriale. 

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L'ispettore Ginko
L'ispettore Ginko è l'unico personaggio davvero riuscito del film

L'unico davvero impeccabile è Valerio Mastandrea, perfetto nell'incarnare tic tabagisti e pose pensose da Maigret nel suo ispettore Ginko. Nonostante anche a lui il copione fornisca pochissimo di davvero esaltante con cui lavorare (una pipa, un vice da istruire, una pettinatura improbabile), Mastandrea gestisce il personaggio con la solita, disarmante agilità, donando un pizzico di naturalezza recitativa di cui questo film ha disperatamente bisogno. Dal punto di vista produttivo, lo sforzo di dare alle location italiane (Trieste, Bologna, Milano, Courmayeur) quell'aria retrò e altoborghese funziona, ma solo in parte. L'impegno c'è, ma anche la sensazione che continua a riaffiorare che sia tutto finto, poco più di un fondale su cui proiettare l'azione. Azione che ahimé è parca di tensione, complice una trama più che prevedibile: praticamente telefonata. 

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In vista dei due sequel già annunciati, c'è da sperare che i Manetti possano trovare qualcuno con la sensibilità giusta per dirigere il secondo o terzo film, oppure rivedano profondamente il loro approccio al personaggio. L'impressione a pelle è stata confermata dalla visione finale del film: non sono uno scenario né un gruppo di personaggi nelle loro corde. È davvero necessario cambiare passo se si vuole dare a Diabolik un adattamento all'altezza della sua fama.

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Tra comparse incapaci, trama prevedibile e ritmo piatto, l'adattamento di Diabolik fa davvero un buco nell'acqua. Persino Marinelli delude. Unica certezza: l'inossidabile Valerio Mastandrea.
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