Giornata Mondiale della TV: come le serie hanno fatto la storia

Autore: Chiara Poli ,

La TV, è indubbio, rappresenta il mezzo di comunicazione per definizione: il medium che più di tutti ha influito e influisce sulla cultura mondiale. In tanti modi: diffondendo usi e costumi, facendo informazione e consentendo, in un’epoca in cui lo studio non era a portata di tutti, d'imparare qualcosa di nuovo. 

Le trasmissioni televisive italiane debuttarono nel 1954 diventando, presto, terreno fertile per quella “maestra d’italiano” che rese celebre il nuovo prodigio chiamato TV.

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La televisione negli anni ’50 contribuiva a insegnare il corretto modo di esprimersi anche a chi non aveva avuto accesso agli studi.

Era un altro mondo. Oggi, oltre 60 anni dopo, il mondo è profondamente diverso ma la TV è ancora protagonista. 

In occasione della Giornata Mondiale della TV, che si celebra il 21 novembre, ricordiamo com’è cambiato il mezzo televisivo negli anni, dal debutto a oggi.

Buona e cattiva maestra

Una volta, dicevamo, la TV era considerata una maestra. Non solo grazie all’italiano corretto parlato dai suoi protagonisti, in un Paese in cui una larga parte della popolazione si esprimeva esclusivamente in dialetto, ma anche perché - grazie ai quiz, ai programmi d’intrattenimento e ai successivi programmi di approfondimento e informazione - contribuiva in larga misura alla diffusione della cultura generale, della cultura musicale, della scoperta di Paesi e luoghi lontani o poco noti. 

Poi, però, intervenne il fattore che ha trasformato la TV, prima buona maestra, in quella che si definiva comunemente “cattiva maestra”: il business. Quello stesso business che in seguito avrebbe dato origine alla TV spazzatura, certamente una cattiva maestra che - ahinoi - oggi regna sovrana su una parte piuttosto consistente della TV generalista.

Come tutto il resto, insomma, anche lo spettacolo televisivo si era trasformato in un’occasione di guadagno.

Per battere la concorrenza, la pluralità di voci e l’aumento dell’offerta con tanti generi diversi, iniziò una gara tuttora in atto. Una corsa al presentatore più amato, alla trasmissione più lussuosa, all’informazione più tempestiva.

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Il telefilm

Siamo negli anni ’80. Gli sceneggiati della Rai sono stati sostituiti dai telefilm made in USA, che mostrano al pubblico un modello di vita diverso da quello che conoscono e con cui entrano in contatto ogni giorno.

Negli Stati Uniti, nel 1951 la grandissima Lucille Ball arriva a conquistare il prime time con il primo telefilm degno di quella fascia oraria: I Love Lucy. Il racconto della vita quotidiana di una donna che riusciva a divertire il pubblico e a risultare spiritosa pur senza mettere in discussione la visione della figura femminile come angelo del focolare, costantemente dedito al bene della casa e della famiglia.

Pochi anni dopo, l’Italia mandava in onda i classici di Manzoni e Pirandello, e tutti gli sceneggiati che avrebbero aperto la strada al primo telefilm made in Italy: La svolta pericolosa di Gianni Bongioanni che, con molta improvvisazione e attori non professionisti, si trovava perfettamente in linea con la corrente cinematografica del Neorealismo. Per narrare la storia di una coppia di giovani impegnati a costruirsi un futuro in un momento storico non facile.

Poco dopo debuttò il personaggio del tenente Sheridan, interpretato dall’indimenticabile Ubaldo Lay e introdotto durante una trasmissione a quiz: Giallo Club - Invito al poliziesco, per poi diventare la star incontrastata di diverse miniserie incentrate sulle sue imprese d’investigatore.

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Il caso Dallas

Siamo alla fine degli anni ’50 e la TV ha già compreso il bisogno primario del pubblico televisivo: l’intrattenimento.

La televisione diventa l’inseparabile compagna delle persone sole, l’occasione per riunirsi assistendo al Musichiere o agli altri celebri quiz, la baby-sitter gratuita perfetta per i bambini mentre mamma sbrigava le faccende di casa. 

Mentre gli sceneggiati esploravano il potenziale d’intrattenimento delle storie a puntate, prima appunto con lo sceneggiato, poi con le miniserie e le prime serie, gli Stati Uniti bruciavano i tempi.

Già alla fine degli anni ’50 - era il 1959 - Rod Serling dava vita a Ai confini della realtà, creando di fatto il primo programma di culto della storia della TV.

Quella stessa TV che qui nel Belpaese era indietro di circa vent’anni dal punto di vista linguistico. Non a caso solo vent’anni dopo - alla fine degli anni ’70 - con il debutto di Dallas negli USA nel 1978, la Rai comprando la serie e trasmettendola a partire dal 1981 dimostrò la propria arretratezza.

Anziché seguire l’ordine cronologico degli episodi, infatti, in Rai si presero la libertà di montare e rimontare spezzoni di episodi diversi, confondendo gli spettatori con la pretesa di manipolare un prodotto che nasceva con il preciso scopo di creare l’affiliazione dello spettatore e di raccontare una storia lunga e articolata. Un concetto che la TV italiana, all’epoca, ancora non era in grado di comprendere.

Sarebbe successo solo in seguito, con l’inizio delle trasmissioni del nuovo gruppo privato della TV: il neonato Canale5 acquisì i diritti di Dallas e lo trasmise in modo regolare, dimostrando che il potere d’intrattenimento della TV si poteva tradurre in un appuntamento fisso, in grado di creare l’affiliazione del pubblico come avevano fatto Canzonissima e Il Musichiere.

L'invasione americana

Le serie TV, che all’epoca tutti chiamavano telefilm, stavano per diventare il genere preferito dei telespettatori italiani. Mentre negli USA, grazie ai format televisivi di Rod Serling e del maestro Alfred Hitchcock, la strada era già spianata e diretta verso una più rapida e complessa evoluzione linguistica.

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Anche noi ci saremmo arrivati, ma solo grazie all’importazione dei prodotti stranieri. La nostra (breve) Golden Age, quella dei grandi sceneggiati tratti dai classici letterari, era finita.

Stava per iniziare l’invasione americana… Per fortuna.

Mentre Star Trek rivoluzionava il concetto di futuro - oltre a dare un importante impulso alla ricerca tecnologica e scientifica - Happy Days ci faceva innamorare della musica degli anni ’50, Magnum P.I. ci regalava la moda delle camicie hawaiane e Il mio amico Arnold condizionava il nostro modo di parlare ("Che cavolo stai dicendo, Willis?" Diventò un tormentone). 

Con  quelli che oggi conosciamo come police e medical drama il telefilm dimostrava di essere il genere principe dell’intrattenimento e, dunque, del piccolo schermo.

L'intrattenimento per definizione

Tutto il resto - il documentario, l’informazione, l’approfondimento, il talk show così popolare dalla fine degli anni ’80 da noi e ben prima negli USA - veniva dopo.

I cartoni animati facevano compagnia ai bambini e permettevano alle mamme di sapere che, mentre si occupavano delle incombenze quotidiane, i loro piccoli erano seduti tranquilli davanti al televisore. Usato, in seguito, anche come premio e punizione. Se ti comportavi bene, potevi guardare i cartoni. Diversamente, niente TV… E filavi dritto.

I ragazzi più grandi e gli adulti, intanto, sognavano di essere come L’uomo da 6 milioni di dollari e La donna bionica, apprezzavano il fascino e la determinazione delle Charlie’s Angels e simpatizzavano per Ralph Supermaxieroe. Da lì alle risate - educative e mai volgari - de I Jefferson di Cin Cin e di tanti altri, il passo fu breve.

La TV era ancora una maestra: ci insegnava a staccare dalle preoccupazioni quotidiane, a conoscere usi e costumi diversi dai nostri, a sognare lo spazio e a guardare al cielo con occhi diversi dopo l’avvento dei Visitors.

La cattiva maestra, quella che i critici consideravano cheap, era quella del Drive-In, della comicità che faceva leva sull’ammiccamento e si rifaceva - perché da lì veniva - ai cinepanettoni con i doppi sensi, le bellone accompagnate ai bassi calvi e sovrappeso e l’ode agli yuppies.

Un nuovo linguaggio

I telefilm - pardon: le serie TV - non hanno mai fatto parte di quel filone. Perché, per fortuna, in Italia non eravamo in grado di produrne abbastanza e continuavamo a importare prodotti made in USA, di grande qualità proprio perché avanti di vent’anni dal punto di vista contenutistico e linguistico.

Anno dopo anno, le serie diventavano sempre più veloci, dal ritmo sempre più serrato. E poi, finalmente, arrivava la rivoluzione.

Con prodotti come NYPD Blue e Law & Order, con E.R. e I segreti di Twin Peaks la TV dimostrava di poter dare vita a prodotti d’autore, che scavalcassero i tanto celebrati confini fra piccolo e grande schermo in un mondo in cui, se lavoravi in TV, era solo perché non eri riuscito a sfondare al cinema.

#X-Files, Sex and the City, Oz, The West Wing e tante altre serie nate fra la metà e la fine degli anni ’90 dimostrarono il contrario. 

Il linguaggio delle serie TV diventava precursore di quello cinematografico, esplorava quel mix di generi che anche al cinema sarebbe tornato tanto di moda e metteva in scena un approfondimento psicologico dei personaggi che i film, dato il tempo limitato a disposizione, potevano solo sognare.

Era arrivata la rivoluzione televisiva. Ed era successo grazie alle serie TV.

Cancellare i confini

Oggi il linguaggio del piccolo schermo è influenzato dal business, come sempre, ma gli ascolti non si cercano più per i prodotti, bensì per gli spot pubblicitari che si vendono nelle pause di quelli stessi prodotti. Lo spazio, quindi, è aperto: la qualità, il ritmo, lo stile, il cast artistico e tecnico, gli effetti speciali, la colonna sonora e tutto il resto sono improntati a fare dell’intrattenimento un’occasione di raccontare storie di qualità. Mantenendo quella qualità grazie agli introiti pubblicitari, agli abbonamenti per le TV via cavo o via satellite, ai costi mensili per le piattaforme streaming e a tanti altri modi di trasformare una fonte di reddito nell’occasione per insegnare qualcosa.

Per tornare a quell’antica abitudine della TV di aprirci gli occhi su qualcosa che non conoscevamo.

Con Chris Carter, David Lynch, Michael Crichton e Joss Whedon prima, con David Chase, Alan Ball, Steven Spielberg e Martin Scorsese, la TV ha affermato il proprio valore proprio grazie alle serie.

A storia ricche di spunti di riflessione, di metafore tanto esplicite da trasformarsi in strumenti di denuncia, di personaggi capaci di ispirare e appassionare.

Oggi la TV generalista italiana è fatta di liti forzate, di vip spiati, di gossip e di incursioni morbose nella cronaca nera.

Per fortuna, però, ci sono le serie. Ci sono ancora le storie che ci fanno sognare, riflettere, distrarre.

Ci sono le serie che ci fanno ridere e ci tengono con il fiato sospeso, episodio dopo episodio. E la TV, 60 anni dopo il suo arrivo in Italia, ha ancora qualcosa da insegnarci.

Buona Giornata Mondiale della TV, quella buona. La nostra.

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