Hammamet, la recensione: neppure Gianni Amelio può salvare Craxi dal silenzio

Autore: Elisa Giudici ,
Recensioni
5' 38''
Copertina di Hammamet, la recensione: neppure Gianni Amelio può salvare Craxi dal silenzio

Gli antichi imperatori romani che in vita si comportavano con crudeltà e imperizia rischiavano di subire dopo la morte la damnatio memoriae, una pena che prevedeva la cancellazione di ogni traccia della loro memoria dai documenti e dalla storia ufficiale di Roma. Questo antico retaggio romano in qualche modo sopravvive ancora nella vita sociale e politica italiana, che circonda di un silenzio difficile da spiegare razionalmente Bettino Craxi, l’ultimo grande leader della prima repubblica. D'altronde la stagione di Mani pulite è stato un grande risveglio collettivo, ma anche un momento in cui si è talvolta ceduto a reazioni viscerali, che ancora non sono state riviste davvero attraverso la lente della storia o della cinepresa. 

Basta comparare il numero di pellicole dedicate a Berlusconi, basta citare un film come Il Divo per capire che la figura di Craxi innesta un cortocircuito; più che scomoda sembra volutamente circondata da un fitto silenzio artificiale. Gianni Amelio prova a perforare questo spesso strato di immobilismo narrativo con Hammamet, un film biografico che racconta l’agonia di Craxi esule, Craxi latitante, Craxi contumace che dir si voglia.

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Claudio Iannone/01 Distribution
Pierfrancesco Favino è Craxi
Gianni Amelio cerca di salvare Craxi dall'oblio con un film poco riuscito

Che l’Italia non abbia davvero fatto i conti con tutte le ricadute della stagione di Mani Pulite è evidente, dentro e fuori il mondo del cinema. Già solo per questo Hammamet è un film che ha motivo d’esistere e acquisisce una certa valenza sociale, preannunciandosi come divisivo sin nelle premesse. Il problema è che rischia di lasciare il suo protagonista nel limbo polveroso dove è stato confinato. Non un cimitero a Hammamet, bensì il recinto della memoria collettiva dove si abbandona tutto ciò che è vecchio e superato.

Favino diventa il punto fermo di Hammamet

Prima di parlare di tutta l’operazione di Gianni Amelio, di cosa non dica e di cosa lasci a intendere a uso e consumo dello spettatore, c’è un punto fermo da cui non si può non partire: Favino non fa Craxi, nel limite del possibile recitativo diventa Craxi. Non il politico, bensì l’uomo anziano, malato di diabete, alimentato dal rancore, immobilizzato a Hammamet dall’orgoglio, forse incapace di accettare appieno che la sua stagione politica sia finita.

Claudio Iannone/01 Distribution
Pierfrancesco Favino è Craxi
Non è una questione di chiaroscuri: alle volte oltre al Craxi uomo, manca il politico, del tutto

Il lavoro del trucco e dell’acconciatura necessario a farlo sembrare Craxi (costato ogni giorno più di cinque ore di lavoro) è solo un primo tassello. Viene affiancato da uno studio a 360 gradi sul personaggio, riproducendo movenze, gesti, voce, tic. C’è poi l’ultimo passaggio, che spesso le interpretazioni mimetiche trascurano. Nel suo Craxi Favino ci trova dentro l’umanità oltre la maschera politica, la quotidianità di un uomo di una generazione educata a non esprimere i propri sentimenti ai figli, di un malato che sgarra a tavola senza troppi rimpianti, di un esule che ammette raramente a sé stesso quanto gli manchi la terra natia e il suoi palazzi di potere.

L'esule e il divo

Attorno a Favino però non c’è un film altrettanto coinvolgente, parimenti coraggioso. A pesare su un lungometraggio sin troppo canonico per registro e impostazione è soprattutto il confronto con un film come Il Divo. Confronto che Hammamet non può sfuggire, considerando la vicinanza sia dei due leader politici, sia dell’impostazione biografica dei due film. Confronto che Sorrentino stravince, con un film che nel 2008 parve iconoclasta per come traslava Andreotti in una dimensione tra il mito e la farsa e che appare 12 anni dopo potentissimo e terribilmente moderno. Hammamet invece sembra un film nato vecchio per impostazione e narrazione.

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Il film di Amelio ha anche i suoi momenti visivamente potenti, per esempio sul finale. Tuttavia nel varietà felliniano e nella sequenza milanese tra le guglie del Duomo di viscontiana memoria ci sono più questi due grandi del cinema che il regista putativo della pellicola.

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Pierfrancesco Favino è Craxi in una scena di Hammamet
Pierfrancesco Favino dà una grande prova attoriale, inattaccabile, sfaccetata


Il problema principale però sta a monte, nella scelta d’impostare il film come un luogo senza punti fermi, persino senza nomi. Nessuno chiama Craxi Bettino nel film, per tutti è solo il Presidente. Dietro le cariche come l’amico e l’amante non è difficile scovare il nome proprio relativo, a patto però di aver vissuto quella stagione. Che senso ha però un film che vuole consegnare alla storia un uomo dimenticato se risulta poco comprensibile per chi quella storia non l’ha vissuta, per le giovani generazioni? La scelta poi di rendere ogni presenza un’ombra simbolica (la figlia Stefania diventa Anita, in omaggio alla figura garibaldina per cui Craxi aveva quasi una venerazione) è legittima, ma non paga.

Amelio non prende una posizione chiara

Avrebbe invece aiutato prendere una posizione precisa, ancorché scomoda, sul tema trattato. Amelio sostiene che il suo compito sia di fare domande e non dare risposte. Opinione condivisibile, a patto che almeno le domande siano poste ad alta voce. Hammamet invece si nasconde, fornendo i suoi momenti di maggior verità mentre parla di piattoni di pasta al pomodoro che diventano bersaglio di frecciate politiche (Craxi che ironizza “poi laviamo i piatti, così ci sbarazziamo delle prove” o mangiando da un piatto altrui “questo lo avremmo chiamato rimpasto"), mentre i momenti e le persone cruciali sono assenti.

Manca Andreotti che a Porta a porta intercede per lui, manca una critica netta a come siano state condotte le indagini di Mani pulite, anche se poi Amelio lascia filtrare il suo scetticismo in merito. Il film ha così timore di dare un’opinione precisa (fosse anche quella di Craxi stesso) che virgoletta il parlato del suo protagonista girando alcune sequenze in 4:3 al posto di 16:9, per segnare la distanza tra ciò che dice lui e ciò che non dice Amelio.

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Pierfrancesco Favino è Craxi sul set di Hammamet
Dai tempi di Il Divo anche il trucco prosteticoe egli effetti speciali hanno fatto enormi passi avanti

Per la me spettatrice una delle fascinazioni del cinema è come sia uno spazio terzo tra realtà e finzione. Al cinema puoi ricreare una biografia falsandola, per farle dire una verità (politica) più potente e autentica di quella storica; è quello che fanno film come Il Divo, Vice e Tonya. Alle volte tradire è il modo migliore di far uscire una verità, che però non è mai da attribuirsi al personaggio narrato ma a chi lo narra. È cruciale però avere qualcosa di personale da dire e Gianni Amelio le cose più interessanti e forti le ha dette in conferenza stampa, segnando il sostanziale fallimento di Hammamet.

Hammamet Hammamet Hammamet, fine del secolo scorso. Il Presidente ha lasciato l'Italia, condannato per corruzione e finanziamento illecito con sentenza passata in giudicato. Accanto a lui ci sono moglie e figlia, mentre ... Apri scheda

Hammamet è nelle sale italiane dal 9 gennaio 2020.

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Con il suo approccio sin troppo canonico e il suo timore di prendere una posizione (politica) netta, Hammamet condanna ancor di più Bettino Craxi all’oblio, nonostante la grande prova di Favino.
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Volevo nascondermi guida la corsa ai David di Donatello 2021: tutte le nomination ai premi del cinema italiano

Favolacce, Hammamet e Volevo nascondermi guidano la corsa ai David di Donatello 2021, in un'annata che vede aumentare la presenza femminile e della distribuzione alternativa nelle categorie strategiche. Tutte le nomination.
Autore: Elisa Giudici ,
Volevo nascondermi guida la corsa ai David di Donatello 2021: tutte le nomination ai premi del cinema italiano

Favolacce, Hammamet e Volevo nascondermi sono i tre film italiani a guidare la corsa ai David di Donatello 2021, rispettivamente con 15, 14 e 13 candidature. È questo il primo verdetto di un'annata di transizione e parziale cambiamento non solo per il mondo del cinema italiano, ma anche per quello del premio ad esso legato. 

Subito dopo i primi tre candidati vediamo infatti le 11 candidature di L'incredibile storia dell'Isola delle Rose, produzione Netflix che ha fatto il suo esordio direttamente sulla piattaforma a pagamento. Importante (e femminile) la presenza di film italiani che hanno beneficiato del trampolino del Festival di Venezia, l'unico tenutosi in presenza e quasi a pieno regime dell'annata. Sia Miss Marx sia Le sorelle Macaluso c'entrano la nomination come miglior film e miglior regia. 

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