La forma dell'acqua: recensione del romanzo di Guillermo del Toro e Daniel Kraus

Autore: Cristina Migliaccio ,
Copertina di La forma dell'acqua: recensione del romanzo di Guillermo del Toro e  Daniel Kraus

Che forma ha l’amore?

O meglio, perché l’amore dovrebbe averne soltanto una? Se non ne avesse nessuna? E se invece le avesse tutte?

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Ecco cosa si cela nel cuore pulsante de La forma dell’acqua, l’idea trionfale elaborata dal duo Del Toro-Kraus che ha conquistato inevitabilmente il lato romantico di Hollywood.

Nonostante si sia portato a casa ben quattro statuette dagli Oscar di quest’anno, La forma dell’acqua (in lingua originale conosciuto come The shape of water) è nato con l’intento di poter lavorare parallelamente a un prodotto che potesse essere romanzo e film.

Elisa poggia le mani contro il vetro e guarda la creatura con amore
La forma dell'acqua, il film

Di fatto, mentre la forma cinematografica è stata portata alla 74esima edizione del Festival di Venezia, la versione romanzata è approdata in libreria nei primi giorni di marzo a cura della casa editrice Tre60.

È difficile che qualcuno si convinca a leggere un libro dopo aver guardato il film, soprattutto quando entrambi i prodotti nascono dalla stessa matrice e combaciano perfettamente in alcuni punti di sviluppo.

Difficile ma non impossibile, soprattutto quando il romanzo, forse, è riuscito laddove il film ha fallito.

 

La forma dell’acqua e i suoi protagonisti

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Copertina disegnata de La forma dell'acqua
La forma dell'acqua, di Guillermo Del Toro e Daniel Kraus

Mentre nel film è stato piuttosto semplice comprendere chi fosse il protagonista (o meglio, la protagonista) della vicenda, nel romanzo gli autori hanno giocato abilmente sul flusso concatenato della vicenda, dando modo a ogni personaggio di avere un proprio ciclo di vita, indipendente ma anche consolidato alle esperienze altrui, concedendo dunque al romanzo quell’aspetto corale di cui il film è stato (purtroppo) sprovvisto.

Spesso, le creature più intelligenti sono quelle che fanno meno rumore.

Elisa è colei che dà gas al motore di questa fiaba gotica incastrata nello scenario grigio di una Baltimora degli anni ’60. Mentre il mondo respira l’aria malsana della Guerra Fredda, in un centro di ricerca aerospaziale si fa largo una nuova storia d’amore che parte dal cuore di un’umile inserviente e arriva nelle profondità dell’acqua dell’Amazzonia, trovando conforto in una creatura tanto diversa agli occhi degli altri ma che le è sembrata essere la parte che l’è sempre mancata.

Sa benissimo di essere stata lei, in passato, la cosa sott’acqua. […] Ma lei sa essere più gentile di così. Sa equilibrare la bilancia della vita. È capace di fare ciò che nessun uomo prova mai a fare con lei: comunicare.

Ciò che rende peculiare questo romanzo è la scelta dei temi. Perché, nonostante sia una storia d’amore, gli autori hanno scelto di raccontare ciò che si è disposti a fare per amore in un senso che va oltre le restrizioni fisiche del termine.

Mentre Elisa combatte affinché il suo amore per la creatura possa perdurare nel mondo, altri personaggi sono invischiati in un’altra lotta che, nonostante le sottili differenze, è mossa sempre in nome dell’amore.

 

La penna che cancella l’anomalia

Del Toro e Kraus hanno fatto delle minoranze il fulcro della propria storia: Elisa è una donna muta, Giles è un omosessuale, Zelda è una donna di colore, Lainie Strickland è una moglie confinata negli schemi sociali degli anni ’60, il Deus Branquia è semplicemente un’anomalia.

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Quand’è che un’anomalia smette di essere tale e diventa semplicemente un dato di fatto? E se tu non fossi l’ultimo della tua specie, ma uno dei primi? Il primo di molti esseri migliori in un mondo migliore?

I personaggi de La forma dell’acqua percorrono strade parallele destinate a congiungersi dinanzi il raggiungimento di un obiettivo comune: il riscatto. Elisa si scopre donna ogni volta che indossa un nuovo paio di scarpe, così come Lainie riavverte la vita scorrerle nelle vene prendendo le distanze dal marito.

Il romanzo punta i riflettori sulle insicurezze di questi personaggi così comuni da poter apparire banali, se non fosse che le penne degli autori conferiscono loro quell’aura capace di risaltarne la forza vitale: il vero cuore del romanzo.

Ed ecco dove il libro supera il film. I personaggi del romanzo sono vivi, sono personaggi che bramano la propria libertà, lontani dalle restrizioni sociali, lontani da un presente troppo stretto e un futuro di nebbia fitta; sono personaggi consapevoli di doversi sporcare le mani per riemergere dal fondo, quel fondo all’apparenza senza fine (Giles confinato in un mondo in cui l’omosessualità viene additata come anomalia per esempio) in cui è più facile lasciarsi cadere che arrampicarsi verso l’alto.

Eppure sono tutti lì, pronti a scalare la montagna pur di raggiungere la libertà.

 

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Mrs e Mr Strickland: la verità dietro la famiglia solo all'apparenza felice

Chi è Lainie Strickland? Chiunque abbia visto il film, potrebbe corrugare la fronte dinanzi questa domanda e non avrebbe torto: perché effettivamente nel film la presenza di Lainie è pressoché inesistente, mentre nel romanzo gioca un ruolo di spicco che ci lascia scavare a fondo nella personalità di altri personaggi, prima tra tutti suo marito.

Ma a quello ci arriviamo per gradi.

Un’ultima bugia prima di tornare verso casa, l’ultima piega da lisciare sotto il ferro da stiro.

Lainie potrebbe essere interpretata come la classica moglie degli anni ’60: una donna dal grande sorriso dietro il quale si nascondono insicurezze e un profondo malessere. Mentre nel film è etichettata come “la moglie di Richard Strickland”, nel romanzo Lainie inizia a riscoprirsi.

Perché una donna dovrebbe annientarsi in nome del marito? Cosa spinge una persona a volersi alienare al punto da dimenticare cosa possa significare sentirsi felici, persino con poco?

Il risveglio di Lainie è uno dei percorsi più interessanti del romanzo perché, oltre ad essere motivo d’orgoglio, è contagioso. È grazie a Lainie che Giles avverte il bisogno di cambiare la propria vita, un passaggio che, per quanto possa apparire minuscolo, ha invece stravolto il corso degli eventi e ha reso molto più valida la scelta di Giles di aiutare Elisa a proteggere (e a lottare per) il proprio amore.

Il romanzo è frutto di questo costante intreccio di errori e di scelte che hanno avuto un effetto domino su tutti i personaggi. Un’attenzione meticolosa da parte degli autori, valorizzata da una narrazione pulita che, seppur scontata (soprattutto per chi ha visto dapprima il film), ha dato forza a quelle debolezze portate sul grande schermo. Ed è qui che entra in gioco Richard Strickland.

Il Dio della Giungla vs il Deus Branquia

Non c’è fiaba senza cattivo e, ne La forma dell’acqua, il cattivo è Richard Strickland. Ciò che il cinema ha tralasciato è diventato uno dei punti cardine del romanzo, perché Strickland ci viene presentato gradualmente per quello che è: un uomo che pian piano diventa animale.

A differenza della trasposizione cinematografica, nel romanzo gli autori hanno dedicato una grande fetta della narrazione iniziale alla missione di Richard Strickland in Amazzonia, con obiettivo quello di catturare la speciale creatura. È da lì che è partita la lenta trasformazione di Strickland, un uomo circondato dalla natura selvaggia la quale ha attecchito nella sua mente dissestata, andando a cancellare quelle sensazioni umane con una pennellata di rosso sangue.

Strickland è un uomo distrutto che non conosce cosa sia il mondo, se non un moto di distruzione. Le dita che porterà legate alla mano fino alla fine non sono altro che la rappresentazione della sua anima: vuole tenerla stretta a sé pur sapendo quanto in realtà sia marcia.

Un’altra delle cuciture nere si strappa. Come i punti di sutura del Deus Branquia. Chi sta cadendo a pezzi più in fretta? Chi dei due sopravvivrà all’altro?

Il Deus Branquia non è un obiettivo da abbattere, ma un modo per raggiungere la propria libertà. Il rapporto violento tra queste due creature delinea sin da subito chi è il più umano tra i due e si ricongiunge in un bellissimo cerchio narrativo nella scena finale al molo. Mentre nel film la morte di Richard è fredda, quasi asettica e necessaria, nel romanzo la sua morte è una benedizione, è una liberazione: non è una fine, è un inizio.

L’acqua non dovrebbe essere piatta. L’acqua non dovrebbe essere liscia. L’acqua non dovrebbe avere una forma. L’acqua non ha forma.

Se vi state domandando se sia il caso o meno di leggere il romanzo di Del Toro e Kraus, la risposta è .

Se avete amato il film, non potrete non amare questo prodotto editoriale (addolcito con meravigliose illustrazioni).

E se, come me, il film vi ha convinti poco e niente, allora forse dovreste davvero leggerlo e dare una possibilità a una storia che, in fin dei conti, una forma definita potrebbe realmente non avercela.

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Del Toro e Kraus, con La forma dell’acqua, elaborano una fiaba in cui l’amore vince su tutto, combattendo gli scomodi pregiudizi degli anni ’60 con una spolverata fantasy e gotica che non guasta mai.
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