Lazzaro felice, la recensione: il tocco fatato di Alice Rohrwacher si misura coi maestri italiani

Autore: Elisa Giudici ,
Recensioni
3' 42''
Copertina di Lazzaro felice, la recensione: il tocco fatato di Alice Rohrwacher si misura coi maestri italiani

Diamo al cinema italiano quel che è del cinema italiano: tra Dogman e Lazzaro Felice la spedizione tricolore in corsa per la Palma d’Oro in questa edizione del Festival di Cannes è stata tra le più apprezzate e premiate del 2018.

Alice Rohrwacher in particolare ha tratto d’impiccio il Festival, confermandosi tra le poche cineaste scoperte e lanciate dalla kermesse, in grado di dimostrare senza ombra di dubbio di poter lottare per la Palma per meriti che vanno ben oltre il sesso di chi sta dietro la cinepresa.

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Lazzaro felice e senza compromessi

Di Lazzaro Felice colpisce innanzitutto e soprattutto il suo essere un film autoriale, nel senso più radicale e senza compromessi del termine. Non è una pellicola che scende a patti con le esigenze del botteghino, dialoga con il pubblico ma non lo accompagna certo per mano, è concentrata sul suo obiettivo e poco propensa a scegliere vie di mezzo. Non potrebbe essere altrimenti per un film che nel 2018 torna a parlare di mezzadria, vita agra ed è per giunta tutto girato in pellicola super 16 mm, cioè in un formato che definire desueto è essere riduttivi.

Kodak
Gli attori e la regista durante le riprese di Lazzaro Felice
Gli attori e la regista durante le riprese di Lazzaro Felice, girato completamente in pellicola

Non è una semplice velleità autoriale, badate bene. L’aspetto “incorniciato”, i colori caldissimi, la resa naturalista e sgranata dell’immagine sono elementi fondamentali a costruire l’incanto di un film che parla di temi durissimi attraverso gli occhi trasognati del suo giovane protagonista. Lazzaro felice gioca infatti a rielaborare Verga e un certo cinema “contadino” italiano con gli elementi del realismo magico sudamericano.

L’incanto comincia dallo sguardo limpido e bellissimo del protagonista (interpretato da Adriano Tardiolo), il classico scemo del villaggio a cui toccano le incombenze più dure e i bocconi più miseri. La miseria e le foglie di tabacco sono le uniche ad abbondare all’Inviolata, un territorio agricolo che pesa sulle spalle di una manciata di mezzadri tutto fare e tutti mezzi imparentati tra loro. Lazzaro vive in una sorta di comune di servi dimenticata da Dio ma non dalla perfida Contessa (interpretata da una Nicoletta Braschi dissonante rispetto al resto dell’ottimo cast).

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Lazzaro e Tancredi con la fiodna
I due giovani volti di Lazzaro e Tancredi sono davvero indovinati rispetto all'atmosfera ricercata dal film

Con l’arrivo del padroncino Tancredi, il giovane Lazzaro ottiene il primo rapporto vagamente affettuoso, comunque calcolatore, per certi versi esclusivo, che gli dona un’effimera felicità. La prima parte del film è sospesa tra il mondo senza tempo della campagna, coniugato tra i due classici poli della durezza del lavoro e della dolcezza della vita “semplice”.

Nella seconda parte invece il tempo torna a scorrere bruscamente e i mezzadri scoprono il loro grande inganno, finendo nella città lontana e spaventosa che tanto temevano. Lazzaro, rimasto sospeso nel tempo umano e del film, tiene fede al suo nome e vive la sua seconda chance tra lo squallore della periferia post industriale, non meglio identificata cronologicamente nel tempo dell’Inviolata.

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Lazzaro scruta il cielo
Ottima la prova del protagonista Adriano Tardiolo

La morale è ovvia e inevitabile: per i contadini sfruttati la città è un altro luogo di angherie, in cui sopravvivere a stento, privati della bellezza della campagna (che loro rimpiangono e rifuggono allo stesso tempo). Il tocco fatato della regista confeziona con lievità una morale ancora più dura sul suo Lazzaro, felice solo a tratti, incapace di sopravvivere nel mondo italiano - quale che sia lo scenario - perché la bontà o scende a patti col Male o è destinata a perire. Lazzaro invece la malvagità, per limite o per pregio, non riesce nemmeno a comprenderla, perché la sua è un'indole naturalmente buona, nel più stretto senso del termine.

Senza tempo, fuori dal tempo

Il più bel complimento che si possa fare a Lazzaro felice è di non temere confronti con i grandi del cinema italiano novecentesco che si sono confrontati con questi temi, denunciando la miseria indotta dal sistema di campagna e di città sulle vite dei nostri avi.

La scelta senza compromessi della regista però è anche il più grande limite del film, di non semplice ricezione per il pubblico generalista. Lazzaro felice è una storia senza tempo sì, ma anche totalmente sconnessa dal presente (se non per l’unica scena dell’asta), che per lunghi tratti potrebbe essere coeva a quella grande tradizione passata con cui si misura. Viene quasi il dubbio che, pur essendo riuscitissimo, non aggiunga quasi nulla a un discorso conclusosi ormai da tempo, dentro e fuori i cinema.

Lazzaro felice è nelle sale italiane dal 31 maggio 2018.

Commento

Nospoiler.it

75

Fatato e datato, Lazzaro Felice certo regge il confronto con il cinema autoriale italiano del passato che ha raccontato la vita agra dei contadini, ma al prezzo di una scarsa connessione col presente.

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