Quentin Tarantino celebra Sergio Leone come il più grande dei filmmaker italiani

Autore: Emanuele Zambon ,
Copertina di Quentin Tarantino celebra Sergio Leone come il più grande dei filmmaker italiani

Nessuno come lui, al mondo d'oggi, ha saputo fare propria la lezione dei grandi del cinema, recuperandone soluzioni e rimasticandone elementi, inerpicandosi verso il confine tra citazione e plagio: Quentin Tarantino deve il suo successo ai grandi cineasti che lo hanno preceduto. E deve dire grazie, in qualche modo, agli anni trascorsi lavorando in un negozio di videonoleggio, divorando cult e b-movie fino alla nausea. 

In particolare, è noto il debole del cinesta di Knoxville per il maestro italiano dello spaghetti western: Sergio Leone. Basta prendere in esame una scena a caso di uno dei suoi film per rendersene conto. La predilezione per i primissimi piani, l'attenzione maniacale per i dettagli, l'uso divertito della violenza: c'è tanto del cinema leoniano in Tarantino.

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Il regista di Pulp Fiction ha voluto rendere omaggio per l'ennesima volta allo stimato collega italiano. Lo ha fatto nella prefazione al nuovo libro di Christopher Frayling - uno dei massimi esperti del regista de Il buono, il brutto, il cattivo - intitolato "Once Upon A Time In The West: Shooting A Masterpiece". Leone, senza mezze misure, viene definito in poche righe "il più grande di tutti i cineasti italiani”.

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Tarantino celebra Sergio Leone: "C'era una volta il West il film della vita"

Tarantino descrive l'importanza della figura di Leone nel panorama del cinema mondiale di fine anni '60, in particolar modo nel suo dare una seconda giovinezza ad un genere considerato all'epoca agonizzante:

Solo pochi cineasti hanno sfruttato un genere morente per dar vita ad un nuovo universo. E Leone lo fece, anche se non fu il primo a cimentarsi con gli spaghetti western. Sergio Corbucci li realizzò prima di lui, solo che, nel farlo, cercò di imitare i modelli americani. Leone invece creò qualcosa di completamente nuovo, imprimendo uno stile iperrealistico che andava in direzione completamente opposta ai western statunitensi. Non badava solo allo stile, ma imprimeva la sua personale visione di realismo: quei polverosi (leggi merdosi) agglomerati messicani, quei piatti sporchi, i cucchiai di legno. Ecco che improvvisamente appariva sullo schermo tutto quello che mancava ai film anni '30 e '40. Quella brutalità, il cinismo spinto, lo humour nero. Era la risposta che molti aspettavano ai film di Ford. È più realistica la rappresentazione della Guerra civile americana ne Il buono, il brutto, il cattivo che in tutte le produzioni USA.

Il regista di Bastardi senza gloria ha poi rivelato il titolo del film che gli ha cambiato la vita, convincendolo ad intraprendere la carriera di regista: "C'era una volta il West è stato il film che mi ha fatto innamorare del cinema, il film che mi ha rivelato la maestria di un regista. È una scuola di cinema racchiusa in un film. Mostra l'impatto di un regista sulla propria opera. La prima volta che lo vidi ne rimasi completamente affascinato".

Fonte: Spectator

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